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Suicidio politico: il caso francese di Dominique Venner

Martedì 21 maggio, lo scrittore e storico di estrema destra Dominique Venner si è suicidato a Parigi nella chiesa di Notre Dame. Un fatto di cronaca di cui poco si è parlato in Italia, ma significativo per molte ragioni. Dominique Venner si è tolto la vita come estremo gesto di protesta contro la legge che in Francia permette finalmente il matrimonio e l'adozione di minori da parte di persone dello stesso sesso (in Italia stiamo ancora aspettando). Un suicidio politico, orgogliosamente rivendicato.

Il Venner è sempre stato un teorico della Francia tradizionalista e ultra cattolica, quella legata ai miti dei Galli e alla storia della Vandea. È stato paracadutista volontario nella guerra d'Algeria e militante dell'Oas, il movimento clandestino che puntava mantenere il potere coloniale di Parigi in Nord Africa. Un revisionista e negazionista dei crimini del nazismo. Un attivista nel denunciare il ruolo determinante di governi, partiti e sindacati, ma anche di padronato e Chiesa, nel favorire con ogni mezzo l'immigrazione afro-magrebina e di conseguenza la caduta progressiva della Francia in mano ai musulmani.

Un reazionario coerente che non ha mai smesso in tutta la sua vita di guardare indietro. Un reazionario con il torcicollo, si potrebbe dire. E infatti, Marine Le Pen, leader del partito fascista francese Front National, si è subito affrettata a parlare di un atto degno del massimo rispetto, “destinato a risvegliare le coscienze”. Ma “risvegliare le coscienze” perché, e a quale scopo? La finalità del gesto non è indifferente se si vuole dare un giudizio di merito sulla vicenda.

Il suicidio politico non è un fenomeno nuovo. Solo alcuni esempi fra tutti. Durante la guerra del Vietnam molti monaci buddisti si immolarono con il fuoco per - appunto - risvegliare le coscienze, cioè per far capire ai vietnamiti loro connazionali la necessità di lottare anche a costo della vita contro l'occupante Usa. E proprio negli stessi anni, nel 1969, lo studente cecoslovacco Jan Palach si toglieva la vita a Praga per protestare contro l'occupazione sovietica del suo paese. E poi nel 2011 il giovane tunisino Mohamed Buazizi si dava fuoco in segno di protesta per le condizioni economiche del suo paese e contro la dittatura di Ben Ali.

In tutti questi casi suicidio politico per nobili motivi. E, per venire ai nostri giorni, molti casi di suicidio per colpa della crisi possono essere considerati unicamente come provocati dalla disperazione per la perdita del lavoro, o della casa o dell'azienda? Molte volte è anche presente - e preponderante - il dato della protesta contro le istituzioni e la società viste come indifferenti e lontane, o addirittura come nemiche.

Non tutti i casi di suicidio politico hanno però nobili motivi, e la morte del Venner ce lo dice. Sono da condannare se considero questo suicidio, viste le motivazioni del gesto e la storia del suo autore, come suicidio per motivi abietti? Con questo non sono affatto contento di questa morte, come non sono contento della morte di qualunque essere umano. Mi limito a pensare che se ci fossero meno Dominique Venner in circolazione, il mondo sarebbe un po' migliore.

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