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Oscure inclinazioni. Riflessioni su "Il giocattolo rabbioso" di Roberto Arlt

Roberto Arlt, Il giocattolo rabbioso, Cargo, Napoli, 2012

Un groviglio di volontà di potenza, desiderio di prestigio, voglia di trasgressione; e insieme di frustrazione, paura della miseria, umiliazione; e poi ancora incertezza, indeterminatezza, ricerca di riscatto …

Tutto ciò è espresso magnificamente nel libro Il giocattolo rabbioso di Roberto Arlt, un romanzo del 1926, ristampato in italiano da Cargo più di trent’anni dopo l’edizione di Savelli del 1978.
 
Ambientato nella Buenos Aires dei primi del Novecento, vede protagonista un descamisado di nome Silvio Drodman Astier, un giovane che cerca un posto nel mondo dapprima attraverso l’illegalità, in seguito diventando un possibile emblema della meschinità piccolo borghese.
 
“Certezza della propria inutilità” (p. 52), sfasamento, disperazione, Silvio Astier appare a noi come un personaggio dostoevskiano, come il suo “coetaneo” come nascita letteraria Nicolas Aftalion, il protagonista de La Coalizione di Emmanuel Bove (2011), pubblicato appena un anno dopo, nel 1927. Silvio e Nicolas hanno in comune il sentimento di deriva, la pressione familiare della ricerca di un’occupazione lavorativa, l’ombra dei propri “padri”. Due ragazzi che tentano di slegarsi da un’esistenza predeterminata, percepita come esito di un destino in parte trascendente, in parte obbligato dalla propria condizione sociale. E così entrambi vivono nella convinzione che il mondo gli sia contrario, che affannarsi non serve, che tutto ruota intorno a forze incontrollabili.
 
Astier è un individuo che sente l’impossibilità della propria realizzazione, che nutre disgusto per ciò che lo circonda, che percepisce l’ingiustizia della propria condizione.
 
In una Buenos Aires multiculturale, dove tutto appare caotico e infame, il protagonista, prigioniero di una perenne condizione adolescenziale, si ritrova spesso al confine tra lecito e illecito, sulla soglia che separa vita e morte, conteso tra speranza e disperazione. Da qui l’attualità e la profondità de Il giocattolo rabbioso: il personaggio si sente sopraffatto dalla mancanza di suoi simili, persone con cui coesistere e condividere, e allora si mette alla ricerca di una propria affermazione attraverso la lettura, ma cambia poco…
La sua individualità non verrà apprezzata in una società che stenta a riconoscergli un posto diverso da quello di miserabile.
 
Ma allora, quanto la nostra individualità è determinata socialmente, quanto barattiamo della nostra personalità per adeguarci alla maschera che altri ci dipingono addosso? Il protagonista tenderà a conformarsi agli standard richiesti, si trasformerà in un vile traditore denunciando un suo “amico” alla polizia. La scelta di Astier diviene in tal modo non solo la realizzazione delle aspettative sociali che sente circondarlo e opprimerlo, si definisce anche come una modalità d’affermazione del protagonista. Silvio dimostra di “esserci”, di essere presente a se stesso e al mondo…
 
Così lo scrittore attraverso questo personaggio non racconta solo di disgrazie individuali, ma di quegli ingranaggi sociali inarrestabili e terribili che costringono l’individuo a confrontarsi non solo con la propria solitudine, ma con la violenza della Storia.
 
La connessione con Jorge Luis Borges qui è chiara. Goffredo Fofi, nella sua introduzione al libro, mette in luce il clima letterario in cui è inserita l’opera di Arlt, un clima in cui sono contrapposti due gruppi dominanti: Florida e Boedo. Questi ultimi si formano nella capitale argentina intorno agli anni Venti con una tendenza, secondo gli studiosi, una per espressioni “estetizzanti” e l’altra per espressioni “sociali”, e che vedono in Borges e Arlt i maggiori rappresentanti dei due distinti gruppi. Sulla linea di Fernando Sorrentino (1942) più che esistenza di gruppi parleremmo di “vite parallele” che come due rotaie, nella certezza di non incontrarsi mai, con ostinazione si corrono di fianco. E così i due scrittori, pur nella chiara diversità, hanno finito con l’influenzarsi a vicenda.
 
Addirittura Borges, che ha trattato Il giocattolo rabbioso come uno “straordinario riferimento letterario”, sottolinea esplicitamente l’importanza che ha avuto per la stesura della sua raccolta Finzioni (2004), in cui compaiono tanti riferimenti al Giuda Iscariota (ispiratore dell’ultimo “girone” dei quattro che compongono il romanzo di Arlt).
 
Inoltre, così come Arlt struttura il suo romanzo in fasi temporali progressive, dove è il tempo a definire il processo di formazione di Silvio Astier, vediamo in Borges la concezione del tempo come livello ontologico del mondo. Per entrambi il tempo è infatti visto come struttura primaria della nostra realtà. Ed è proprio il suo essere collocata entro questa dimensione che conferisce alla nostra esistenza quei caratteri che la segnano come duttile, ingannevole, instabile, della stessa solidità dei sogni.
 
Ne Il giocattolo rabbioso Roberto Arlt, seppur criticato per l’irregolarità stilistica, mette magistralmente l’accento sull’insensatezza del vivere, sul dolore, sulle angosce del moderno. Lucio, un amico di Silvio Astier, rimanda questa condizione allo struggle for life, ovvero la lotta per la sopravvivenza delle specie viventi di cui scrive Charles Darwin (ivi p.117) come regola valida anche per le comunità umane. Una lotta che premierà chi si fa più scaltro, chi sarà più duttile… chi venderà la propria soggettività. Freud a tal proposito delineò il concetto di immaginario superstizioso, ovvero la percezione di essere immortale che coglie il vincitore di uno scontro. Ecco che la violenza umana nei confronti degli altri individui si fa più spietata. L’idea di Freud è che mentre la lotta per la sopravvivenza nella specie animale è dettata da una “saggezza naturale”, tra gli umani tale lotta cela la volontà di immortalità. L’individuo, secondo il celebre fondatore della psicanalisi, nutrirebbe un intrinseco piacere nello scontro, proprio perché esso conduce (nel caso di sopraffazione sull’altro) ad un’affermazione di vita – della propria vita.
 
Potremmo in tal modo realizzare la propensione individuale alla vita eterna, propensione che però collima con la volontà di Astier di porre, in un determinato momento della sua vita, fine alla propria esistenza attraverso il suicidio (atto peraltro messo in pratica da Nicolas Aftalion alla fine del romanzo di Bove). Ciò che spinge il giovane Silvio alla non messa in pratica dell’intento di morte è probabilmente proprio quell’attaccamento alla vita, quella volontà di resistenza che successivamente lo conduce alla “guerra”. Homo homini lupus, come sottolineò Thomas Hobbes…
 
E questa guerra di tutti contro tutti è resa esplicita in una città d’immigrati come la Buenos Aires di allora, dove malizia e malvagità dell’uomo sono espresse non solo all’interno della sfera economica, ma si cristallizzano anche in quella sociale e individuale fino ad essere visibili nella stessa fisicità delle persone. In una città dove il relativismo etico rende sfumata ogni scelta, ogni decisione, la volontà di accettazione diviene prioritaria.
 
Oggi possiamo immaginare che il contesto sia mutato, ma il mondo, impregnato dal credo del neoliberalismo, sembra non essere cambiato nella sua essenza… Frustrazioni, fragilità e insicurezze dominano i non privilegiati di ieri come di oggi.
 
Il romanzo Il giocattolo rabbioso, oltre ad essere un tracciato di storia umana e urbana se non contemporanea comunque affine a quella contemporanea, diviene lo specchio dell’inquietudine giovanile che sembra una costante della modernità in compimento. Diviene la storia di un ragazzo che seppur biograficamente distinta dalla nostra conserva in sé caratteri convergenti con quelli delle biografie di tanti giovani contemporanei. Il libro di Art (così come il Siddharta di Hesse, suo contemporaneo) diviene un compendio dell'inquietudine adolescenziale, dell'ansia di ricerca di se stessi, dell'orgoglio dell'individuo davanti al mondo ed alla storia, accomunati in un rifiuto senza appello.
 
 
Letture
Borges Jorge Luis, Finzioni, Einaudi, Torino, 2004.
Bove Emmanuel, La Coalizione, Lavieri, S.Angelo in Formis (CE), 2011.
Dostoevskij Fëdor, Il giocatore, Giunti Editore, Firenze, 2007.
Hesse Hermann, Siddharta, Adelphi, Milano, 1975.
 
Di Licia Petraccone

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