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di Giorgio Zintu giovedì 2 maggio 2013 - 4 commenti oknotizie
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Enel: all’assemblea degli azionisti la contestazione globale sulle scelte energetiche

 

Sembrerebbe un tranquillo e caldo pomeriggio di fine aprile a Roma, epppure sotto la sede centrale di Enel sembra sia in corso un G20 più che una normale assemblea degli azionisti. Non si spiegano diversamente vigilantes con auricolari e microfoni e armati di pistole di grosso calibro che presidiano tutti gli ingressi del palazzo, mentre sulla strada poliziotti e carabinieri fronteggiano un piccolo drappello di ambientalisti.

Tra loro ce ne sono alcuni venuti da lontano, anche dalla Colombia, come Miller Armin Dussan Calderon, il professore universitario che chiede l’abbandono del progetto della grande centrale idroelettrica di El Quimbo sul fiume Magdalena. Ha infatti stimato, con dettagliati modelli previsionali, molti più danni derivanti alle economie locali nei prossimi decenni rispetto ai potenziali vantaggi derivanti dalle ormai famigerate compensazioni economiche di Enel. Così sembra un po' difficile sostenere l’assenza di rischi quando verranno sommersi 5300 ettari di terreni agricoli oltre al sacrificio di quasi un migliaio di ettari di foresta amazzonica.

E sulla stessa linea, quasi in fotocopia, è l’intervento del rappresentante guatemalteco della Comunità di San Felipe Cienla del municipio di San Juan Cotzal, Concepción Santay Gómez, che denuncia le due centrali elettriche di Palo Viejo come impianti che stravolgono il sistema ecologico della regione, contro gli interessi e la volontà delle popolazioni locali, le cui manifestazioni sono represse duramente dalla polizia, come spesso accade in molti paesi latino-americani. Uno dei cartelli esposti qui in viale Regina Margherita chiede la liberazione della nota esponente Millaray Huichalafmachi (guida spirituale mapuche) arrestata per aver difeso il fiume Pilmaichen, nella Patagonia cilena, dall’insediamento di Hidroaysen. Su questo aspetto si registra anche l’intervento del vescovo di AysénLuis Infanti De la Mora, che in una lettera a Fulvio Conti, CEO di Enel, chiede di “respetar la Patagonia” abbandonando “definitivamente” il megaprogetto che considera “una grave violazione al nostro territorio”, considerato che sono disponibili importanti alternative energetiche.

Ma se l’idroelettrico dell’Enel e delle partecipate stravolge vita, tradizioni ed economie millenarie di intere popolazioni sino alla lontanissima Patagonia cilena, è il carbone la preoccupazione maggiore per la salute dei cittadini europei secondo ecologisti e medici. Così dalla Romania arriva la denuncia di Mihai per la nuova centrale di Galati da alimentare con carbone ucraino, dall’Italia la rete Stop Enel rileva le troppe le centrali a carbone con emissioni in peggioramento, oltre altre in corso di realizzazione persino nel parco del delta del Po. Sono arrivate tra le altre le testimonianze di Daniela Patrucco di Spezia Via dal Carbone, di Marzia Marzoli per i No Coke Alto Lazio, dei brindisini di No al carbone. Ma l’Enel è sotto accusa anche dove sfrutta la geotermia. Secondo il rappresentante del Coordinamento Movimenti per l’Amiata, quella geotermica ha poco di rinnovabile se il risultato è che la falda acquifera sotto il Monte Amiata si è più che dimezzata, creando problemi di approvvigionamento ad un bacino di popolazione che si estende sino a Grosseto, con danni reali anche all’economia dell’area. E la Regione Toscana insieme all’Enel è corresponsabile di questo disastro prossimo venturo.

Ma mentre fuori del palazzo si succedono gli interventi, dentro il palazzo entrano in gioco gli “azionisti” ambientalisti coordinati dalla Fondazione Banca Etica. Un nuovo fronte si è aperto contro le scelte di Enel, espressione, secondo una delle esponenti intervenute, Simona Ricotti di Civitavecchia, contro la collettività a cui vengono lasciati gli oneri sanitari e sociali delle ricadute negative delle emissioni. All’azienda arrivano solo gli utili guadagnati alle spalle delle popolazioni. E infatti non è un mistero che la centrale di Torre Valdaliga Nord contribuisca a stabilire il primato della città laziale per casi di tumore nella regione ma, nonostante questo, venga tollerato un utilizzo di carbone con un tenore di zolfo superiore allo 0,3%.

Ma di tutte queste denunce, che sono solo una parte di quelle fatte sul conto delle politiche energetiche, è difficile trovare traccia nell’informazione ufficiale salvo lo spazio dedicato dal Fatto Quotidiano o dal mensile Altreconomia, un fatto che la dice lunga sulle capacità persuasive di Enel, sulle sue note “compensazioni ambientali” che ignorano, fatto grave per un’azienda partecipata dallo Stato italiano, i costi sanitari e ambientali crescenti per le famiglie e per le strutture sanitarie.

Un altro aspetto critico di questa azienda investe la sua incapacità di porsi come driver dell’innovazione. “Enel è un’azienda che procede spedita verso il passato ignorando il futuro”, ha infatti dichiarato Andrea Boraschi, responsabile della Campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia.

E gli azionisti di Enel dovrebbero cominciare a preoccuparsi non solo delle azioni risarcitorie annunciate dai soggetti latino-americani o di quelle che arriveranno in seguito all’istituzione dei Registri Tumori, ma anche della scarsa capacità competitiva sacrificata sull’altare del carbone. E davvero è difficile pensare che questa azienda non abbia risorse da impiegare per svincolarsi da un modello produttivo ampiamente superato.



di Giorgio Zintu giovedì 2 maggio 2013 - 4 commenti oknotizie
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