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Questa folle città di nome Beirut...

A Beirut fatico sempre a capire cosa succede. A fare letture chiare. A dare qualcosa per scontato. Perché nulla lo è. Senza andare troppo lontano, molto spesso mi fermo ad osservarne i dettagli. Mi basta quello.
 
E così, in una domenica uggiosa, capita di sederti a bere un succo in un ristorantino del centro, almeno fai due chiacchiere, leggi un libro, controlli internet e ti rilassi. E mentre cominci a sorseggiare un succo di frutta alla carota, vedi che arrivano due tipi, vestiti casual, giovani, pantaloni e maglietta senza pretese.
Li guardi con fare svogliato e quando sono ormai di spalle e stanno per sedersi, ti accorgi che dal jeans spunta un'inconfondibile sagoma, in una frazione di secondo ti dici "ma vedo bene? quella è una pistola?!" E, benché senza occhiali, devi aver fatto una smorfia talmente assurda che uno dei due, capendo bene, ti saluta dicendo che sono dei poliziotti, puoi stare ben tranquilla.
 

Oppure cammini in un quartiere tranquillo, attraversi quella che è stata la linea di demarcazione tra il quartiere cristiano e quello musulmano, "la linea verde che era il filo armato tra la Beirut Est di Sharon e cristiano maroniti e la Beirut Ovest, islamica e di Arafat" e t'imbatti in un numero infinito di croci rosse, una sul muro di ogni casa, quasi a rievocare il racconto della Pasqua, "quando il Signore vide il sangue dell'agnello sulle porte delle case di Israele "passò oltre", colpendo solo i primogeniti maschi degli egiziani, compreso il figlio del faraone". 

O t'imbatti all'improvviso in una riproduzione della statua de La pietà di Michelangelo fissata lì a caso tra i palazzi fatiscenti del quartiere. Non solo La pietà ma anche un centurione romano e un'ingombrante croce di legno. Messi lì, in bella vista in mezzo al nulla, come un cazzotto in un occhio. O una baita in legno con la scritta felafel immersa nel contesto urbano beirutino che sembra essere piombata da qualche Paese del nord Europa. E poi ti fermi a mangiare un panino, il tipico manaeesh, e i due panettieri siriani ti mostrano un piatto che stanno preparando chiedendoti conferma sul fatto che sia proprio quella la ricetta armena, perché ai loro occhi tu sei russa quindi dovresti saperlo.

 

Ma dato che sei italiana, ne approfittano per chiederti se è facile dall'Italia arrivare in Germania, hanno intenzione di prendere l'aereo fino ad Algeri per poi passare in Tunisia e tuffarsi in Libia, da cui s'imbarcheranno per l'Italia, con 3000/3500 dollari dovrebbero cavarsela.

E, regalandoti del pane appena sfornato per la cena, ti lasciano con quello che, secondo loro, è un paradosso tutto libanese, "qui l'esercito è ovunque ma non c'è sicurezza, in Siria, con Assad, non c'era esercito ma c'era sicurezza". Ma, alla fine, è quel paio di manette appeso a mo' di ciondolo allo specchietto retrovisore di un taxi che si aggiudica il premio per dettaglio più buffo e forse raccapricciante notato...

 

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