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Favorire il gioco d’azzardo conviene allo Stato?

La recentissima introduzione di un gioco online di poker in cui si scommettono e si perdono (o più raramente vincono) soldi veri è l'ultima frontiera dell'espansione del gioco d'azzardo "di Stato", quello riconosciuto, autorizzato e coordinato ufficialmente. Tra "gratta e vinci" di ogni foggia e dimensione, lotterie con numerose estrazioni settimanali, siti Internet, scommesse su calcio, ippica e ogni altro tipo di sport, slot-machine nelle tabaccherie, si assiste alla proliferazione continua di inviti al gioco.

Uno studio ben documentato sul fenomeno è condotto nel libro "Lo Stato bisca" di Carlotta Zavattiero, uscito alla fine del 2010. In questo volume si segnala che il giro d'affari legato al grande casinò nazionale italiano è il più alto d'Europa. A prima vista, sembra un affare per tutti: l'erario incassa cifre da capogiro, i concessionari dall'inesauribile inventiva fanno profitti stellari, ogni settimana nelle case di qualche italiano arriva la lieta notizia di un'entrata imprevista. C'è però un piccolo e trascurato particolare: il gioco dà facilmente dipendenza psicologica, illude nella possibilità di facili guadagni e spinge coloro che hanno difficoltà economiche e sociali a dilapidare interi patrimoni di famiglia nell'inseguimento del "sogno milionario".

Molti non hanno la percezione della bassissima probabilità di vittoria e della legge secondo la quale "il banco vince sempre": si ostinano così a puntare ripetutamente cifre consistenti nell'errata convinzione che più volte si gioca e più aumentano le possibilità di sbancare. A un certo punto, il giocatore rimane impigliato in un pericoloso pseudo-ragionamento: "Ho giocato tante volte che ormai mi merito di vincere, se insisto ancora un'altra volta la fortuna mi sorriderà". In realtà, sui giochi dalle vincite milionarie le probabilità di vincere sono statisticamente così basse che giocare una, cento o mille volte non cambia le possibilità di farcela. I giochi in cui si vince poco e spesso sono se possibile ancor più insidiosi, perché la saltuaria soddisfazione di portare a casa 5, 10 o 50 euro occulta il bilancio complessivo in perdita e dà la spinta a "provare un'altra volta".

Le conseguenze di una dipendenza dal gioco sono disastrose: alcuni individui non riescono più a controllare la propria pulsione e arrivano a rubare, o a vendere i beni di famiglia per procurarsi il denaro necessario. Alcuni si rifugiano nell'alcolismo o cadono in una profonda depressione, con il rischio concreto di perdere il lavoro e la vicinanza dei parenti. Le ricevitorie dove si gioca da mattina a sera diventano spesso luoghi squallidi per le frequentazioni e deprimono il valore di mercato della zona circostante. La cascata di effetti negativi crea aree di esclusione sociale, drammi familiari e problemi di salute, con costi per lo Stato che possono essere persino superiori agli incassi ottenuti tramite il monopolio sul gioco d'azzardo. Alla fine, sul medio e lungo periodo, chi festeggia sono solo i concessionari.

La degenerazione degli ultimi anni è avvenuta per il progressivo abbandono di certi princìpi di prudenza - con l'introduzione di premi sempre più alti, possibilità di gioco sempre più diffuse e insistenti, con tanto di spot pubblicitari in televisione, innalzamento del limite delle puntate - e per il morso della crisi economica che ha spinto un numero crescente di persone a cercare la soluzione dei problemi finanziari nelle schedine e nelle slot machines. Tutto questo, combinato con la psicologia scaramantica di buona parte degli italiani, la tendenza ad affidarsi a colpi di scena provvidenziali e la diffusa ignoranza di basilari elementi della statistica, ci ha reso il popolo più "giocatore" d'Europa.

Con questo non voglio sostenere che l'intero settore del gioco sia da accusare: io stesso, di tanto in tanto, posso spendere uno o due euro per tentare il colpaccio. Il problema è che occorre stabilire una cifra massima mensile da investire nel gioco e tener presente che le probabilità di vittoria sono per definizione inferiori alle probabilità di perdita. Questo non viene mai sottolineato o suggerito dai numerosi spot che invitano a "correre a giocare", che chiedono allo spettatore "cosa stai aspettando?", che mentono spudoratamente proclamando che "vincere è facile". 

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