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Tra flat tax incrementale e condono preventivo

La maggioranza strappa i residui traballanti denti al concordato preventivo, che diventa così la sostanziale certificazione dello status quo, evasione inclusa

Le Commissioni Finanze di Camera e Senato hanno concluso l’esame del cosiddetto concordato preventivo biennale, il regime di adempimento collaborativo per autonomi e imprenditori individuali con fatturato non superiore a 5 milioni di euro annui, che dovrebbero pagare le tasse per il prossimo biennio in base alla stima di redditività fatta dall’Agenzia delle Entrate.

Su questa misura punta molto il suo creatore, Maurizio Leo, che sta tentando di darle nuova vita dopo il miserabile fallimento degli anni tremontiani a via XX Settembre. I miei dubbi li ho esplicitati da subito: in caso di contesto recessivo nessuno aderirebbe. Inoltre, mi è parso da subito singolare, per non dire non credibile, il fatto che i sostenitori di questo revival puntassero su di esso per aumentare il gettito. Come è possibile chiedere più tasse al ceto più amato dai meloniani, quello che viene difeso nella lotta contro “il pizzo di Stato”, e che per una malevola diceria appare avere un tax gap del 70% sull’Irpef? Insomma, non disturbare chi vuole fare, anche se fa nero.

VIA GLI ISA

Le Commissioni parlamentari, evidentemente preoccupate che tale misura di adempimento collaborativo potesse realmente aumentare il gettito, hanno espresso alcuni pareri che l’esecutivo pare incline a recepire, in vista della pubblicazione del relativo decreto legislativo. Nella versione attuale dello schema di Dlgs, si accede al concordato preventivo biennale a patto di avere un indice sintetico di affidabilità (ISA) pari ad almeno 8.

Le Commissioni Finanze hanno chiesto di rimuovere questo intralcio, la cui presenza rischia (questa è la motivazione) di ridurre grandemente il numero di contribuenti aderenti, sino all’incirca a dimezzarlo. Peccato che gli intendimenti originari della misura fossero quelli di consentire la partecipazione facendo emergere componenti positive di reddito, sul quale pagare le conseguenti tasse. Questo sarebbe stato, con alta probabilità, il principale canale di produzione del gettito aggiuntivo. Che ora viene meno.

Certo, gli indici ISA non sono il Vangelo per i credenti. Hanno mostrato e continuano a mostrare criticità. Chi scrive si è trovato a viverle sulla propria pelle, anni addietro, con un punteggio basso pur dichiarando sino all’ultimo centesimo di reddito da lavoro autonomo (non ho avuto accertamenti, per chi se lo stesse chiedendo). Ad ulteriore esempio, le cooperative tendono ad avere bassi punteggi ISA in relazione alla classificazione delle agevolazioni fiscali ricevute.

Ma tutto questo rappresentava semmai l’esigenza di agire preventivamente sugli ISA, riformandoli. Invece, nella più tipica attività italiana di costruzione dal tetto verso le fondamenta, meglio sbarazzarsi di un indicatore di affidabilità fiscale imperfetto. Liberi tutti, insomma. Peraltro, restava indeterminato il destino di quanti non avessero aderito al concordato. Sarebbero stati sottoposti ad accertamento? Secondo alcune opinioni, ciò sarebbe stato necessario per dare dentatura al nuovo istituto. A lume di logica, mi verrebbe da concordare, scusate il gioco di parole.

AL VOSTRO BUON CUORE

Le commissioni parlamentari hanno poi “suggerito” l’opportunità di mettere un tetto massimo del 10% all’eventuale aumento di reddito previsto nel biennio di concordato preventivo rispetto al dichiarato nel periodo d’imposta precedente. Che è come dire che si cristallizza l’imponibile e si chiede graziosamente al contribuente autonomo se ha spiccioli da dare alla Nazione tenendosi tutto il resto, fatto felicemente emergere.

Difficile sfuggire all’impressione che la misura finirà nel nulla, o meglio servirà a chi oggi occulta imponibile per evitare accertamenti per almeno un biennio, contro pagamento di briciole. Più che un concordato preventivo, questo ha l’aria di essere un condono preventivo. Viene meno la speranza di produrre gettito aggiuntivo per emersione di reddito necessaria a raggiungere la soglia di affidabilità minima per partecipare: secondo la relazione tecnica, infatti, si stimava che 800.000 partite Ive con ISA inferiore a 8 avrebbero fatto emergere redditi per 10 miliardi, su cui pagare tasse aggiuntive per 650 milioni. Che ora mancheranno all’appello stimato.

Ma tale gettito potrebbe materializzarsi grazie all’elevata adesione al nuovo istituto resa possibile dal sostanziale abbassamento dell’asticella, col tetto di incremento dei ricavi di solo il 10% in un biennio. Se poi dovesse servire recuperare ulteriore gettito, si può sempre tornare a estrarre dal cilindro la flat tax incrementale, a cui peraltro il nuovo concordato preventivo finisce ad assomigliare sempre più. Misure meno visibili dei tradizionali condoni.

Non disturbare chi vuol far nero, quindi? L’unica certezza è che a restare neri sono i kulaki, che continuano a pagare l’Irpef per un numero crescente di persone.

  • Aggiornamento del 25 gennaio 2023 – Il governo recepisce la richiesta di eliminare il voto minimo ISA ma non quella di limitare al 10% in un biennio l’incremento di ricavi per la proposta di concordato. Evitata la certificazione formale del via libera all’evasione fiscale ma tutto dipenderà dalle proposte dell’Agenzia delle Entrate e dalla sua capacità di accertamento. Ricordiamo che solo il 5% delle partite IVA soggette agli ISA riceve un accertamento.

Foto di martaposemuckel da Pixabay

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