I giornali sono in crisi. Ma come uscirne? Con le news a pagamento come dice Murdoch o con l’assistenza illuminata come dice De Benedetti? Per trovare la strada non bisogna vagheggiare un brutto passato ma capire la rete ed il presente aderendo ad una realtà in rapida trasformazione ma di cui sono ormai chiare le tendenze. I giornalisti debbono prendere in mano la trasformazione dialogando ed utilizzando il protagonismo dei loro lettori.
Nella crisi dell’informazione, con giornali in grande difficoltà e le emittenti tv alle prese con una transizione complessa al digitale, l’unico media moderno di grande successo si è rivelato Barack Obama.
Il fenomeno del successo elettorale, e della grande presa che il neo presidente americano ha esercitato, è ancora al centro di riflessioni ed analisi. Sicuramente si tratta di uno straordinario cambio di paradigma, dove non è la comunicazione a sostituirsi alla politica, come accade a livelli molto diversi nel nostro paese, ma è il nuovo sistema dei new media a farsi concretamente politica, offrendo figure sociali, culture, linguaggi al mondo delle decisioni strategiche.
Obama è stato lo stratega di un progetto politico che ha inteso la rete come comunità e non più come megafono. Ma è stato anche il pensatore che ha scommesso sulla consistenza di un processo di trasformazione che dava ruolo e spazio alle aree periferiche delle grandi mediazioni sociali: dalla politica, alla comunicazione, al consumo di massa. Chi è oggi a valle dell’offerta si trova ad essere un protagonista attivo e non solo il destinatario passivo della transazione.
Consumatori e azionisti
All’inizio dell’estate l’Harward business Review, uno dei più sensibili osservatori sull’evoluzione del capitalismo globale, pubblicò un saggio sull’evoluzione della crisi finanziaria e sulle conseguenze nelle dinamiche del mercato, concludendo con un avvertimento, che sarebbe bene ricordare nel mondo della comunicazione: "nella nuova economia a rete, il valore dei consumatori mira a sostituire per le aziende il valore degli azionisti. Si realizza così la cosi detta customer value proposition".
Si tratta della conclusione di un lungo ragionamento, con il quale la rivista economica americana analizzava le trasformazioni sociali che sono alla base del sommovimento che ci investe tutti.
A partire dai nuovi scenari del sistema industriale e commerciale del pianeta. Trasformazioni che vedono emergere un nuovo protagonismo degli individui, che tendono sempre più ad acquisire un ruolo attivo nelle loro funzioni di interscambio sociale, come ad esempio nei processi di consumo, o per venire a noi, in quelli dell’informazione.
Persino per la struttura più verticale che si possa immaginare come è appunto l’impresa, spiegano gli analisti di Harward, è venuto il tempo di utilizzare al meglio la collaborazione e le competenze dei propri clienti, che sempre più tendono a risalire la filiera commerciale, fino a voler condividere la stessa ideazione e confezionamento del prodotto che poi consumeranno.
Io credo che questo sia il contesto in cui collocare una riflessione sul mondo dell’informazione e sul ruolo dei suoi agenti principali, come appunto i giornalisti, che meritevolmente ha promosso l’Ordine dei giornalisti di Milano.
La crisi è dovuta anche al calo della pubblicità dovuto alla crisi economica: le aziende hanno meno soldi da investire e preferiscono investirli nel web dove i contatti possono venire misurati...
L’auditel è stato inventato e strutturato da un "amico" di Berlusconi... E quindi probabilmente è un altro dei suoi artefatti inattendibili...
E poi secondo voi chi guarda tutte quelle pubblicità che sono nei settimanali femminili? Sono soldi buttati nel cesso e sempre meno aziende possono permetterselo...
E poi la gente ha sempre meno tempo per leggere: le chiacchere al telefonino, la play station, la palestra o l’estetista, i social network sul web...
La gente non ha più tempo per leggersi le stronzate romanzate del 90 per cento dei giornalisti...
Perchè il confronto tra le notizie della stampa, della Tv e del Web fa emergere che i veri professionisti sono sempre più rari... e aumentano a dismisura i leccapiedi e i leccaculo...
A questo punto è meglio leggersi un libro invece di ascoltare i comunicati stampa a fvore di un partito o di un politico o di un imprenditore...
E’ anche vero che vengono considerate notizie i titoli degli articoli, i commenti, i titoli che vengono letti nei tg o nei giornali radio: pochi hanno in realtà voglia di leggere o approfondire,se non quello che gli interessa:esempio le leggi economiche, se domani piove, una pubblicità particolare che ci ha preso. Diverso è l’aspetto che è stato evidenziato e riguarda il rapporto con i lettori:certo che se è di quelli alla Aldo Forbice che ti frena e ti toglie l’audio o di altri che pur ricevendo le email o le lettere non le pubblicano, siamo lontani da chi cerca la verità, da chi vuole un confronto.C’è poi da considerare se le notizie devono o possono "portare a qualcosa" se cioè si tratta di "riferire solo ciò che succede" , se c’è solo la funzione di informare "come fanno i comuni con l’albo pretorio", oppure se oltre a questo c’è anche una funzione propositiva: in questo caso occorre tenere presente che a parole nessuno vuole un Guru o un maestro da seguire passivamente, ma poi in tanti seguono e si fidano ciecamente fino a idolatrare il giornalista X o Y. Ed è altrettanto vero che chi riconosce l’informazione basilare o vitale, non dovrebbe far pagare l’accesso alle notizie, cosa fatta da Blondet (o effedieffe) e anche da Massimo Fini.Da ricordare che diversi giornali oltre ad avere una versione online dei quotidiani o dei settimanali, forniscono alcune notizie solo in abbonamento. Faccio presente che talvolta briciole di queste arrivano ai portali,come Libero, alle agenzie tipo Ansa, fino ai blog, ma si tratta di frasi che ,private del contesto e dei periodi precedenti o successivi, hanno più l’effetto che raggiunge chi legge i titoli dei giornali e pensa di aver letto tutto il quotidiano e di essere aggiornato. A monte c’è anche la considerazione se sia giusto salvare o meno i quotidiani, domanda che da ex commerciante affianco a questa domanda ossia se sia giusto salvare i negozi che sono schiacciati dalla grande distribuzione e dai centri commerciali. Ritorno nel seminato e dico che se dovessi adoperare lo stesso metro usato per chi sciopera per il posto di lavoro o si lamenta perchè deve chiudere la propria attività, dovrei dire "chi se ne frega! deciderà il mercato e per chi non ci sa stare peggio per lui", ma non è così quando si parla della differenza che passa tra una notizia vera e una falsa quando non sia il primo aprile. E’ stato ricordato l’episodio dell’Iraq, ma appunto il mondo delle news è pieno di casi simili, come il cormorano incatramato o i bambini nell’incubatrice, per restare nell’area del Golfo Persico: per il momento già il fatto di poter scrivere e la possibilità di essere letti, come accade qui su agoravox, è già tanto ma non abbastanza dato che chi non usa il web per informarsi o per verificare, resta fuori e deve solo sperare che alcune info vengano riportate da altri media che lui adopera. Chiudo osservando come anni addietro qualcuno disse (lo avranno poi fatto più volte nel corso degli anni) come Elton John (per ragioni sue) di chiudere la rete: altri sanno o sostengono che è dagli Usa che si controlla tutto, che in teoria è sufficiente bloccare o oscurare alcuni server o cose simili (dovete perdonare la mia ignoranza,ma spero mi capiate) per mettere in crisi milioni di persone o intere nazioni (mi pare fosse accaduto in Israele qualcosa del genere o sempre in Medio Oriente): mi chiedo senza voler andare fuori tema, se è stata valutata la cancellazione della rete.
è lodevole premere su un settore perchè prenda coscienza del nuovo che avanza e cominci a ragionare sui suoi problemi senza esorcismo ma non credo che avverrà.
Come sempre nelle vicende umane è la necessità che induce il cambiamento e la resistenza al cambiamento è la divisa di tutti fino a quando i"calci nel culo" della realtà non inducono la necessaria presa di coscienza.
Murdoch vuole far pagare le news? Faccia pure. Si accorgerà a sue spese con un ridemnsionamento della sua forza di quanto folle sia la linea scelta. De Benedetti vuole l’assistenza da Google e dalla telecom, come tu ha ricordato? Si accomodi pure e vedrà come "sa di sale lo pane altrui".
Insomma io non mi aspetto grandi prese di coscienza da chi gode di rendite di posizione e penso che, tranne lodevoli eccezioni, faranno come i nobili al tempo della rivoluzione francese che si ribellarono al loro ridimensionamento per finire tutti impiccati in quattro e quattr’otto.
Naturalmente oggi nessuno viene impiccato ma perde potere nel senso che non ha più centralità dentro il quadro mediale.
Penso, per chiudere a redazioni nuove basate su tools come google wave. Riusciranno ad essere sui fatti meglio, in modo più professionale ed a costi minori. Avranno successo ed alla fine il mondo del futuro sarà loro. Questo, naturalmente schematizzando al massimo.
di Truman Burbank(xxx.xxx.xxx.253)30 settembre 2009 23:30
Lì dove i media di regime lamentano la crisi e la carenza di finanziamenti, Il Fatto quotidiano vende tutte le copie.
Andrebbe considerata l’idea che per uscire dalla crisi bisogni fare giornalismo invece che passare il tempo a riprendere dispacci d’agenzia e dichiarazioni di politici.