"Ho sempre avuto l’impressione di vivere in alto mare, minacciato, nel cuore di una felicità da re."
Albert Camus

Ci si trova, a volte, di fronte a opere d’arte apparentemente incomprensibili dalle quali si rimane affascinati in un oscuro vincolo, un legame che dura nel tempo. Pensiamo ad alcuni film di Antonioni; pensiamo a Deserto rosso. Opere d’arte, come questa citata, nascondono un mistero, un segreto, forse sconosciuto allo stesso autore, che si svela lentamente, avec le temps. In opere artistiche come queste, l’autore, più o meno consapevolmente, non cerca una comunicazione immediata con l’altro da sé, cerca una profonda dialettica. In questa libera espressione l’artista esprime soprattutto il proprio pensiero nascosto, esprime se stesso. In questi rari casi l’opera d’arte diviene linguaggio universale. Una di queste opere è Lo straniero di Albert Camus. In questo testo ogni pagina, ogni frase rivelano ben di più del significato letterale che esse propongono; all’interno del linguaggio vi è il pensiero inconscio dell’autore, il proprio ritmo, la propria musica, le proprie domande.
Quest’anno si celebra, troppo silenziosamente, il cinquantenario della scomparsa di Albert Camus. La nemesis storica, lentamente, sta riparando agli inganni culturali che hanno sfregiato la sua immagine. La crescente fortuna delle sue opere continuamente ristampate in decine di lingue diverse, in ogni parte del mondo, gli ridanno ciò che non gli è stato riconosciuto in vita, soprattutto dalla cultura francese tutta presa a glorificare intellettuali come Marcuse, Foucault o Sartre. Ma si sa, il tempo è galantuomo ed immerge nell’oblio i più grigi personaggi. L’opera di Camus ha ben altro respiro. Essa è legata al suo modo di essere: egli non faceva mai la differenza tra l’opera, la vita, e la persona.
La sua storia è la storia di una lotta continua; la biografia è costellata da continue ribellioni, da quando lascia il partito comunista al quale aveva aderito solo tre anni prima “con molte riserve e poca fede”. Nel 1937 il Partito Comunista Francese, i cui ideali avrebbero dovuto essere quelli dell’uguaglianza proclamata durante la Rivoluzione francese, espulsero quelli che, secondo loro, non erano uguali a loro. I comunisti francesi delle colonie, sobillati da Stalin, si erano trasformati in colonialisti, e quindi in razzisti, ed avevano cacciato gli Arabi iscritti al partito.
Certamente a Camus, sin dalle elementari, nelle scuole dei colonialisti francesi, gli avranno insegnato che gli Arabi non erano esattamente esseri umani come loro. Al piccolo Albert insegnavano che loro, i Francesi, li avevano colonizzati per esportare quell’eguaglianza che avevano avuto in eredità dai padri della rivoluzione che ha cambiato il volto dell’Europa occidentale. Ma forse quel volto era solo una maschera vuota. Certamente, al piccolo Albert, avranno insegnato gli ideali della rivoluzione francese: libertà, uguaglianza, fratellanza, ma, sicuramente, gli avranno anche detto che per essere liberi, uguali e fratelli si deve appartenere alla razza bianca, meglio se francese. Probabilmente Camus, sin da piccolo, per non essere travolto da questa tremenda credenza, da questa negazione mortale verso l’altro da sé, aveva salvato qualcosa di sé. Qualcosa di molto profondo e prezioso.