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  Home page > Tempo Libero > Recensioni > "Nomi, cognomi e infami". Intervista a Giulio Cavalli
di Laura Meloni mercoledì 24 novembre 2010 - 0 commento oknotizie
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"Nomi, cognomi e infami". Intervista a Giulio Cavalli

Intervista allo scrittore, attore e regista di Lodi Giulio Cavalli, sotto scorta per la minaccia mafiosa, dopo l’uscita del suo ultimo libro Nomi, cognomi e infami.

«Un libro prezioso». È in questo modo che Giancarlo Caselli definisce questo lavoro nella sua prefazione. “Nomi, cognomi e infami” è l’ultima creazione letteraria di Giulio Cavalli, che l’autore sta presentando in giro per il Paese. E' veramente un libro prezioso, un succedersi di storie di uomini e donne che hanno dato e danno il loro contributo nella lotta alla Mafia.
 
Rosario Crocetta, «che arriva con il passo quasi arabo e la scorta come uno scialle». I ragazzi di Addiopizzo, «movimento culturale che si è infiltrato nell’economia mafiosa». Bruno Caccia e il suo sorriso, spento per sempre il 26 giugno del 1983, una domenica di inizio estate mentre portava a spasso il suo cane, dopo aver abbandonato per un attimo la scorta per due minuti bastardi di libertà. La storia di don Peppe Diana, quella di «un prete di provincia che non ha fatto in tempo a farsi uomo c’è la parola, la lotta quotidiana alla Camorra, la morte che vale una medaglia e, per finire, l’isolamento. Una di quelle storie che mischia la bellezza al fango, le pallottole ai vangeli e la memoria alla delazione». E ancora Pippo Fava, «un giornalista, un drammaturgo, uno scrittore e un politico anche senza scranno». Peppino Impastato, Giorgio Ambrosoli e una lunga «agonia dei giusti che possono essere raccontati solo dopo la pistola».
 
Una perla è quella favola triste narrata nella “Lettera a mio figlio”: «Una storia di quelle che non dormono, una storia che a guardarla in fretta, di passaggio, o da lontano ha la gonna della favola per un giro beffardo di sensi unici nel rione del destino. Una favola con i buoni, un re, la guerra e addirittura un castello». È una storia che comincia da un buco: «un buco e Palermo che gocciola tutto intorno». Via D’Amelio raccontata a un bambino. Un nodo stringe un po’ il cuore. Sì. Perché «è una favola da rendere, restituire perché ce l’hanno venduta scassata: ci hanno venduto una favola dove mancano i cattivi». Via D’Amelio come una favola «di quelle che alla sera, quando si smette di raccontarle, ti fanno venire voglia di tenere la luce accesa».
 
Insomma un inno alla parola e alla denuncia, al coraggio e alla gioia del riscatto. Perché «la battaglia della parola contro le mafie è la stessa alla quale incitavano negli incontri con le scuole Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, è la stessa che ha lasciato ferite sanguinanti grazie alla penna di Roberto Saviano, Rosaria Capacchione, Sergio Nazzaro e tanti altri scrittori al fronte meno conosciuti. La battaglia della parola è il nervo scoperto degli “uomini d’onore” che nel corso degli anni hanno imparato benissimo a condizionare pezzi di politica, pezzi di informazione e pezzi di uomini di Legge, ma sono imbelli di fronte all’esercizio del pensiero, della bellezza e del raccontare».

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