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 Home page > Tribuna Libera > Il nuovo romanzo di Fëdor Dostoevskij

Il nuovo romanzo di Fëdor Dostoevskij

Cosa c’entra un romanzo inesistente con le post-verità, con la fiducia sociale e con lo Stato?

Per spiegarlo, vi dò una notizia falsa e poi vi spiego perché ve l'ho data.

Prima di leggere l’articolo intero, chi ha letto il titolo di questo articolo potrebbe aver pensato due o tre cose:

  1. O.D. Rossi è impazzito, perché Dostoevskij è morto nel 1881.
  2. Qualcuno ha appena scoperto un manoscritto inedito di Dostoevskij.
  3. O.D. Rossi è in malafede perché ha scritto un titolo ingannevole (clickbait).

Considerato che (per ora) mi ritengo sano di mente o, almeno, nessuno mi ha dichiarato incapace di intendere e di volere; che in questi giorni nessuno ha scoperto un manoscritto inedito del grande romanziere russo; che state leggendo questo articolo dopo aver letto il titolo accattivante – vi considerate autorizzati a pensare che io sia in malafede. Invece, proprio perché sono ancora sano di mente, penso che ormai sia doveroso (pericò in buona fede) aprire un dibattito “serio” sul senso dell’ingannevolezza, che confonde facilmente il vero con ciò che si vorrebbe far passare per vero (George Orwell scriveva di bipensiero nel romanzo 1984), come ho fatto io creando la clickbait al secondo punto dell’elenco qui sopra: perciò potete considerarvi in buona fede, solo se siete in grado di distinguere la differenza che passa tra il titolo di questo articolo e il collegamento ipertestuale del punto n. 2; altrimenti siamo entrambi in malafede. Alla fine vi spiegherò perché.

Ormai questa confusione tra buona fede e malafede, tra vero e falso, tra storia e narrazione... è una questione di Stato, che riguarda lo Stato – anzi, è diventata addirittura una questione tra Stati. Infatti, la Russia ha appena varato una legge secondo cui si potranno chiamare Champagne soltanto gli spumanti russi.

Questa notizia cosa c’entra col nuovo romanzo di Dostoevskij?

C’entra tutto, considerato che lo champagne è un vino tipico francese, proveniente dalla provincia omonima, da cui trae il proprio nome; così come Dostoevskij è il romanziere russo per eccellenza.


Il titolo di questo articolo, nelle mie intenzioni, è una provocazione alla Russia, ma a ben vedere non sarebbe neanche una provocazione perché io (come qualsiasi altro individuo) posso sentirmi legittimato a confondere il nome e l’opera di Dostoevskij col mio nome e con la mia opera (ecco perché ho creato la clickbait al punto n. 2 dell’elenco qui sopra), se uno Stato trasforma la realtà tramite la legge e tramite la lingua.

Le “vittime” della mia clickbait sono lettori di AgoraVox che subiscono un danno relativo: li “inganno” affinché consultino un documento che, altrimenti, non avrebbero mai letto, ma che comunque attiene ai loro interessi di natura letteraria, e non c’è alcun passaggio di denaro tra di noi. Invece le “vittime” dell’inganno russo sono imprenditori, hanno interessi economici e internazionali, e hanno un’eco mediatica significativa, ma insufficiente per destituire la perversione semantica innescata dalla legge russa. Di più: i cittadini russi subiranno una truffa legittimata, perciò incontestabile – la legge russa si applica solo sul territorio russo e investe solo i parlanti russi, inducendoli in errore con artifizi o raggiri (semantici e giuridici) per trarne un profitto ingiusto (secondo l’art. 640 del nostro Codice penale) – solo i Russi in buona fede acquisteranno un oggetto X (lo spumante russo) rappresentato come un altro oggetto Y (lo Champagne); perché i Russi in malafede rifiuteranno di acquistare il falso; finché il tempo e le consuetudini non stravolgeranno la realtà (X = Y o, come scriveva Orwell, 5 = 4).

Eccoci al punto primario di questa giaculatoria: nell’era del bipensiero (della confusione, della violenza sofisticata, del relativismo assoluto) la malafede diventa uno strumento necessario per difendere la propria buona fede. Giuseppe Prezzolini lo aveva capito 100 anni fa quando scrisse il Codice della vita italiana, in cui distingueva gli Italiani tra furbi e fessi, per cui l’onestà dei fessi (in buona fede) può significare un difetto, mentre la scorrettezza dei furbi (in malafede) può risultare un merito: certi usi stravolgono i criteri più ovvi e più funzionali che dovrebbero guidare un popolo.

Il linguaggio, i valori, l’etica, l’identità, il diritto, il sapere... tutto si rovescia quando lo Stato legittima la confusione. Orwell aveva previsto che gli Stati avrebbero distorto la percezione della realtà al punto da adergere la schizofrenia a sistema di vita: la distinzione tra finzione (la fiction) e realtà (reality) non ci interessa più – la TV lo dichiara apertamente. Scrivo alla prima persona plurale perché il bipensiero (l’intercambiabilità dei significati e dei significanti) riguarda tutto il nostro mondo, benché il problema dello Champagne russo investa uno spazio geografico limitato: le nostre società si dis-integrano sempre più evidentemente, proprio rivendicando un’istanza di integrazione – ecco l’ambiguità e la confusione che regolano il sistema di pensiero, anche quello dello Stato.

È solo una mia impressione o la necessità imprescindibile – oserei dire ovvia – di integrare le differenze, invece, sta dis-integrando le comunità più varie, che rivendicano il riconoscimento compulsivo della propria diversità? Cioè – considerato che fraintendersi è facilissimo in questo discorso – le rivendicazioni delle miriadi di identità speciali (solo per puro esempio, la comunità LGBT, le minoranze etniche, le religioni più disparate come anche l’agnosticismo, ecc.) contribuiscono a integrare quelle miriadi di differenze in un corpus integro o, invece, moltiplicano i diritti, gli usi e le identità speciali – le differenze – dividendo e così dis-integrando il corpus sociale in una trama sempre più sfilacciata? Fino alla conseguenza più estrema in cui ciascun singolo individuo pretenderà o potrà pretendere di rivendicare la propria identità specifica: assolutamente unica e preziosa per la metafisica, ma assolutamente ingestibile e inconciliabile per l'amministrazione sociale. So che il discorso sembra un discorso da bacchettone bigotto, ma parto da una prospettiva funzionalista e strutturalista: la tutela dell'identità dei singoli connota gli Stati di diritto, ma la moltiplicazione dei diritti connota gli Stati disfunzionali.

Ecco perché ho tratto in inganno il lettore spudoratamente, confondendo il mio racconto (Essere un altro) con un romanzo di Dostoevskij: io e il lettore saremmo entrambi in malafede (come suggerivo all'inizio dell'articolo), se ancora il senso del mio discorso non fosse chiaro, perché entrambi confideremmo in premesse incoerenti con la realtà (io confiderei nelle intenzioni profonde di un lettore smaliziato; mentre il lettore confiderebbe nelle mie intenzioni superificiali, apparentemente maliziose). Dobbiamo provare almeno cosa significa l’indignazione o, meglio, la frustrazione di Goljadkin davanti al suo Sosia, per capire il pericolo sottinteso dalla baggianata dello champagne ruso. Oggi dalla virtualità della fiction di Dostoevskij potremmo trarre un duumvirato che guidi una nazione (come suggeriva Philip K. Dick nel suo I simulacri): verso dove, non si sa.

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