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di Laura Meloni domenica 9 maggio 2010 - 5 commenti oknotizie
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Anniversario della morte di Peppino Impastato: “La mafia è una montagna di merda”

Anniversario della morte di Peppino Impastato: “La mafia è una montagna di merda”

Ecco cosa Peppino Impastato pensava fosse la mafia. Semplice, diretto ed efficace. “Mafia, una montagna di merda”, era questo il titolo di un suo famoso articolo comparso nel 1966 sul giornale “L’Idea socialista”. Peppino Impastato era un ragazzo semplice, coraggioso ancor più perché proveniente da una famiglia mafiosa, coraggioso perché non solo attaccava la criminalità organizzata, ma perché la derideva, la dileggiava e la metteva in ridicolo.
 
Nel 1977 aveva fondato Radio Aut, libera e autofinanziata, di cui la trasmissione satirica Onda pazza era uno dei programmi più seguiti. La sua voce doveva essere diventata insopportabile per il boss del paese, Tano Badalamenti. Sentirsi sbeffeggiare con quel soprannome, don “Tano seduto”, doveva mandarlo fuori di testa. I boss son persone da rispettare, non omuncoli che un ragazzo qualsiasi si poteva prendere il lusso di prendere per i fondelli, di irridere agli occhi dei conterranei.
 
Così, don Tano, decise che per quel giovane del suo paese era giunta l’ora di stare zitto, di tacere. Quel trentenne insolente doveva essere tolto di mezzo, aveva parlato abbastanza. Figurarsi che aveva pure deciso di candidarsi alle elezioni comunali, dove avrebbe potuto infilare ancora più il naso in affari che non lo riguardavano. Diede l’ordine di ammazzarlo, nonostante il buon cognome che portava. Il giorno delle elezioni non lo avrebbe proprio visto. Come avrebbe potuto un potente boss sopportare un affronto del genere? I boss vengono spiazzati dal coraggio delle persone libere. La vigliaccheria è la sola a dominare le loro vite.
 
E così, la notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 Peppino saltò in aria sui binari della ferrovia del paese, il suo corpo venne adagiato su cinque chili di tritolo. Di Peppino Impastato non rimase più nulla. La magistratura, le forze dell’ordine e la stampa parlano prima di un atto terroristico di cui l’attentatore stesso sarebbe rimasto vittima, poi viene fuori la storia del suicidio, una serie di depistaggi a cui gli amici e i familiari non credono. Loro sanno che Peppino è stato ammazzato, sanno che a volere la sua morte è stato don Tano. Solo nel 1984, l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, grazie alle indicazioni del consigliere istruttore Rocco Chinnici, che era stato ammazzato l’anno precedente, emette una sentenza a firma di Antonino Caponnetto, in cui si stabiliva la matrice mafiosa del delitto, ma a carico di ignoti. Bisognerà attendere l’11 aprile del 2002 perché Badalamenti venga condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio. Due anni prima la Commissione parlamentare antimafia aveva approvato una relazione che riconosceva la responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.
 
Quest’anno la casa confiscata di Badalamenti verrà restituita alla comunità. Un bel modo per ricordare Peppino Impastato nel trentaduesimo anniversario dalla sua scomparsa.

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