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Capolavori del cinema italiano: "Morte a Venezia", di Luchino Visconti

Capolavori del cinema italiano: "Morte a Venezia", di Luchino Visconti

La complessità del cinema di Luchino Visconti affonda le proprie radici negli anni lontani della prima formazione del regista milanese.

Quella di Visconti, come è noto, non è una preparazione accademica in senso stretto ma piuttosto un curriculum di studi individuale che gli consente di abbracciare, fin dagli anni dell’adolescenza, una molteplicità di interessi maturati, seguiti e incoraggiati innanzitutto all’interno della propria famiglia (famiglia di nobili origini quella dei Visconti di Modrone, all’interno della quale, nei primi due decenni del secolo XX, l’arte nelle sue più diverse forme si ‘respira’ e si pratica quotidianamente).

Molto presto Visconti inizia a interessarsi di teatro, di letteratura e di musica. Il suo interesse per il cinema arriverà successivamente, intorno agli anni Trenta del Novecento.

In ambito cinematografico risulta di fondamentale rilievo l’esperienza maturata dal giovane Luchino al seguito del regista francese Jean Renoir: nel film ‘Une partie de campagne’ del 1936 un Visconti ai suoi esordi nel mondo del cinematografo fa da assistente al cineasta francese occupandosi anche dei costumi di scena.

Particolare predilezione e maestria, poi, il regista lombardo mostra nel corso degli anni per la cura degli arredamenti e delle ambientazioni in cui si sviluppano le storie e all’interno delle quali si muovono e recitano gli attori del teatro e del cinema viscontiani. 

Tali ulteriori tendenze artistiche derivano a Visconti da consuetudini, gusti e inclinazioni estetiche che fanno parte dello stile di vita di quel ceto aristocratico all’interno del quale egli nacque e visse.

E’ quindi una nutrita serie di elementi quella che, unita alla particolare ‘letteraria’ predisposizione del regista per l’introspezione e la speculazione esistenziale, concorre a caratterizzare i film di Visconti, opere d’arte che offrono allo spettatore più attento e culturalmente preparato innumerevoli motivi di riflessione.

Tanto è ricca di tematiche l’opera viscontiana che una analisi delle opere cinematografiche dell’artista lombardo potrebbe concentrarsi a seconda dei casi sugli aspetti di carattere sociale, storico e politico messi in evidenza, ad esempio, da films del primo Visconti come Ossessione, La terra trema, Senso, Rocco e i suoi fratelli oppure sui profili più intimistici e di taglio in buona parte autobiografico presenti in Morte a Venezia e Ludwig .

Particolarmente significativo, sotto quest’ultimo profilo, è ‘Morte a Venezia’, film del 1971 ambientato nella città lagunare grossomodo nei primi anni del Novecento che figura tra i maggiori capolavori dell’ultimo Visconti.

Tratto dall’omonimo romanzo breve di Thomas Mann, il lungometraggio si rivela, fin dalle prime sequenze, opera di vita, di morte e di nostalgia che in modo struggente e continuo tormenta il protagonista con immagini di felicità ormai sbiadite.

Gustav Von Haschenbach, spossato e abbattuto per una serie di eventi negativi che si verificano nell’ambito della propria sfera esistenziale e artistica intraprende, solo, un viaggio a Venezia. All’Hotel des bains, presso cui il musicista tedesco è alloggiato, rimane piuttosto colpito dalla non comune bellezza di un giovinetto di nobili origini polacche, Tadzio. La passione per Tadzio suscita in Von Aschenbach una serie di sentimenti, sensazioni e meditazioni nostalgiche che l’opera di Visconti e l’interpretazione di Dirk Bogarde, sommo interprete viscontiano la cui carriera di attore si trova in quegli anni alle battute finali, rendono in maniera mirabile.

Il tema dell’omosessualità (Visconti ebbe in vita numerose relazioni di tipo omosessuale , la più nota e duratura delle quali fu quella che egli intrattenne con l’attore austriaco Helmut Berger, straordinario protagonista di ‘La caduta degli dei’ e ‘Ludwig’ ) nel film viene presentato in maniera diretta.

Un film contemplativo e decadente dove l’arte e il bello che sfiorisce svolgono, diremmo così, un ’ruolo’ di primo piano. ‘Morte a Venezia’ si distingue per le frequenti lunghe, lunghissime sequenze, e per essere interamente concentrato (si potrebbe addirittura affermare che l’intera compagine dei personaggi/attori del film fa da ‘contorno’ e agisce esclusivamente in funzione delle movenze e degli stati d’animo del professore interpretato da Dirk Bogarde) sulla figura di Gustav Von Aschenbach, compositore di musica che richiama la figura eminente del musicista austriaco Gustav Mahler a cui Thomas Mann si ispirò per delineare i caratteri del personaggio principale di ‘Morte a Venezia’ ; una variante introdotta da Visconti ai fini della riduzione cinematografica, questa, dato che all’interno dell’opera originale del letterato tedesco, Von Aschenbach è invece uno scrittore.

A rendere la generale atmosfera di ineluttabile declino presente nel film ancora più percepibile e struggente è la spettrale, magnifica descrizione filmica della città di Venezia in preda al colera. Von Aschenbach tenta di celare il proprio stato di decadimento fisico facendosi truccare pesantemente il viso; malato, muore in piena solitudine sulla spiaggia del Lido veneziano. Nelle ultime battute del lungometraggio, il caldo afoso scioglie il trucco che pateticamente cola sulla divenuta ormai grottesca ‘maschera tragica’ del professore.  

Si è osservato che ‘Abbandonati i problemi politici e sociali, accantonate le questioni storiche e critiche, Visconti affronta in ‘Morte a Venezia’ il centro del dramma umano, astorico e asociale, l’essenza stessa – metafisicamente intesa – della vita e della morte, o meglio di questa come vera ragione di quella’ [Gianni Rondolino, Luchino Visconti, Utet, Torino 2003, p.496]. 

Sintesi estrema, quella formulata da Rondolino, dell’essenza di un film semplicemente perfetto.

 

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