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  Home page > Attualità > Società > Dimenticare Pasolini. Per non guardarsi allo specchio
di Andrea Meccia (sito) martedì 2 novembre 2010 - 13 commenti oknotizie
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Dimenticare Pasolini. Per non guardarsi allo specchio

Il 2 novembre del 1975, nel pieno degli anni di piombo e della strategia della tensione, Pier Paolo Pasolini veniva ucciso. La sua febbrile attività intellettuale e artistica, le sue prese di posizione provocatorie e una vita privata scandalosa agli occhi dei benpensanti morivano in un campetto di periferia. Ricostruiamo qui il clima politico in cui maturò quell’omicidio, uno dei tanti misteri del nostro Paese.

1969-1980. L’Italia è un paese in cui l’omicidio e la gambizzazione dell’avversario politico, la strage di civili innocenti, l’uso della violenza sono strumenti di lotta politica con cui il sistema Paese e l’opinione pubblica sono costretti a relazionarsi. La società civile e le istituzioni italiane affrontano la sfida difficile e cruenta del terrorismo politico di matrice fascista e comunista. L’episodio che segna ufficialmente la nascita della strategia della tensione è la strage neofascista del 12 dicembre compiuta a Milano nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Piazza Fontana, vicino il Duomo: 17 morti e 88 feriti, un mistero inestricabile fatto di depistaggi e coperture dei servizi segreti deviati i cui strascichi si ripercuotono ancora sulla vita democratica italiana.

Il 28 maggio del 1974 a Brescia, in Piazza della Loggia, c’è un comizio sindacale. Esplode un ordigno e 8 innocenti perdono la vita. Poco più di due mesi più tardi, il 4 agosto del 1974, nei pressi di Bologna, un’altra bomba esplode sul treno Italicus e 12 persone muoiono. L’episodio più cruento, il colpo di coda del terrorismo stragista neofascista è del 2 agosto del 1980. Alla stazione di Bologna scoppia un ordigno, muoiono 85 persone innocenti e 200 rimangono ferite. Il terrorismo nero adoperò lo stragismo, attraverso attentati dinamitardi in luoghi pubblici, per creare un clima favorevole ad uno spostamento reazionario e autoritario dell’asse politico italiano. L’episodio più eclatante del terrorismo di sinistra è compiuto dalle Brigate Rosse, il partito armato che il 16 marzo del 1978 fa un salto di qualità notevole nel bersaglio e nella strategia militare utilizzata. Le Br rapiscono il Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro uccidendo i 5 uomini della sua scorta. Quel giorno in Parlamento si stava per votare un governo presieduto da Andreotti appoggiato anche dai comunisti. Sembrava che le Brigate Rosse con il loro organo giudiziario, il tribunale del popolo, conducessero un processo alla Democrazia Cristiana, il partito della “controrivoluzione”, “antioperaio”, “ingranaggio perfetto di un sistema borghese e capitalista manovrato dagli Stati Uniti d’America”. Il 9 maggio il corpo di Aldo Moro verrà ritrovato nel cofano di una Renault 4 nel centro di Roma, a pochi passi dalla sede della Dc e a pochi metri da quello del Pci. Nella scelta del luogo dove far ritrovare il corpo del povero Moro, si legge un valore politico simbolico altissimo.

In 11 anni in Italia ci sono stati 11 stragi che hanno provocato 150 morti e 551 feriti. In totale 12690 attentati, 362 morti e 4490 feriti. Numeri impressionanti di una guerra civile che ha insanguinato il Paese frontiera fra l’Occidente liberale e capitalista con un Partito comunista forte ed importante e l’Est del blocco socialista. Il Paese era attraversato dall’ansia rivoluzionaria tradita all’indomani della Resistenza al nazifascismo e da tentativi reazionari e golpisti che assomigliavano alla caduta della democrazia in Grecia del 1967 e del Cile nel 1973. In questo clima politico e sociale Pier Paolo Pasolini conduceva la sua febbrile attività intellettuale e artistica. Romanzi, film, opere teatrali, poesie, dibattiti pubblici, articoli di giornale, polemiche, prese di posizione provocatorie e una vita privata scandalosa agli occhi dei benpensanti lo rendevano un personaggio unico nel panorama intellettuale dell’Italia del dopoguerra. Pasolini si sentiva un poeta e un poeta era per lui un eterno indignato. E la sua indignazione la esprimeva attraverso tutti i mezzi a sua disposizione. Dopo la strage di Piazza Fontana Pasolini realizzò in collaborazione con il gruppo extraparlamentare Lotta Continua un documentario di controinformazione dal titolo "12 dicembre". Era un viaggio da Nord a Sud nell’Italia di quegli anni che faceva da cornice al tentativo di mettere insieme fatti, nomi, eventi, ipotesi e testimonianze sulla terribile strage che aveva scatenato inoltre una violenta e pretestuosa repressione poliziesca verso il mondo dell’anarchia e della sinistra extraparlamentare.


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di Andrea Meccia (sito) martedì 2 novembre 2010 - 13 commenti oknotizie
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    di fernanda cataldo (xxx.xxx.xxx.211) 2 novembre 2010 18:43
    fernanda cataldo

    Complimenti per l’articolo! Vorrei dire al Signor Carlo Zanon, che Pasolini malgrado i numerosi processi organizzati nell’Italia "bigotta" di allora per toglierlo di mezzo, è sempre stato prosciolto da ogni accusa. E certamente non beneficiava di nessuna protezione politica né a destra né a sinistra. Meno male che all’estero la creatività è tutto il lavoro intellettuale che Pasolini ha messo in campo durante l’arco della sua vita, sono stimati come una grande opera universale. Non si può dire altrettanto di altri "personaggi" italiani.

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