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 Home page > Attualità > Cultura > Essere un altro #13

Essere un altro #13

Immagina che uno sconosciuto, entrato in casa tua, dimostri di poter contestare la tua identità.

Chi è? Cosa vuole ottenere? Come riesce a manipolare le informazioni sulla tua vita? Ma soprattutto: tu chi sei?

Un romanzo a puntate (capitolo 13) sulla fragilità dell'identità nell'era di Internet.

Scritto da Osvaldo Duilio Rossi, dai consigli di Mario Pica.

 

Appena risolsi il problema del socio, mi accorsi di avere risolto anche il problema d’introiezione, e non ebbi più bisogno dello psicoterapeuta e non ebbi più bisogno del socio.

Aver incastrato quel bastardo mi aveva gasato, ma non quanto mi aveva gasato sbattere in faccia alla sua famiglia quello che pensavo di loro e, così, averli messi in condizione di diffidare l’uno dell’altro per sempre. Se almeno uno di loro – probabilmente il ragazzino – fosse stato timido quanto lo ero stato io fino ad allora, il danno sarebbe stato irreparabile e avrebbero vissuto nel terrore e nella sfiducia reciproca per sempre: il figlio sarebbe cresciuto diffidando di ogni parola del padre; il padre avrebbe interpretato la reticenza del figlio come un segnale di allarme per qualche diabolica macchinazione parricida; la madre avrebbe temuto continuamente lo scontro dei due e si sarebbe inevitabilmente schierata dalla parte di uno o dell’altro. Sarebbe bastato un solo timido in famiglia per rovinarli tutti.

La timidezza è un problemone che amplifica tutti gli altri problemi, o che fa vedere guai dove non c’è ragione di vederne. Allora la chiamavo timidezza, ma la timidezza è solo una manifestazione dell’insicurezza e l’insicurezza è un eufemismo usato per sostituire la parola paura. Quando qualcuno dice «insicurezza» vorrebbe dire «paura», ma ha paura di dirlo. E ogni paura è sempre paura di morire. Ma per superare la paura – la paura di morire – basta immaginarsi morti per un’ora al giorno; basta individuare gli sforzi che facciamo per evitare di morire e convincersi della loro inutilità; poi serve la capacità di ridurre quegli sforzi; bisogna paragonare ogni rischio a quello ineluttabile di schiattare e imporsi di pensare qualcosa di concreto quando il cervello inizia a immaginare strani rituali mediante i quali evitare di morire.

A me questa cosa della morte non l’aveva mai spiegata nessuno: ci ero arrivato da solo già quando ero solo un ragazzo, ma mi era sempre rimasta dentro, nella testa, pure quando parlavo con lo psicoterapeuta (che non era mica riuscito a tirarla fuori, a farmela dire… come se i miei pensieri fossero disconnessi dalla lingua), poi smisi la terapia e qualcuno per caso mi prestò un libro in cui il Dalai Lama spiegava tutto quello che avevo avuto in testa per vent’anni. Perciò, anche se non sono un saggio illuminato e se non sono il Dalai Lama, penso che una laurea honoris causa dalla vita me la meriterei tutta.

Insomma, fino a qualche anno prima, sarei rimasto a subire le minacce di chiunque. Adesso invece, ero in grado di replicare. Ma sembrava tutto inutile perché quel «consulente Com» riusciva a rigirare ogni piccolo dettaglio della mia vita contro di me e senza alcun motivo apparente. E non vederne lo scopo mi agitava e mi rendeva vulnerabile e rievocava le paure che ero convinto di avere sconfitto… e le vecchie paure, tornate a galla dopo tanta fatica, erano ancora più terribili perché sembravano vanificare ogni mio sforzo. Mi sentivo insomma un po’ come Batman quando respira il veleno dello Spaventapasseri e si spaventa alla vista dei pipistrelli… Mi serviva insomma un obiettivo.

Chiesi ad Arnaldi dove intendeva arrivare: cosa volevano ottenere lui e Com. «Cosa farete se insistessi – come insisterò – a ignorare le vostre idiozie e se la sbattessi fuori dalla porta?»
Arnaldi emise un sospiro di sollievo, come se la mia provocazione provasse che era riuscito a raggiungere qualche losco risultato. «Non dovremo fare molto, per il semplice fatto che lei non può evitare di essere chi è veramente. Nonostante questa messinscena», disse alludendo con gli occhi e con le mani a casa mia, «Piergiulio Lebolle ha delle responsabilità che, presto o tardi, lo richiameranno nel mondo reale. E a quel punto anche lei dovrà uscire da questa casa. Non importa che io resti o vada. Non importa che io concluda qualcosa con lei oggi. Se preferisce, me ne vado subito. Venendo qui ho solo cercato di facilitare la cosa. Ma la cosa accadrà comunque, presto o tardi».

«Quale cosa?»

«La sua decisione di interrompere questa patetica fuga e di tornare a ricoprire il suo ruolo».

Così per Arnaldi avevo un ruolo e delle responsabilità. Minacciava perciò delle conseguenze, relative alle responsabilità, ma prometteva anche dei vantaggi, legati al ruolo.

«E cosa accadrebbe se non lo facessi? Lei dice che dovrò farlo, prima o poi, ma non dice cosa accadrebbe se non lo facessi».

Tirò un altro sospiro di sollievo: «Vedo con gioia che inizia a ragionare come l’uomo d’affari che è», e mi spiegò: «L’importante banca il cui nome è da ieri su tutti i giornali si troverebbe in un bel guaio, rimarrebbe per troppo tempo sulle prime pagine e la ricercherebbe in ogni angolo del pianeta… e non manderebbe me a farlo. Vede, signor Lebolle, lei crede che io sia venuto qui a metterle paura, ma non c’è alcun bisogno che io lo faccia perché lei è già impaurito come una preda, altrimenti non si sarebbe rintanato in questa… farsa. Affittando questo appartamento cosa ha cercato di fare? Vuole far credere al mondo di essere uno sbandato, un perdigiorno, un nullafacente, un pensionato? Mi dica di cosa ha veramente paura e cercheremo di uscirne fuori insieme».

«Mi dica cosa vuole veramente da me», replicai, «e eviterò di prenderla a calci da qui fin nel bel mezzo della strada».

Mi si avvicinò in tono confidenziale, inclinando il busto in avanti e protraendo il collo, abbassando la voce: «Dobbiamo sistemare lo scandalo e il patrimonio», spiegò Arnaldi.

«Perciò mi servono le sue firme su alcuni assegni e su alcuni contratti».

«Le mie firme? Le firme…»

«Le firme di Piergiulio Lebolle».

«Non sono Piergiulio Lebolle. Se scrivessi quel nome, le firme non avrebbero alcun valore. Neanche so come si scrive: Pier Giulio staccato? Le bolle con l’articolo o tutto attaccato? Se da qualche parte nel mondo fosse mai stato depositato un esemplare della firma di Piergiulio Lebolle, quel campione non potrebbe coincidere in alcun modo con la mia grafia».

«C’è solo un modo per scoprirlo…»

Questo articolo è stato pubblicato qui

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