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Disoccupazione: tra silenzi e vergogna

L’Italia è ormai una repubblica fondata non sul lavoro ma sulla sua progressiva scomparsa! Nel nostro Paese, disoccupazione, adulta e giovanile, sono in continuo aumento; disoccupazioni diffuse, radicate su tutto il territorio nazionale, in misura crescente non più temporanee ma di lunga durata, espressioni di un mercato del lavoro che offre sempre meno opportunità occupazionali, inseguendo logiche economiche dipinte come ineluttabili.

L’economia di mercato globalizzata, supportata da continue innovazioni tecnologiche e scientifiche, in nome della concorrenza e della massimizzazione del profitto ha attuato precise strategie per abbattere i costi di produzione, riducendo in modo drastico la forza lavoro, diventata una variabile economica da adeguare unicamente all’andamento della produzione industriale e alle oscillazioni dei costi e dei mercati.

Le strategie messe in atto? Ristrutturazioni aziendali, esternalizzazioni produttive, delocalizzazioni industriali, la flessibilizzazione del mercato del lavoro - degenerata in precarietà lavorativa, anticamera di tanta disoccupazione - l’internazionalizzazione del mercato del lavoro. Strategie economiche i cui effetti sono stati amplificati da una crisi finanziaria che si è riflessa sull’economia reale, provocando un drammatico aumento della disoccupazione.

E giorno dopo giorno tanto, tantissimo lavoro scompare! Ma facciamo finta di niente, facciamo finta che il mondo del lavoro non sia cambiato, insinuando nei disoccupati il convincimento che siano gli unici responsabili della loro condizione, per mancanza di impegno, di senso di responsabilità, di volontà e di chissà quali carenze e colpe personali!

Completiamo l’opera coprendo la disoccupazione di biasimo, di esecrazione sociale, e facendo leva sulle paure, sugli spettri che evoca: creiamo il vuoto intorno al disoccupato. Compito agevole in una società nella quale, sempre di più, le relazioni interpersonali, gli stessi valori sono plasmati a immagine e somiglianza dell’economia di mercato, che valorizza cittadini benestanti golosi di tutto e spendaccioni, non poveri disoccupati, consumatori da poco.

La mistificazione è compiuta! I disoccupati si scoprono cittadini inadeguati, colpevolizzati, stigmatizzati e sono indotti a subire passivamente la propria condizione, all’insegna di una vergogna strumentalmente cucita loro addosso!

E allora, disoccupati, facciamo la nostra parte, e…vergogniamoci! Vergogniamoci della nostra misera condizione, e vergogniamoci ancora di più se siamo disoccupati adulti!

Perché la vergogna ammutolisce, colpevolizza, mortifica, paralizza, spinge ad isolarsi, a nascondersi dagli altri, rendendo arrendevoli, rinunciatari, sottomessi…invisibili.

Ed è esattamente così che ci vogliono! La vergogna è uno strumento prezioso nelle mani delle oligarchie di potere; è un’arma subdola e potente, che trasforma incolpevoli vittime in facili prede. E come scrive Viviane Forrester: “la vergogna dovrebbe essere quotata in borsa: come elemento importantissimo del profitto!”. 

Il primo passo per un cambiamento? Non stare al “giogo”! Denunciare l’omertà e i silenzi che avvolgono la disoccupazione, liberandosi dal senso di colpa, dalla vergogna che l’accompagnano, frutti avvelenati di costruzioni culturali e sociali create ad arte per marginalizzare e ridurre al silenzio chi, della disoccupazione, è in realtà vittima! E lo possiamo fare insieme, imparando a esprimerci come una comunità solidale.

 

Questo articolo è stato pubblicato qui

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