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Digital First, "Digital Divide" e i quotidiani italiani

El País, il quotidiano non sportivo più diffuso in Spagna, ha di recente avviato una strategia "digital first" fortemente originale (anche per il rapporto che intrattiene con il suo passato, ovvero il suo archivio), ben presentata da Mario Tedeschini Lalli in due articoli (Giornalismo digital first? e El Pais guarda al futuro e re-inventa il passato). "Digital first" è diventata anche da noi espressione corrente almeno dal giugno dell'anno scorso quando il Guardian e l'Observer hanno intrapreso tale nuovo percorso per far fronte alle "sfide del futuro", ovvero per tentare di rimettere in sesto i conti (con britannica concretezza il pezzo appena linkato inizia con "The Guardian and Observer lost £33m in cash terms last year").
Il direttore Alain Rusbridger dichiarava: "Ogni giornale è in viaggio verso un qualche tipo di futuro digitale. Ciò non significa uscire dalla stampa, ma richiede una maggiore focalizzazione di attenzione, immaginazione e risorse sulle diverse forme che il futuro digitale probabilmente prenderà".
In relazione a questa scelta "digitale" e - importante specificazione - pure "aperta", il Guardian ha introdotto una grande serie di innovazioni (o ha innovato nell'uso di strumenti già noti):

  • adozione magistrale di Twitter con account ufficiali dedicati per le varie sezioni del giornale e account personali dei giornalisti (da News a Tech, da Rusbridger a Marina Hyde)
  • nuova applicazione Facebook che è subito diventata un modello da imitare
  • lancio di n0tice, la "open community news platform" (vd. NiemanLab)
  • lancio di Open Platform, un insieme di servizi (accessibili attraverso un API) per sviluppare prodotti digitali e applicazioni con il Guardian (buona presentazione di Ingram, che include anche un video dello sviluppatore del Guardian Chris Thorpe)
  • sperimentazione di un'apertura al pubblico della newslist, l'elenco delle storie che il giornale intende coprire ("Che cosa succederebbe se i lettori fossero in grado di aiutare le redazioni nel comprendere quali sono le storie su cui vale la pena di investire risorse giornalistiche?", qui l'elenco live).
  • grande impegno su contenuti che proprio attraverso il digitale trovano la loro migliore forma di espressione, in primo luogo il Guardian DataBlog, uno dei più illustri esempi di data journalism. Attraverso il web si possono offrire visualizzazioni dinamiche, dati grezzi e altri materiali, molto difficilmente riproducibili su carta.

Lasciando stare altri importanti aspetti che sarebbe ora troppo lungo analizzare è giusto riconoscere che nessun'altro giornale al mondo si è impegnato in una rivoluzione così radicale. E sinceramente, considerata anche la qualità di quel quotidiano su web, non posso che augurargli un buon successo economico, purtroppo per nulla scontato.

Il confronto con l'Italia riguardo all'elenco precedente non è lusinghiero. Certo anche Il Sole24Ore ha un datablog, ma come dimostrano le numerose e bellissime infografiche "statiche" (credo eseguite anche da Francesco Franchi) si tratta in primo luogo di una traduzione, spesso meccanica, in digitale di "contenuti cartacei". Certo Repubblica ha più di 800.000 mipiace su Facebook, e certo Repubblica ha una pagina mipiace come il panettiere all'angolo. Certo La Stampa qualche settimana fa proclamava con orgoglio di essere il primo quotidiano con un social media editor, Anna Masera, e nello stesso però consentiva ad alcuni suoi giornalisti di adottare sui social network un comportamento del tutto inaccettabile dal punto di vista professionale (Mazzetta 123), lontanissimo dalle "social media guidelines" del Guardian.

Il confronto è però metodologicamente scorretto perché, al momento e a mia conoscenza, nessun grande giornale italiano ha avviato anche solo "scavi esplorativi" per il digital first, che - ripetiamolo ancora - è in primo luogo una tra le opzioni economiche al momento più diffuse per far fronte a una situazione oggettiva di crisi nella stampa periodica tradizionale, "centrata sugli alberi morti".

Se misurare il ritardo sull'elenco qui sopra e sulle altre e\o ulteriori innovazioni di El País, qui non discusse, riesce ingeneroso per principio, resta invece opportuno mostrare come i nostri maggiori quotidiani, persi nel digital divide culturale più che immersi nel digital first, rimangano troppo più indietro rispetto a standard diffusi ovunque.

Dimostriamolo con un'operazione banalissima quale "cercare gli articoli di...". Carlo Bonini (Repubblica) e Marco Imarisio (Corriere) sono forse i più noti cronisti italiani (e autori di libri di successo). Ecco le screenshots di loro articoli sui due nostri principali quotidiani.


 

Bonini - Vertici Costa indagati..., Repubblica, 23/02/2012

 

Imarisio - Quei tre soldati italiani non sono morti di serie B, Corriere, 22/02/2012

Paul Lewis è un giornalista del Guardian che ha vinto il Reporter of the Year al British Press Awards 2010. Ecco come il Guardian presenta un suo articolo.
 

Evans e Lewis - Pensioner sues..., Guardian, 09/02/2012

Lewis ha il nome "cliccabile", che porta a una pagina con presentazione, recapito email e Twitter, tutti gli articoli scritti e la possibilità di abbonarsi al suo feed (e così accade per gli altri giornalisti e collaboratori del Guardian; email e Twitter sono, giustamente, opzionali).
 


Nulla di sconvolgente, sia chiaro. Tutte cose normalissime, convenzioni seguite da tanti giornali in tanti paesi, senza che sia messa in discussione la "primigenitura" della carta, funzioni talmente di base che sa implementarle un qualsiasi blog. E da noi le danno appunto siti d'informazione e cultura, tirati su in un'ora con WordPress e gestiti per passione da pischelli. Ma, evidentemente, agli occhi delle due maggiori testate d'Italia non si tratta di "standard da adottare".

Per trovare gli articoli di Bonini devo procedere con la ricerca di Repubblica, e filtrare con molta fatica quelli che sono su Bonini e non di Bonini... Ovviamente non ho alcuna possibilità di avere una visione d'insieme della sua produzione o abbonarmi al feed, e riceverne subito gli articoli nuovi, o seguirlo su Twitter, e mentre il giornalista può avere ottime ragioni per non usare quel social network, il suo giornale non ne ha davvero alcuna per farmi penare così tanto nel recuperare gli scritti di una sua notissima firma.
Digital divide first...

Questo articolo è stato pubblicato qui

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