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Povertà e disoccupazione in Italia. Perché?

di Luchino Galli e Maria Cabri

Delle migliaia di italiani morti di stenti o suicidatisi per motivi economici dall’inizio della crisi ad oggi i mass media ben poco hanno scritto e parlato. E ancor meno hanno reso testimonianza dei volti disperati di genitori indigenti ai quali sono stati sottratti i figli, dei visi angosciati di famiglie che hanno perso la casa all’asta giudiziaria o sfrattate per morosità incolpevole, delle vite di tanti, annichiliti dalla disoccupazione o da una precarietà lavorativa che troppo spesso si traduce in precarietà esistenziale.

Dopo la Grecia, è l’Italia il Paese della zona euro in cui la popolazione è più esposta al rischio di povertà e di esclusione sociale ma, con la Grecia, il nostro è l'unico Stato membro dell'Unione europea privo di un piano nazionale che le contrasti. Nel 2013, in base ai dati Istat, le persone in condizioni di povertà relativa in Italia erano 10.048.000 (il 16,6% della popolazione); quelle in povertà assoluta 6.020.000 (il 9,9% della popolazione), 1.206.000 in più rispetto all'anno precedente. E, come precisa l’Istat, “la stima della povertà assoluta non si riferisce e non include la povertà estrema, la popolazione cioè dei senza dimora”.

Eppure nel 2013 solo lo 0,7% della spesa pubblica per la protezione sociale è stata destinata al contrasto della povertà e dell'esclusione sociale, e dal 2008 al 2013, mentre deflagrava la crisi economica, il Fondo nazionale per le politiche sociali è stato ridotto del 76,5%.

Il 29 gennaio 2014 il Consiglio d’Europa ha diffuso il rapporto sull’attuazione della Carta sociale europea da parte degli Stati membri. Secondo il Comitato europeo dei diritti sociali, che ha realizzato il rapporto, “l’Italia non ha dimostrato di aver adottato misure adeguate per combattere la povertà e l’esclusione sociale”. Tra le violazioni della Carta, contestate all’Italia, la mancata istituzione di un reddito minimo garantito come misura di inclusione sociale e di contrasto alla povertà.

Anche nel rapporto “Social investment in Europe”, redatto dall'European Social Policy Network per la Commissione europea e pubblicato il 24 aprile 2015, è evidenziato come la mancanza di un reddito minimo garantito, nel nostro Paese, dimostri “l'assenza di una strategia complessiva nei confronti dell'indigenza e dell'esclusione sociale”.

Tuttavia il premier Renzi, “dimentico” di tali rapporti e del fatto che tra i 28 Paesi membri dell’Unione europea solo Italia, Croazia, Grecia e Ungheria non hanno ancora istituito il reddito minimo garantito, lo qualifica come forma di assistenzialismo anacronistica, roba da furbi, e per giunta anticostituzionale…

E intanto milioni di persone e famiglie italiane, abbandonate a loro stesse, continuano a precipitare in una spirale di povertà e di emarginazione dalla quale può non esserci ritorno. Lo sottolinea l’Istat: “la perdita di un lavoro si configura come uno degli eventi più rilevanti del percorso di progressiva emarginazione che conduce alla condizione di senza dimora”. 

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