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di Andrea Meccia (sito) lunedì 12 settembre 2011 - 0 commento oknotizie
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Festival di Venezia: A "Là-Bas" di Guido Lombardi il premio "Leone del Futuro"

Il lungometraggio Là-Bas (Italia, 2011, 100 minuti, V.O. francese/inglese/italiano) del regista napoletano Guido Lombardi si è aggiudicato il “Leone del Futuro - Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”. Il film - prodotto dalla Eskimo di Dario Formisano, da Figli del bronx di Gaetano Di Vaio e dalla Minerva Pictures di Gianluca Curti - racconta «l’educazione criminale» di un giovane immigrato africano nel difficile universo di Castelvolturno, a pochi chilometri da Napoli.

VENEZIA - Guido Lombardi, "film-maker, sceneggiatore due volte vincitore del Premio Solinas, regista di backstage e documentari", ha 36 anni. È napoletano e ha un viso che più mediterraneo non si può. Ha scritto la storia di Là-bas nel 2006. La scintilla nella sua testa è scattata nella scura nebbia dello smog di Napoli, osservando un ragazzo africano vendere con insolita maestria fazzoletti ad un semaforo. Nel settembre del 2008 è poi arrivata la strage di Castel Volturno. Sei corpi senza vita, sei vite spezzate, la dignità violata della comunità africana trasformatasi poi in rivolta sotto forma di grimaldello. Un arnese nelle nostre mani, per mutare la percezione di tanti destini anonimi e unidimensionali. Dice lo stesso Lombardi: "Con il suo contenuto di inaudita e incomprensibile ferocia, la strage è diventata per me l'estrema e paradossale rappresentazione del modo in cui noi occidentali concepiamo gli immigrati: senza distinguerli l'uno dall'altro, negando loro quella individualità che è alla base del concetto di persona". Ma il film non ruota attorno intorno al terribile evento, elemento narrativo reale e necessario per leggere meglio la vita di queste comunità africane, a due passi dai nostri corpi e a mille miglia dalle nostre coscienze.

Là-bas è un’espressione che vuol dire solo "laggiù". Così "un africano chiama l’Europa, immaginandola come un luogo lontano da casa propria", un’illusione spesso destinata a morire ben presto una volta messo piede qui da noi. Ma forse nel sottotitolo del film è concentrata l’essenza del percorso del protagonista di questa storia. Quella che intraprende Yssouf (Kader Alassane) è "un’educazione criminale", un percorso propedeutico alla vita nel nostro Occidente, un universo geografico e valoriale in cui la dignità fatica a respirare, soffocata dalla ricerca assoluta del successo economico. Ogni percorso pedagogico ha bisogno di un’anima razionale che indichi una via lungo cui incamminarsi. E il Virgilio di questo film è Moses (Moussa Mone), lo zio di  Yssouf. Sarà lui a iniziarlo al guadagno facile. Moses sa come vanno le cose da quelle parti, parla italiano, vive lì da tempo e sa con chi bisogna scendere a patti. Da suo nipote pretende solo - in perfetto stile familistico-aziendale - che gli sia fedele e che non si ponga troppo domande. Ma Yssouf, che ama disegnare e realizzare statue in metallo, sogna una vita diversa. È arrivato in Italia con l’aereo e ha visto per la prima volta il mare da vicino su un litorale domizio presentatoci senza retorica, in tutta la sua carica di disumanità. Yssouf cerca un lavoro e trova ricatto e sfruttamenti. Cerca l’amore e vede solo corpi costretti a vendersi. Moses lo educa anche ad un alfabeto che non abbia il sapore dell’emarginazione e della disperazione. Ricordate il Troisi di Ricomincio da tre che non si sentiva "emigrante" ma "viaggiatore"? Ebbene a Yssouf tocca vestire i panni di "un avventuriero" e smettere quelli del clandestino-extracomunitario-immigrato. Per vincere la sfida con la modernità europea gli tocca costruirsi una nuova identità, passando attraverso un ingannevole approccio linguistico.


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