Secondo principio di giustizia – parte seconda: Le ineguaglianze sociali ed economiche devono essere combinate in modo da essere collegate a cariche e posizioni aperte a tutti in condizioni di equa eguaglianza di opportunità (John Rawls)
A voler considerare la crisi del debito pubblico come una opportunità per correggere le discrasie del nostro sistema politico ed economico, un punto da esaminare potrebbe essere quello della mancanza nella nostra società di attitudine ad una leale e corretta competizione. Volendo fare una analogia, è come se la macchina della nostra economia fosse una autovettura con le gomme a terra: possiamo mettere nel suo serbatoio tutto il carburante che vogliamo, certamente essa non camminerà bene.
Non basta una eguaglianza formale delle opportunità di accesso a tutte le posizioni sociali vantaggiose, nel senso che tutti possiedano gli stessi diritti legali di accesso: tutti devono avere una equa possibilità di ottenerle. "In ogni settore della società dovrebbero esservi, approssimativamente, eguali prospettive di cultura e di successo per tutti coloro che sono dotati e motivati nello stesso modo. Le possibilità di acquisire conoscenza culturale e capacità lavorative non dovrebbero dipendere dalla posizione di classe e, allo stesso modo, il sistema scolastico, pubblico o privato, non dovrebbe tenere conto delle barriere di classe". Così John Rawls, cui evidentemente familismo e clientelismo politico non stavano molto in simpatia. La nostra struttura sociale di base, invece, e ciò massimamente nel Meridione, è fondamentalmente caratterizzata da familismo e da clientelismo politico.
Dove si dovrebbe intervenire? Innanzitutto sull’istruzione, dove continuiamo a portarci dietro le sciocchezze della Riforma Gentile. L’idealismo gentiliano ha definito il percorso scolastico ritmandolo con sporadiche sessioni d’esame di tipo onnisciente e cumulativo, dove lo studente era portato ad inumani e del tutto sconsiderati sforzi di apprendimento nozionistico e mnemonico. L’esame di quinta elementare doveva accertare che egli tutto sapeva di quanto era “ideale” che avesse appreso nei primi cinque anni di studio; lo stesso valeva per i tre anni della scuola media al momento dell’esame finale; lo stesso per i due anni del ginnasio; lo stesso per i tre anni del liceo, con un esame finale particolarmente feroce, quello di maturità, che ha segnato in maniera indelebile i poveretti che sono stati costretti a farlo; per chi continuava in ingegneria vi era poi l’esame intermedio sul biennio propedeutico e, infine, quello di laurea del triennio applicativo. Una autentica follia; tanto che, a poco a poco, buona parte di questi esami sono stati aboliti ed i pochi rimasti sono stati ridotti ad una mera formalità.
Il rimedio trovato non è stato dei migliori: ha del tutto fatto venir meno ogni criterio di efficienza formativa e di corretta competizione fra gli studenti.
In questo non si trova alcuna pretesa di idealità nel rilascio dei diplomi e degli attestati. Credo sia impossibile spiegare ad un inglese o ad uno statunitense il significato di valore legale dei titoli di studio: deve essere il libero mercato del lavoro a valutare ogni persona che lavora e non l’aver conseguito un certo titolo di tipo ideale. Anche in questo deve intervenire la mano invisibile di cui parla Adam Smith.
Egregio signore dalle buone intenzioni, più che affannarsi in esempi esplicativi della (...)
08/09 18:40 -bellle parole...che non considerano i nepotismi, familismi e clientelismi che infestano la (...)
08/09 15:32 -giustissimo... nelle scuole italiane non si fa l’unica cosa veramente prioritaria: insegnare a (...)
08/09 13:28 - Damiano Mazzotti