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Heiddeger: "I mortali sono gli uomini"

La morte è la linea estrema della vita e in quanto confine ultimo, essa si pone tra la fine e l’oltre. Nascita, vita e morte sono i tre momenti costitutivi dell’uomo e d’ogni vivente: siamo inconsapevoli del primo, godiamo al massimo del secondo, ci nascondiamo il terzo.

La morte rimane per tutti un dramma sempre incombente e sconvolgente e un mistero impenetrabile. Dramma e mistero che marca il punto culminante dell’esistenza, in cui tutto s’innalza, come in un’onda che sale repentina e poi d’improvviso precipita in abissi assolutamente inaccessibili allo sguardo umano.

"I mortali sono gli uomini. Essi si denominano mortali perché possono morire. Morire significa essere capaci della morte in quanto morte. Solo l’uomo muore. L’animale perisce. Esso non ha la morte in quanto morte né davanti a sé né dietro di sé". 

L’espressione di M. Heiddeger, posta come titolo a questa riflessione, potrebbe sembrare una palese tautologia, ma finisce di esserlo quando essa, più che rilevare un dato estensivo e quantitativo (tutti gli uomini alla fine muoiono), diventa punto di partenza per analizzare il modo in cui ogni essere umano si pone davanti ad un avvenimento che si presenta universale (tutti gli uomini muoiono), oltre che personale ("si può trovare chi muore per me, ma nessuno muore al posto mio").

La coscienza dell’individualità della morte attribuisce all’uomo un posto sui generis nel creato, gli impedisce di concepirsi come uno dei suoi elementi indifferenziati e segna quindi l’atto di nascita di una peculiarità propria dell’essere umano: la consapevolezza. Se è vero che tutti muoiono, non è altrettanto vero che tutti si rivolgono di fronte alla morte nello stesso modo e non tutti muoiono alla stessa maniera, giacché ogni persona nel suo morire presenta una situazione personale che cambia in relazione all’indole, al credo religioso oppure alla sua cultura.

La morte, assoluta uguaglianza degli ineguali, è l’evento che presenta il massimo di espansione e di possibilità d’approccio. Ci vuole però serietà e coscienza nella finitudine e per farlo bisogna coltivare il sentimento dell’impermanenza (ossia il fatto di non durare nel tempo) e contemplarlo è il presupposto indispensabile per consentire ad una vita di diventare significativa.

Bisogna trovare la forza di vivere; vivere sforzandoci di vedere la positività della morte nella sua capacità di dare forma e significato alle cose. Serietà è vivere la vita tenendo presente che la morte può giungere da un momento all’altro. Serietà è la presa di coscienza della caducità nella quale viviamo e riuscire, anzi, ad apprezzarla proprio perché casualità irripetibile.

Serietà è riconoscere, infine, che la finitudine che ci circonda, non solo a livello fisico, non è una limitazione ma caratteristica essenziale di quella precarietà nella quale siamo letteralmente immersi, perché a pensare bene il nostro quotidiano ci si rende conto che "dapperttutto intorno a noi la morte è ancora a casa sua e ci guarda dalla fessure delle cose". 

Necessitiamo di tutta la vita per imparare a vivere e, sembrerà bislacco, si abbisogna di tutta la vita per imparare a morire. Oltre all’evento della morte c’è ben poco di certo nella vita di un uomo, ma dobbiamo renderci conto che è proprio la limitatezza di questo essere sempre e costantemente insicuri che rende unico il vissuto quotidiano, altrimenti banale e monotono.

Sicuramente l’avvento della morte sarà sempre una condizione subita, ma per colui che si riconcilia con essa e l’attende vigilante e consapevole sarà un atto libero. La morte, richiamo insuperabile e tenace che ci portiamo dentro "che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo", testimonia il nostro destino di vivere e la nostra paura della morte altro non è che la paura di perdere per sempre l’amore.

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