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Castel Volturno: la provincia della Mafia africana raccontata da Sergio Nazzaro

Le foto in bianco e nero di Giovanni Izzo danno un contorno alle parole che Sergio Nazzaro utilizza nel suo "slow reportage" per descrivere una mafia di cui praticamente non si parla, di cui, a parte gli addetti ai lavori, si conosce molto poco e che ha come base operativa Castel Volturno, “cuore africano della provincia di Caserta”: la mafia africana. Ma se le foto le potete trovare, ad esempio, sul profilo Facebook dello scrittore o sul sito del fotografo, le parole per scavare nel profondo di questo fenomeno le trovate stampate in un libro uscito qualche settimana fa per Einaudi, "Castel Volturno. Reportage sulla mafia africana".

Quello che noi non vediamo è un insieme di spezzoni che ci arrivano slegati da qualche ritaglio di giornale o raro servizio del telegiornale. Pezzi di un puzzle che Nazzaro ci aiuta a mettere assieme fino a darci un'idea (fatta di storie, volti e numeri) di quel che significa mafia africana. Del perché dovrebbe interessarci più di quanto succeda e perché dovrebbe andare al di là dell'interesse che suscita solo quando sparano a qualche ragazzo africano e ci si ritrova per un giorno in piena battaglia, come successo proprio a Castel Volturno nel 2008, Nazzaro lo spiega perfettamente in queste 200 pagine.

Ma quello che sembra essere fondamentale per lo scrittore casertano sono proprio i numeri, i dati, che si insinuano armonicamente nelle storie di cui si compone il libro. Sono i numeri che danno il la al racconto, perché è là, nella loro comprensione, che si può capire la portata del fenomeno. Ma è anche la potenza delle storie che ci mostra il concetto di globalizzazione. Globalizzazione del fenomeno mafioso ovviamente, in un percorso che unisce l'Africa al Sud America, passando per l'Italia, la Bulgaria e arrivando a Dubai.

Ci ritroviamo in una sartoria sulla Domiziana dove Giuseppe Setola, assieme ad altri 4 sodali, fa irruzione e uccide sei persone, sei ragazzi africani, ferendone un altro (che sarà testimone fondamentale per farli condannare all'ergastolo), perché bisognava far capire chi comandava. Poi su una “carretta del mare”, tra sacrifici e riti voodoo, su una nave, al freddo, cercando di arrivare in Italia. Su un aereo con degli ovuli in corpo o a comprare case a Dubai ma soprattutto a Castel Volturno, nelle sue strade, nelle sue case (chiuse), nei suoi villaggi abusivi, nelle caserme della Polizia. E proprio con loro, con le forze dell'ordine, si svela la guerra impari, per numeri, lingua che si combatte quotidianamente: sono enormi, infatti, le difficoltà di comprensione del fenomeno a causa di comunità molto legate che si alternano ai problemi di traduzioni. Una sfida che è ancora in corso ma che ha portato un po' di frutti a casa, grazie alla testardagine di pochi.

A Sergio Nazzaro (che collabora anche con AgoraVox) abbiamo fatto qualche domanda

Cosa significa slow reportage. I reportage non sono slow per antonomasia?

Dovrebbero esserlo e molti lo sono, ma la maggior parte in Italia non lo sono, questa è la verità. Trionfa l’approssimazione, soprattutto di chi deve rispettare scadenze contrattuali con case editrici o con settimanali. Si scrivono emerite cazzate perché non si rispettano i lettori e si sottovaluta la sua capacità critica. L’idea mi è venuta riflettendo sul concetto di slow food, slow fish, perché non propugnare un concetto di slow reportage? Leggersi le carte, andare sul campo, riflettere, incrociare i dati, parlare con i protagonisti, togliersi dalle palle soprattutto. Mi spiego. C’è un forte egotismo di chi scrive, una sorta di mutazione in oracolo, che tutto sa e che tutto conosce e addirittura prevede. Un serio reportage invece mette in luce i veri protagonisti, uno slow reportage consegna nei minimi dettagli i meriti e i demeriti di un’inchiesta sul campo. Abbiamo ormai la memoria di un sms, si dimentica in fretta e sfugge ormai il senso del quotidiano reale. Proprio una maggiore capacità informativa, una forte presenza tecnologica (leggi foto, video, banche dati) dovrebbero far decelerare il giornalismo d’inchiesta, rallentarlo perché le fonti sono immense e vanno studiate e consultate.

Tu indaghi da anni la mafia africana. Ci fai capire perché qual è il suo giro d'affari e perché Castel Volturno è così importante?

Castel Volturno è semplicemente la centrale della mafia di origine africana in Italia. Di poi abbiamo mafia nigeriana, ghanese, tanzaniana. Il giro d’affari e stimato in svariate centinaia di milioni di euro, un flusso costante, in crescita ma difficilmente quantificabile. Non si sequestrano beni alla mafia africana, perché producono semplicemente denaro in quantità industriale che viene incanalato verso i paesi d’origine.

Quanto ci hai messo a scrivere questo libro e qual è stato il momento più complesso?

Voglio ringraziare pubblicamente la casa editrice Einaudi. Uno slow reportage nasce ed è possibile se si ha un editore serio e professionale alle spalle, significa avere un contratto, un anticipo e poter lavorare serenamente. Ho impiegato quasi due anni a scrivere questo reportage. I momenti complessi sono stati diversi, ma soprattutto sentire la responsabilità di essere stato accolto nella collana dei Saggi dell’Einaudi. È la maturazione professionale, non ci si può improvvisare. Infatti le correzioni, le analisi, il confronto con gli avvocati sono stati serrati affinché il lettore avesse tra le mani un lavoro serio. La domanda che mi fa incazzare maggiormente su questo reportage è: ma sono fatti veri? Ecco il momento più complesso, dover far comprendere a chi legge, chi intervista che non si raccontano fantasie romanzate, quindi la vera domanda è come mai siamo arrivati a questo punto in Italia? Una domanda di questo genere a chi scrive reportage d’inchiesta è offensiva, ma è successo qualcosa in Italia, ha trionfato il marketing del dolore, e aleggia il dubbio su tutto. Ma personalmente rifiuto questa domanda e questo atteggiamento. Credo che molti pagheranno la propria superficialità e l’aver giocato con il dolore altrui, ecco quello sarà un momento complesso, ma loro, non nostro.

Voodoo, tratta di esseri umani, schiavitù, religione. Insomma, la mafia africana non è solo droga...

La mafia africana è un crimine organizzato che ha però radici culturali ancestrali e questa la rende complessa e di difficile interpretazione.

A proposito di voodoo (che torna spesso nel libro), quanto è labile il confine tra luogo comune, folklore e realtà?

Qualche giorno fa i giornali titolavano: Casale di Principe 20 arresti, narcotraffico e voodoo. Lo dico da anni, non è folklore, che ci piaccia o meno, che ci crediamo o meno.

Perché è la mafia africana è sopportata dalla camorra? Quando è cominciata questa unione e qual è il valore aggiunto.

Perché la camorra non è un’organizzazione criminale seria. Semplice. Sono frammenti violenti e impazziti che mescolano le carte su un territorio abbandonato. Di poi qualcuno ha voluto trasformare la camorra in un Golem inesistente. Mafia e ‘Ndrangheta non permettono invasioni di campo. Anche se poi collaborazioni su scala internazionale ci sono, ma dove gli affari sono di svariate centinaia di milioni di euro. Il territorio però rimane loro.

Durante una presentazione a Castel Volturno la comunità africana ti ha accusato di raccontare una cosa che non esiste. Insomma le differenze tra bianchi e neri a volte sono molto labili...

Infatti, si nega l’evidenza, soprattutto senza aver letto nulla del mio libro. Dire che non esiste la mafia nigeriana ma sono atti criminali individuali, significa semplice o essere stupidi o criminali. A Castel Volturno non ci sono persone stupide, bianche o nere che siano. L’affermazione che mi ha fatto avvelenare come un ramarro è stata quando mi hanno accusato di non avere rispetto, e di essere ostile. Oltre metà del mio libro, anzi tutto è stato fatto lavorando con amici africani giorno e notte e le loro esperienze di dolore hanno il posto predominante. Quindi chiunque bianco o nero afferma che il mio libro è ostile o manca di rispetto alla comunità africana deve andarsi a farsi fottere.

Per dimostrarlo, tra l'altro, sui social hai postato le foto di Izzo dei luoghi e delle persone viste. Qual è stato il suo ruolo?

Giovanni Izzo è semplicemente uno dei maggiori fotografi italiani. Un patrimonio culturale che deve avere ancora il suo giusto riconoscimento. La sua fotografia è imponente, umana, delicata, compassionevole, ma allo stesso tempo non concede tregua. Io sono onorato di avere la copertina del mio libro firmata da Giovanni Izzo, pensa che Einaudi ha stampato la foto sulla prima e la quarta, una sua prima volta, proprio come omaggio alla bellezza dell’immagine. Credo che Izzo sia superiore al mio lavoro perché spiega perfettamente quello che cerco di dire, ma lo fa senza parole ed è comprensibile da tutti nel mondo. Ecco chi un giorno dirà che non sapeva, mente, ed è un criminale, bastava osservare.

Si ringrazia Giovanni Izzo per le foto

Commenti all'articolo

  • Di (---.---.---.42) 4 maggio 2013 13:37

    Il libro di Nazzaro non è solo un reportage sulla mafia africana, ma anche la descrizione di alcuni clamorosi fallimenti. La nascita di un immenso ghetto africano sul litorale nord della Campania, lungo una ventina di chilometri, da Mondragone a Giugliano inglobando tutto il tratto costiero castellano, è in primo luogo il fallimento di ogni poliica di inclusione e assimilazione degli immigrati. Un ghetto che è potuto sorgere nella spontaneità più assoluta sulle ceneri di due fallimenti, la politica di gestione del territorio da parte della Regione e il turismo balneare.

    Un concentrato di errori politici locali e nazionali, un vuoto di potere e di gestione della vita quotidiana hanno generato un mostro sociale unico che è davvero difficile da far capire a chi non lo conosce di persona. Ma il libro di Sergio Nazzaro è abbastanza efficace a rendere percepibile questa drammatica realtà umana e territoriale.

    Il libro di Nazzaro è da leggere per chi vuol comprendere cosa sia Castelvolturno, uno dei più gravi bubboni tumorali dell’Italia e dell’Europa.

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