Ma addentrarsi nelle pagine di questo saggio pare quasi come fare lettura di un qualche libro di avventura, una favola per ragazzi cresciuti. I personaggi che possiamo osservare sono noti in tutto il mondo, girano, per far fruttare i loro guadagni sporchi, l’Africa e l’America latina, il Canada e gli Emirati Arabi. Principi, emiri, grandi imprenditori, mafiosi, massoni, politici. Stragi di mafia e terrorismo islamico, colate di sangue e di cemento.
In questo infinito giro di miliardi e interessi infatti, a far compagnia alle cosche siciliane e alle ‘ndrine calabresi, troviamo la mafia internazionale. Una mafia che ormai è mafia finanziaria, dedita quindi non solo a estorsioni, racket, tangenti, sub-appalti, ma talmente potente e ricca da essere in grado senza problemi di finanziare un’opera come quella del ponte sullo Stretto. Mazzeo ci racconta, utilizzando tra le sue fonti, le carte del processo Brooklyn, le gesta di Giuseppe Zappia, prestanome del boss italo canadese Vito Rizzuto, pronto a investire cinque miliardi guadagnati attraverso il narcotraffico nella realizzazione del ponte. Ci narra anche la storia dei “Signori delle Antille”, criminali di origine argentina, che hanno deciso di trasferire risparmi e residenza nei paradisi fiscali caraibici. Insomma un insieme di gruppi e figure che si incrociano in questo groviglio di soldi, sangue e petrolio.
La prefazione al libro di Mazzeo, dal titolo eloquente de “Il Ponte e le mafie: uno spaccato del capitalismo reale”, è stata scritta da Umberto Santino. Santino ha fondato e dirige il Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” di Palermo, è uno dei militanti democratici più impegnati contro la mafia nonché uno dei massimi studiosi a livello internazionale di questioni riguardanti i poteri criminali e i rapporti tra criminalità, economia e politica. Nella prefazione definisce il ponte: “inutile, dannoso, costruito su un’area altamente sismica, una voragine di soldi che potrebbero essere spesi per il reale sviluppo della Sicilia e della Calabria”. E ancora ci informa che “il quadro che emerge dall’inchiesta è uno spaccato significativo del capitalismo reale contemporaneo, in cui l’accumulazione illegale convive con quella legale, accomunate da processi di finanziarizzazione speculativa per cui diventa sempre più difficile distinguere i due flussi”.
Mazzeo offre quindi un quadro molto preciso e documentato dei personaggi e dei movimenti che hanno caratterizzato questi decenni in cui si parla della grande opera. Con particolare riferimento alle fonti giudiziarie, anche se non definitive, e attraverso il richiamo ad altri saggi e articoli di giornale, ricostruisce la storia di trent’anni di ponte in modo dettagliato, offrendo un’analisi lucida sui molteplici interessi che girano attorno a questa costruzione.