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di Redazione giovedì 2 aprile 2009 - 0 commento oknotizie
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Festival Internazionale di Giornalismo: Prima giornata

di Francesco Piccinini e Rosa Pastena.

International Press Festival “Penso tutto il bene possibile del giornalismo civico”, parola di Carlo Vulpio.

La prima giornata dell’International Press Festival è finita e nelle orecchie rimangono le parole della figlia di Aldo Moro che chiede, per l’ennesima volta, che sia fatta luce sulla morte di suo padre. Agnese Moro indica la strada ai giornalisti presenti: “per capire cosa sia successo in quei 55 giorni bisogna ricostruire la biografia di mio padre”.
 
Le parole della figlia del Presidente della DC non sono le sole a sferzare la sala. Nel pomeriggio Carlo Vulpio, Peppe Ruggero, Silvie Coyaud, Andrea Purgatori e Maso Notarianni (direttore di PeaceReporter) parlano e “denunciano” i bavagli di una stampa che è schiva della pubblicità, dei “poteri forti”; fanno nomi e cognomi di famiglie e gruppi, politici e direttori: Dall’Ilva ai Riva; dall’Enel al Sindaco di Porto Empedocle; passando per Corriere e Rai. 90 minuti appassionati iniziati con un ricordo a Giancarlo Siani: “Gianca’ ci sono i giornalisti giornalisti e i giornalisti impiegati, tu devi fare il giornalista impiegato; perché le notizie so rotture ’e cazzo”. Non ditelo a loro che tra muri di gomma, Why Not, rifiuti e medicinali si sono visti allontanati dall’informazione che “conta”.
 
Infine Antonio Sofi; Antonella Beccaria, John Byrne (direttore di Buisnessweek) e Mario Tedeschini Lalli hanno parlato di Web. John Byrne ha parlato di come Buisnessweek sia sempre di più 2.0, con le parti “in your face” dove il lettore-attore puo’ parlare al giornalista e “riprenderlo” nel caso in cui abbia scritto inesattezze. Oppure la possibilità di proporre macro-temi che saranno, poi, sviluppati dalla redazione. Il paragone con l’Italia è facile e immediato, gli USA dell’informazione “imbalsamata” di Bush si sono dati l’ennesimo colpo di reni per uscire dalla crisi – economica e di informazione – e l’hanno fatto battendo la strada dell’ecologia per la prima il web per la seconda. Il bel paese esce distrutto dal confronto che la vede sempre di più alla ricerca di un nocchiere che la porti fuori da questa tempesta.
 
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Quella che segue è un’intervista a Giuseppe Ruggero, regista del documentario Biutiful Cauntri, in cui il regista ci parla di cosa è oggi la criminalità e dell’importanza che altre forme espressive hanno nel parlare di questi fenomeni. Il giornalismo muta e Ruggero sottolinea l’importanza del Giornalismo Partecipativo perché "Il più grande gruppo editorale in questo paese siamo noi, i cittadini"
 
Ha parlato dei Rapporti sulle Ecomafie di Legambiente, cosa c’è ad oggi di non svelato?
Ad oggi c’è stata una trasformazione per quello che riguarda la criminalità organizzata, bisogna fare attenzione a non parlare solo di criminalità organizzata, quando oggi si parla anche di una criminalità ambientale fatta dai colletti bianchi, da professionisti, imprenditori, tecnici di laboratorio, da industriali. E’ un settore che deve ancora emergere. E’ difficile perchè non c’è una comunicazione immediata, qui non c’è una guerra tra clan, non ci sono i morti, non c’è una faida tra camorra, ’ndangheta... Qui la morte avviene nel tempo e non si vede. Non si usano le armi, si usano camion, rifiuti e le cui morti sono lente e silenziosi. Ed è proprio per questo che è difficile raggiungere la gente. Ma quando si riesce a bucare, a raggiungere il pubblico, come è accaduto con il nostro documentario e far capire che non è una questione di criminalità, ma di coscienza sociale, allora lì, quando riesci a colpire la singola persona, c’è lo scatto di orgoglio e riesci a colpire le coscienze.
 

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