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  Home page > Attualità > Politica > Di Pietro e l’Idv: liberali solo a parole
di Elia Banelli martedì 9 febbraio 2010 - 9 commenti oknotizie
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Di Pietro e l’Idv: liberali solo a parole

l primo congresso nazionale dell’Italia dei Valori ha confermato ciò che da tempo è sotto gli occhi di tutti: la confusione ideale e politica di un partito che racchiude tutto ed il suo contrario, tenuto insieme da una leadership auto-proclamata e difesa da un fortino di oligarchi e uomini di fiducia, con alla base un movimentismo ideologico di segno opposto, utile quando si tratta di prender voti ma epurabile quando prende una posizione netta contro le “incoerenze” dei vertici (vedi l’atto di denuncia di Francesca Tomasini).

Ma ciò che preme di più sottolineare, tralasciando i pettegolezzi sugli scontri Di Pietro-De Magistris, buoni solo per riempire qualche pagina di giornale, è la totale mancanza di un preciso programma di sviluppo economico e sociale.

Il grande paradosso è la natura stessa del l’Idv: guidato da un uomo espressamente di destra, che riflette la cultura di “legge ed ordine”, rivendica con orgoglio l’appartenenza al gruppo ELDR (il partito dei liberali europei e riformatori) ma ha alla base sociale i voti della sinistra radicale e “moderata”, e soprattutto persegue una piattaforma programmatica piuttosto “illiberale”.

Non esiste in Europa un partito “liberale”, i cui esponenti corrono in piazza con i megafoni ad ogni manifestazione di protesta dei lavoratori, come se la disoccupazione non fosse un fenomeno normale e purtroppo “fisiologico” in ogni sistema, sfruttando il malcontento sociale per picconare il governo, anche se la colpa ricade su aziende private (dimenticando che, al rovescio della medaglia, la stessa azione gli si rivolterà contro una volta al potere, a meno che con il centrosinistra si raggiunga un regime di piena occupazione...).

Non esiste un partito “liberale” che costruisce la sua piattaforma politica solo sulla protesta e si oppone a qualsiasi progetto riformista, anche se impopolare.

Di Pietro non fa che annunciare a piè sospinto referendum su tutto, dalla necessaria riforma Gelmini sulla scuola e l’università, alla liberalizzazione dei servizi idrici locali, fino al nucleare (ma lo stesso Di Pietro, in tempi non sospetti, ne era favorevole) impegnando risorse ed energie dei militanti in un’eterna lotta per la “conservazione” dell’esistente, che significa consegnare l’Italia ad un costante inesorabile declino.

Deludenti anche le proposte economiche, tirate in ballo senza mai una previsione di adeguata copertura finanziaria, a parte un vago rimando alla “lotta all’evasione” e un aumento della tassazione delle rendite (come se questo risolvesse davvero il problema).

Uno stile grossolano di far politica che ha un nome ben preciso: populismo.

Eppure Di Pietro si fregia del titolo di “uomo del fare” (vi ricorda qualcuno?) ed in effetti, da ministro è sempre stato favorevole alla modernizzazione infrastrutturale del paese (a proposito, l’Italia dei Valori come si schiera sulla Tav? E come la mettiamo con Grillo ed i movimenti?).


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