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Meridionale, precario e artista: volevo diventare Picasso. Intervista con Luca Scornaienchi

“Volevo diventare Picasso” è il nuovo libro di Luca Scornaienchi edito dalla Round Robin Editrice. Scornaienchi non è solo un artista: disegna, sceneggia, organizza festival, mostre; è un agitatore culturale in fin dei conti. 

Oltremodo è un caro amico e quindi sia la recensione che l’intervista difetteranno di questa conoscenza diretta e approfondita. Nel mondo della scrittura, delle arti (cosiddette) le amicizie vanno e vengono, lo scoglio è quello di tutti: il denaro. Quindi trovarsi a collaborare con un amico dopo 15 anni, ancora è sinonimo di serietà professionale, altra parola assente dal mondo delle arti. 

Ho letto in anteprima “Volevo diventare Picasso” con il mal di stomaco di una lettura dovuta ad un amico. Luca sceneggia fumetti, organizza mostra, scolpisce, disegna murales, tutto ad un livello eccellente, ma la scrittura tout court? 

Ebbene, le 96 pagine filano veloci. Aggettivi banditi, nessuna iperbole grammaticale per esprimere un concetto povero. Luca descrive, con la sua vivida sincerità, infamia e scorrettezze, il mondo che lo circonda. Ma anche la bellezza, eh sì proprio la bellezza dell’arte, del saper creare con le proprie mani un qualcosa che emoziona e fa riflettere. 

Se dovessi fare un paragone, ricorda assolutamente Filippo Scòzzari e il suo “Prima pagare poi ricordare”. Solo che Scornaienchi non è acido per il solo gusto di esserlo, anzi è delicato con la vita e le persone, con le situazioni e gli artisti. Già, a Scornaienchi piace per davvero essere un curioso intellettuale, prima che artista precario e meridionale: che sia fumetto, arte contemporanea, un festival rock, una serata di arti e mestieri tradizionali, Scornaienchi è presente se c’è del bello che debba essere conosciuto e diffuso. Ascoltare le sue spiegazioni sull’arte, ed io ne ho ascoltate, ci fanno ricordare che c’è chi ama l’arte e sa raccontarla. Piccoli Daverio crescono.

Il libro edito dalla Round Robin Editrice diventa un manuale di sopravvivenza, ma anche di critica, un compendio sull’interessante del secolo scorso. Non è un testo banale, anzi, la scrittura è leggera, veloce, asciutta, al pari ed anche al di sopra di tanta narrativa italica che si pregia di voler essere voce narrante di un’epoca o di una generazione. 

Bon, lo so che l’amicizia rende imparziale questa mia recensione, ma almeno con Luca condividiamo l’onestà intellettuale che se non ci piace qualcosa lo diciamo senza mezzi termini, e soprattutto lo diciamo a noi stessi. 

Invece, lo ammetto, “Volevo diventare Picasso” è un libro che deve essere letto. Così scopriamo anche i tanti cialtroni (editori, organizzatori, politici, ruffiani, puttanieri e troie dell’arte) che usano l’arte come se fosse carta igienica, senza neanche pensare di farlo (almeno) come gesto artistico. 

E mi sia permesso: la mia stima verso questo libro (che mi ha rubato il modo di introdurre i capitoli con gli esergo) è la comune passione per Julio Iglesias, ed anche Al Bano. Il resto è veramente e soltanto arte. 

Il tuo libro sembra riempire un vuoto editoriale: la vita dell'artista visto dal dietro le quinte.

Si tratta di guardare l’arte dal buco della serratura e smontare il giocattolo. Philip Dick diceva sempre che l’arte, come la teologia, è solo una paccottaglia ben confezionata. In questo libro mi sono divertito a smontare un po’ di giocattoli ben fatti.

Artista, organizzatore di mostre d'arte e meridionale, quale di queste parole può essere un'offesa? 

Artista. In Italia dopo Modigliani e Pazienza non c’è stato più nessuno. Chi si autodefinisce artista lo fa per portare a letto qualche ignava fanciulla.

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Nazzaro e Scornaienchi

La locazione geografica, essere al Sud, quanto condiziona il "vivere" d'arte e quanto è invece una spinta aggiuntiva? 

La provincia ti permette di guardare la vita da una prospettiva diversa, sognando un mondo che ti appare lontano e perfetto. Ovviamente ci sono meno occasioni di confronto ed è fondamentale spostarsi spesso per capire cosa succede dall’altra parte. 

Nel tuo libro c'è anche molta critica, che spazia dal fumetto all'arte contemporanea, possiamo usarlo come una sorta di piccolo manuale o sono soli sfoghi personali? 

“Non avevo bisogno di sfogarmi. Conosco questo mondo molto bene e ci lavoro ormai da vent’anni. Ho imparato a conviverci senza problemi. È solo un piccolo vademecum per chi vuole avvicinarsi all’arte e allo spettacolo senza rimanerci secco”.

Nella premessa al tuo testo, scrivi che ti sei trattenuto su alcune situazioni e personaggi, non qui ad Agoravox, quindi qual è stata la peggiore esperienza e il peggior artista con cui hai lavorato? 

Più che un nome, si tratta di una categoria: gli emergenti. Gente con un grammo di talento che pretende l’impossibile. Questo libro è anche per loro. 

Quanta arte e sua diffusione in Italia dipende da padrini politici, da fondi europei pilotati, da interessi da campagna elettorale? 

Quella promossa dagli enti pubblici ha indubbiamente un ritorno elettorale. Ma è sicuramente preferibile chi investe in questo e non il Governatore della Calabria che ha portato una sfilata di miss nel suo ufficio.

Cosenza appare dal tuo libro, come una sorta di faro nella notte per la cultura al Sud, come è possibile questo e quali sono le prospettive? 

È una città che ha una lunga e importante tradizione culturale e politica. È la città di Telesio, la città in cui i fratelli Bandiera sono approdati per iniziare il risorgimento. Il progresso culturale non è qualcosa di somministrabile con efficacia immediata ma un lungo e complicato percorso che ha bisogno di sedimentarsi.

Uno dei punti che mi ha colpito molto del tuo testo è il tuo viaggiare in Italia con gli autobus di linea a luna percorrenza, una scelta artistica? 

Una scelta di necessità. Costa meno.

Domanda banale, ma l’arte non è morta? 

L’arte sarà viva fino a quando ci saranno galleristi e operatori a dargli un senso.

 

“Volevo diventare Picasso”

di Luca Scornaienchi

Round Robin Editrice 

Pag 96 euro 12 

www.roundrobineditrice.it

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