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Manuela Sáenz e la nascita della Bolivia: genesi femminile di una nazione

 La Colonella si scontra con Santander. La vita della Colonella Sáenz è intrinsecamente legata alla costruzione di una singola nazione in America Latina, che ovviamente portò alla formazione della Grande Colombia come nazione liberata dalla dipendenza spagnola.

Una nazione unica, sovrana e indipendente e, per questa ragione, Manuela dovette affrontare i vizi e le ambizioni di Santander, che all'opposto aveva l'obiettivo di formare uno stato in America Meridionale dipendente dal nord:

Bolívar era intenzionato a spingersi verso sud, magari con un atteggiamento più diplomatico, per completare il suo progetto ambizioso di creare un’unica America. A al fine esortò Santander ad invitare al Congresso di Panamá, tutte le nuove Repubbliche nate da un movimento rivoluzionario contemporaneo e affine, in poche parole solo le neo-repubbliche latinoamericane. Infine, va ribadito che uno dei temi sul quale il Libertador metteva enfasi era quello dell’ uguaglianza sociale. Santander era l’uomo che effettivamente deteneva il potere in Colombia e pur essendo l’uomo di fiducia di Bolívar ben presto si delineò il suo conservatorismo di natura britannica e filo nordamericano. Furono tre gli eventi principali a sancirne il distacco da Bolívar in un crescendo di gravità. In primis, Santander disertando le indicazioni del Libertador, aprì le porte deò Congresso di Panamà a Stati Uniti, Francia, Olanda, Gran Bretagna e Brasile. Tale apliamento fu disastroso e causa di numerose defezioni e malumori interno alla Regione. [1] Come stratega politica e militare, Manuela influenzò la creazione di questa regione intermedia che consentisse equilibrio regionale tra il sud del continente e la regione equatoriale, perciò insistette sulla nascita della "nazione Bolívar" che più avanti fu chiamata Bolivia. In questa nazione cercò di consolidare la libertà dei nativi e garantire condizioni adeguate per la vita delle persone. La forgiatura del paese (la Gran Colombia) richiese l’opposizione a progetti monarchici, che incoraggiavano le forze sociali e politiche reazionarie nel processo d’indipendenza; Santander respinse l’ambizione “gran-colombiana” confondendo e paragonando Bolívar con Napoleone. Il Libertador, i suoi generali, i colonnelli e Manuela Sáenz, si opposero tenacemente a questa regressione storica. Manuela Sáenz aveva sempre denunciato le tendenze separatiste e le ambizioni personali di Santander, da lei considerato un pericoloso cospiratore contro il progetto “gran-colombiano”. Nel libro Manuela: mi amable loca, lo scrittore boliviano Carlos Hugo Molina Saucedo[2] tesse argomentazioni circa la creazione della Repubblica di Bolivia e mostra materiale storico e lettere d'amore appassionate e preziose. Molina dice che la Bolivia è figlia di Quito, creatura di Manuela Sáenz. Secondo l'autore, la Bolivia divenne anche figlia prediletta di Simon Bolívar, che accompagnò il Liberator sulla strada della nuova Repubblica. Così gli storici sintetizzano la fase della vita di Manuela Sáenz Aizpuru, tra il dicembre 1825 e il luglio 1826, momento in cui lei restò in Bolivia. Che cosa è successo in quel periodo? Si ritiene appunto che nascesse la Repubblica di Bolivia, regione che fu molto influenzata dalle idee di Manuela.[3]

 

Manuela nella Storia e nel Mito

Il XIX secolo, caratterizzato dalle lotte per l'indipendenza, vide la nascita di nuovi Stati in via di formazione, nuove nazioni caratterizzate da lotte interne e da una composizione eterogenea della società umana che creò specifici problemi d’identità e legittimazione della violenza. Così, le nuove nazioni dell'America Latina furono edificate da élite creole alfabetizzate, che mai modificarono la vecchia situazione coloniale. Le nazioni furono costruite dalle élite dominanti, in cui generalmente le donne erano tenute lontane dal regno della scrittura, dalla politica e dalla partecipazione pubblica:

 

Il ruolo delle donne nell‘indipendenza dell‘America – come ce lo presenta la tradizione – si ridusse al compito di confezionare uniformi e bandiere, di accompagnare gli eserciti, di cuoche, di semplici prostitute e, nel migliore dei casi, di infermiere o spie. Quasi mai si sottolinearono altre attività: guerrigliere, guide e dirigenti, come nel caso della messicana Antonia Nava, chiamata la Generala, che reclutò un esercito con il quale lottò e che difese con esemplare coraggio; o la cilena Javiera Carrera, che non solo appoggiò i suoi fratelli ma organizzò anche la prima Junta de Gobierno nel suo paese. Non si mette in evidenza il loro ruolo di consigliere, capaci di opinare e di attuare allo stesso livello degli uomini negli intrighi politici, come è successo nel caso dell‘ecuadoriana Manuela Sáenz, che raggiunse la celebrità per essere l‘amante di Bolívar, nonostante fosse stata molto più di questo.[4]

 

Tuttavia, emersero figure femminili insolite come Manuela Sáenz e Flora Tristán,[5] donne appartenenti a una nobiltà colta e a un élite sociale che permise loro di vivere con idee rivoluzionarie e pratiche liberali, a differenza di altre donne del loro tempo. Per partecipare attivamente alla vita intellettuale solitamente dominata da uomini, si adattarono, per lunghi periodi, alla subordinazione che fu loro imposta. In una società polarizzata (per sesso ed etnia), governata da una gerarchia rigida, s’impose alle donne una dura repressione, sia a livello intellettuale, sia negli atteggiamenti domestici e sessuali. Nondimeno personaggi come Flora Tristán e Manuela Sáenz de Thorne manifestarono indipendenza, intelligenza e intraprendenza. Eppure, il loro attivismo, le portò in esilio e a vivere palesemente come diseredate. Il riconoscimento ufficiale tardò notevolmente ad arrivare e il loro contributo fu, per anni, occultato o svilito. Sáenz come Tristán, con l’esempio delle loro vite, criticarono l'ordine patriarcale che rese difficile una lettura e una definizione delle loro opere nella memoria nazionale e storica. Secondo il parere De Lucia Pámela, studiosa della pensatrice Gayatri Spivak, si potrebbe ritenere che il contributo politico di simili gruppi subalterni, resista al silenzio storico senza essere incasellato:

 

Era il 1988 quando Spivak chiudeva senza spiragli il suo Can the Subaltern Speak? Un’affermazione sconsiderata dirà quattordici anni dopo nella Critica della ragione postcoloniale. (…)

Può parlare “la più̀ povera donna del Sud”? Può dire questo soggetto doppiamente marginalizzato dall’economia e dalla subordinazione di genere, braccato da Imperialismo e Patriarcato? La subalterna di Spivak è impossibilitata a parlare, afona, senza voce.[6]

 

Senza presentarsi entro discorsi ufficiali, si collocano "in contraddizione" per svelare l’alterità all’interno di una cultura dominante e indicare possibili varchi alternativi. Manuela Sáenz solo nel XXI secolo è stata assunta nel pantheon nazionale latino-americano, ma come voce sovversiva dell’ordine simbolico esistente, per ripensare, nel XXI secolo, cosa è veramente una nazione e qual è il posto delle minoranze e degli emarginati, come pensare il potere tradizionale in una costruzione disomogenea ma dialogica. Non è stato semplice il processo di mitizzazione di Manuelita, giacché non fu una figura conforme alle tradizionali mitologie femminili, infatti, scrive W. Von Hagen:

 

Manuela Sáenz, por decisión de los historiadores, tuvo que hacer sitio al mito. Se suprimieron oficialmente todos los detalles de su vida, desapare- cieron los documentos que la mencionaban [...] durante más de medio siglo, los historiadores mantuvieron un acuerdo de caballeros: Manuela no debía ser mencionada nunca[7].

Il primo studioso che tentò di salvarla dall'oblio, in Colombia, fu Jean-Baptiste de Boussingault che ricorda Manuelita abbondantemente nelle sue Memorias (1892) e in Perù il narratore Ricardo Palma la incluse nelle sue Tradiciones Peruanas (pubblicate nel 1863). I due testi sono testimonianza dirette, in quanto entrambi gli scrittori la conobbero personalmente e ne evidenziarono sia gli aspetti meramente storici che gli aspetti personali:

 

Los dos textos tienen un valor de testimonio directo, ya que ambos escritores la conocieron y durante breves periodos pudieron frecuen- tarla. Los dos subrayan el carácter autorreferencial e historiográfico para dar más valor a sus palabras, ya que ambos coinciden en contar –no hay elementos que atestigüen un recíproco conocimiento– las mismas increíbles –según los cánones del tiempo– aventuras y episo- dios que tuvieron como protagonista a la quiteña.[8]

 

Nel suo libro The Four Seasons di Manuela, Victor W. von Hagen racconta che durante il suo esilio a Paita, Manuela ricevette illustri ospiti: la visita del patriota italiano Garibaldi coincise con quella di Simon Rodríguez, maestro e guida morale di Simon Bolívar; insieme lessero le lettere che parlavano del passato. Manuela incontrò in questo periodo finanche Herman Melville, quando il futuro autore di Moby Dick arrivò a Paita nel 1841, all'età di 22 anni, era a bordo della baleniera Acushnet. La visitò anche Ricardo Palma, che poi raccolse l'intervista nelle sue Tradiciones Peruanas, e il poeta ecuadoriano Jose Joaquin Olmedo, autore di Canto a Bolívar. Ricardo Palma scriverà di lei:

 

El puerto de Paita por los años de 1856, en que era yo contador a bordo de la corbeta de guerra Loa, no era, con toda la mansedumbre de su bahía y excelentes condiciones sanitarias, muy halagüeña estación naval para los oficiales de marina. La sociedad de familias con quienes relacionarse decorosamente era reducidísima. En cambio, para el burdo marinero Paita con su barrio de Maintope, habitado una puerta sí y otra también por proveedoras de hospitalidad (barata por el momento, pero carísima después por las consecuencias), era otro paraíso de Mahoma, complementado con los nauseabundos guisotes de la fonda o cocinería de don José Chepito, personaje de inmortal renombre en Paita.

De mí sé decir que rara vez desembarcaba, prefiriendo permanecer a bordo entretenido con un libro o con la charla jovial de mis camaradas de nave.

Una tarde, en unión de un joven francés dependiente de comercio, paseaba por calles que eran verdaderos arenales. Mi compañero se detuvo a inmediaciones de la iglesia, y me dijo:

-¿Quiere usted, don Ricardo, conocer lo mejorcito que hay en Paita? Me encargo de presentarlo, y le aseguro que será bien recibido.

Ocurriome que se trataba de hacerme conocer alguna linda muchacha; y como a los veintitrés años el alma es retozona y el cuerpo pide jarana, contesté sin vacilar:

-A lo que estamos, benedicamos, franchute. Andar y no tropezar.

-Pues en route, mon cher.

Avanzamos media cuadra de camino, y mi cicerone se detuvo a la puerta de una casita de humilde apariencia. Los muebles de la sala no desdecían en pobreza. Un ancho sillón de cuero con rodaje y manizuela, y vecino a éste un escaño de roble con cojines forrados en lienzo; gran mesa cuadrada, en el centro; una docena de silletas de estera, de las que algunas pedían inmediato reemplazo; en un extremo, tosco armario con platos y útiles de comedor, y en el opuesto una cómoda hamaca de Guayaquil.

En el sillón de ruedas, y con la majestad de una reina sobre su trono, estaba una anciana que me pareció representar sesenta años a lo sumo. Vestía pobremente, pero con aseo; y bien se adivinaba que ese cuerpo había usado, en mejores tiempos, gro, raso y terciopelo.

Era una señora abundante de carnes, ojos negros y animadísimos en los que parecía reconcentrado el resto de fuego vital que aún la quedara, cara redonda y mano aristocrática.

-Mi señora doña Manuela -dijo mi acompañante-, presento a usted este joven, marino y poeta, porque sé que tendrá usted gusto en hablar con él de versos.

-Sea usted, señor poeta, bien venido a esta su pobre casa -contestó la anciana, dirigiéndose a mí con un tono tal de distinción que me hizo presentir a la dama que había vivido en alta esfera social.

Y con ademán lleno de cortesana naturalidad, me brindó asiento.

Nuestra conversación, en esa tarde, fue estrictamente ceremoniosa. En el acento de la señora había algo de la mujer superior acostumbrada al mando y a hacer imperar su voluntad. Era un perfecto tipo de la mujer altiva. Su palabra era fácil, correcta y nada presuntuosa, dominando en ella la ironía.

Desde aquella tarde encontré en Paita un atractivo, y nunca fui a tierra sin pasar una horita de sabrosa plática con doña Manuela Sáenz. Recuerdo también que casi siempre me agasajaba con dulces hechos por ella misma en un braserito de hierro que hacía colocar cerca del sillón.

La pobre señora hacía muchos años que se encontraba tullida. Una fiel criada la vestía y desnudaba, la sentaba en el sillón de ruedas y la conducía a la salita.

Cuando yo llevaba la conversación al terreno de las reminiscencias históricas; cuando pretendía obtener de doña Manuela confidencias sobre Bolívar y Sucre, San Martín y Monteagudo, u otros personajes a quienes ella había conocido y tratado con llaneza, rehuía hábilmente la respuesta. No eran de su agrado las miradas retrospectivas, y aun sospecho que obedecía a calculado propósito al evitar toda charla sobre el pasado.

Desde que doña Manuela se estableció en Paita, lo que fue en 1850, si la memoria no me es ingrata, cuanto viajero de alguna ilustración o importancia pasaba en los vapores, bien con rumbo a Europa o con procedencia de ella, desembarcaba atraído por el deseo de conocer a la dama que logró encadenar a Bolívar. Al principio doña Manuela recibió con agrado las visitas; pero comprendiendo en breve que era objeto de curiosidades impertinentes, resolvió admitir únicamente a personas que le fueran presentadas por sus amigos íntimos del vecindario.[9]

 

 

 Nel novembre del 1856 il porto di Paita fu devastato da un'epidemia di difterite, che ben presto uccise gran parte della popolazione. Di conseguenza, il 23 novembre Manuela Sáenz morì; era morta poche ore prima Jonathan, la sua fedele compagna:

 

Manuela conoció en este período a Herman Melville, cuando el futuro autor de Moby Dick arribó a Paita en 1841 a la edad de 22 años a bordo del ballenero Acushnet .También llegaron a visitarla Carlos Holguín, político colombiano con quien ella recordó pasajes de su vida con Bolívar; Ricardo Palma, que recogió posteriormente la entrevista en sus Tradiciones , y el político y poeta ecuatoriano José Joaquín Olmedo, autor del Canto a Bolívar. En Paita, rodeada del mar y de la arena del desierto, todos conocían a Manuela Sáenz, la respetaban y la querían. Ella estaba donde la necesitaban, con la fe y el coraje que caracterizaron su vida. En noviembre de 1856, el puerto de Paita fue asolado por una epidemia de difteria, que pronto se propaló causando la muerte a gran parte de la población. Debido a ello, el 23 de noviembre murió Manuela Sáenz; unas horas antes había fallecido Jonatás, su fiel compañera.

El cadáver de la Libertadora fue incinerado a fin de evitar el contagio, y su casa, y sus pertenencias, quemadas.[10]

 

 

Palma offre una lettura paternalistica delle azioni di Manuela Sáenz di cui riconosce determinate eccentricità o debolezze femminili, come necessario corollario in una donna notevolmente virile.[11] Tutti i generali dell'esercito, senza escludere Sucre, e gli uomini più in vista del tempo hanno resero omaggio a Sáenz con la stessa attenzione che avrebbe portato alla moglie legittima del Libertador. La biografa Yolanda Añazco invece parla di juicio cruel riferendosi a un’eccessiva “sessualizzazione” della sua figura o, al contrario, un’eccessiva “virilizzazione” delle sue qualità politiche, strategiche e militari, facendo sembrare le sue virtù, una sorta di oltraggio ai costumi dell’epoca:

 

El juicio que se le hace a Manuel, es por ser adúltera, según la bazofia humana, porque tuvo la valentìa de demostrar su profundo amor a la luz del día; ella no fue como la otras mujeres que ostentaban orgullosas el titulo de casadas, aunque detrás de ese disfrax de mujeres honradas eran más adúlteras que Manuela. El odio desatado contra ella fue por ser mujer política, rebelde, emancipada, diferente a las otras mujeres de la época. Con todo su vigor rechazó el machismo imperante y la mojigatería religiosa de acquellos tiempos. Mojigatería que no dejaba espacios par que las mujeres demuestren su inteligencia y capacitad para actuar y ser ellas mismas en plenitud de su personalidad.[12]

 

Infine l’autore del romanzo-storico Libertadora, Toni Klingendrath, parla invece di una donna “sola contro tutti”. Di vessazioni di natura sociale e ideologica che cominciarono molto presto, nel corso della sua esistenza, giacché Manuela incarnava ideali civici e militari particolarmente osteggiati:

 

Chiedere a Manuela di essere più ragionevole che mai e di stare attenta a quello che faceva era come chiedere all’ arrabbiato Rio Urubamba di trasformarsi in un placido fiume. Gli attacchi iniziarono subito: scritte sui muri di Bogotà, manifesti, caricature, articoli sul giornale “El Conductor”. Lei rispose da par suo. La notte faceva strappare dalle sue schiave i manifesti che la insultavano e li sostituiva con altri ove era scritto: “Lunga Vita a Bolívar, Fondatore della Repubblica”. Avvisata che degli indiani stavano distribuendo foglietti offensivi contro di lei, montò a cavallo vestita con una uniforme da ussaro e lungo le strette strade della città li caricò, disperdendoli. Il principale autore degli attacchi era Vicente Azuero, scarcerato lo stesso giorno della partenza di Bolívar e prontamente elevato a ministro dell’interno. Una delle prime cose che questo vecchio nemico di Manuela fece, fu di chiederle la consegna dell’archivio di Bolívar che, secondo lui, apparteneva allo Stato. Manuela rispose che non aveva niente che appartenesse al governo, solo corrispondenza personale fra lei e il Libertador e i libri di lui. La guerra delle parole e dei manifesti strappati continuò. Anche perché Manuela non stava perseguendo solo un progetto di difesa personale, ma un preciso disegno mirato a mettere in difficoltà il governo per accelerarne la caduta. Dietro a lei stava infatti il fedele generale Urdaneta, che in quel caso avrebbe ripreso per riconsegnarlo a Bolívar, come d’ accordo. Il culmine dello scontro si ebbe durante la festa del Corpus Domini il 9 giugno. Gli organizzatori fecero preparare due pupazzi in bambù con le sembianze di Manuela e Simón e li riempirono di fuochi d’artificio con l’intenzione di spararli nel cuore della notte. Sotto Bolívar spiccava la scritta “DISPOTISMO” e sotto Manuela “TIRANNA”.[13]

 

Come ricorda il biografo Toni Klingendrath, le uniche che protestarono contro il sistematico svilimento della Sáenz furono le donne della città di Bogotá, in particolare le donne impegnate in attività politiche e culturali. Per la prima volta, nella storia del paese, si crea un fronte “di genere” per la tutela dell’immagine femminile e dell’impegno civico-militare di una figura “chiave” del secolo XIX:

 

Ma gli insulti e le calunnie contro Manuela continuarono e anzi, più lei controbatteva colpo su colpo, più si fecero serrati e vergognosi, tanto che, a un certo punto, ricevette aiuto da quelle che una volta erano le più accanite detrattrici: le donne della città. Su un giornale comparve il seguente manifesto: “Molte persone ritengono che la signora Manuela Sáenz debba essere urgentemente imprigionata o mandata in esilio, ma il Governo dovrebbe ricordare che quando lei aveva un enorme potere, come è noto, lo ha usato sempre per il bene pubblico, prima e anche dopo quella notte del 25 settembre. Noi, le donne di Bogotá, protestiamo contro le ingiuriose scritte che appaiono costantemente contro questa donna sui muri di tutte le strade di Bogotá”. Non cambiò niente. La notte i muri venivano tempestati di manifesti che la mattina dopo Manuela faceva staccare. Però la lotta di questa donna sola che combatteva ostinatamente per gli ideali del suo amato cominciava ad affascinare l’opinione pubblica. Le donne di Bogotá insistettero con un altro manifesto, firmato, stavolta, “Le donne liberali”. “Noi onoriamo, anche se possiamo non essere d’accordo, i sentimenti manifestati da una del nostro sesso… La signora Sáenz, della quale stiamo parlando, non è certamente una delinquente. Insultata e provocata in vari modi da persone che lei non aveva offeso, questi insulti hanno causato a molti grande irritazione, possono averla esasperata fino all’imprudenza. Ma l’imprudenza non è un crimine. Manuela Sáenz non ha violato alcuna legge, non ha attaccato i diritti di nessun cittadino. E se la signora Sáenz ha scritto o gridato “Lunga Vita a Bolívar,”, dov’è scritta la logge che lo proibisce? La persecuzione di questa donna ha le sue origini in un ignobile sentimento di vendetta. Sola, senza una famiglia in questa città, dovrebbe essere oggetto di commiserazione o stima, piuttosto che la vittima di una persecuzione. Che eroismo ha dimostrato! Che magnanimità! Noi speriamo che il cielo sia pieno di sentimenti tanto nobili quanto quelli dimostrati da Manuela Sáenz, e che essi servano da esempio a tutti noi!”. [14]

 

Per una piena rivalutazione della figura di Manuelita, dovremmo aspettare il 2007, quando Rafael Vicente Correa Delgado, Presidente dell’Ecuador, durante il discorso per la cerimonia militare per il 185° anniversario della Battaglia di Pichincha che sigillò l'indipendenza nazionale dell’Ecuador, dichiarò la sua piena adesione alla figura di Manuela Sáenz e ai suoi ideali d’indipendenza ed emancipazione femminile, orgoglioso di avere nel suo gabinetto donne altrettanto patriottiche che dirigono i destini del popolo ecuadoriano. Inoltre dichiarò che il più grande omaggio alla figura di Manuelita si esprime in progetti per fornire posti di lavoro e salari di sussistenza alle madri single; nel proteggere le donne vittime di abusi domestici e violenza; nel provvedere ad offrire condizioni di dignità umana alle donne che soffrono della privazione della libertà; nella fornitura di micro-credito alle donne in difficoltà economica che si ritrovano alla guida di un nucleo famigliare. Parte del lungo discorso del Rafael Vicente Correa Delgado, afferma:

 

Tras la muerte del Libertador, y exiliada en Paita, Manuela recibe visitas de Garibaldi, Herman Melville, Simón Rodríguez, González Prada. Su lealtad al Libertador la acompañó hasta los terribles días en que una epidemia de difteria terminó con la existencia física de nuestra Manuela en noviembre de 1856. Pablo Neruda dedicó a Manuela la hermosa y triste elegía: La Insepulta de Paita, en la que dice, en este breve fragmento: Ésta fue la mujer herida. En la noche de los caminos tuvo por sueño una victoria, tuvo por abrazo el dolor, tuvo por amante una espada. Tú fuiste la libertad, Libertadora enamorada. Manuela, estás en el recuerdo de García Márquez, que al contar las últimas horas de Bolívar te describe: Fumaba una cachimba de marinero, se perfumaba con agua de verbena que era una loción de militares, se vestía de hombre y andaba entre soldados, pero su voz afónica seguía siendo buena para las penumbras del amor. Manuela: Eres la luz despierta de los tiempos oscuros. Eres nuestra compatriota y nuestro destino. Hoy eres memoria viva de la Libertad. Hoy eres el espejo en el que otras mujeres se miran y agigantan. El gobierno de la Revolución Ciudadana, confeso en su adhesión a la figura de Manuela, se enorgullece en contar en su gabinete con mujeres patriotas que dirigen los destinos de sus ministerios con la mayor consagración y devoción por el pueblo ecuatoriano. Está con nosotros la memoria de Guadalupe Larriva, inolvidable compañera socialista. Los programas y proyectos del gobierno van dirigidos hacia la mujer, hacia su sobriedad y sabiduría en el manejo de recursos, hacia su condición de madres y protectoras del hogar. El mayor homenaje a Manuela se expresa en los proyectos para dotar de trabajo y salario digno a las madres solteras; en la protección a las mujeres que son víctimas de maltrato familiar y violencia doméstica; en dotar de condiciones de dignidad humana a las mujeres que padecen privación de su libertad; en la entrega de micro créditos para que las madres dirijan la economía y las pequeñas unidades de producción familiar. El tributo a Manuela se manifiesta en la Campaña Nacional de Salud, Solidaridad y Responsabilidad Social, en el que las mujeres y madres son las coautoras del bienestar social; en la Comisión de la Verdad que esperamos informará, al fin, el paradero de los hijos desaparecidos a sus desesperadas madres; en la entrega del Bono de Vivienda; en el orgullo de las madres trabajadoras, con quienes tuvimos el privilegio de desfilar el Primero de Mayo.

 El reconocimiento a la memoria de Manuela se traduce en la mejora salarial de las madres y mujeres que realizan trabajo doméstico; en la malaventura de las madres que han sufrido por las fumigaciones y la desatención del Estado; en las madres Tagaeris y Taromenanis, y demás nacionalidades y pueblos, siempre oprimidos y postergados.

 Este es el mayor manifiesto a la memoria de Manuela: la consagración diaria y permanente a luchar por los desposeídos y por la reivindicación de la mujer, de Matilde Hidalgo, Manuela Cañizares, Manuela Espejo, Nela Martínez, Dolores Cacuango, Alba Calderón, y de todas las mujeres anónimas de nuestra historia pasada y presente.[15]

 

La figura storica e letteraria di Manuela Sáenz, da diversi anni, in Ecuador, ma anche in tutto il continente latino-americano, è rappresentata e celebrata come musa e ispiratrice del movimento femminista ed emancipazionista latinoamericano. Il 13 giugno 2014, in Ecuador, Mariana Libertad Suárez tenne una prima conferenza sul patriottismo femminile latino-americano, lavoro in seguito premiato dalla Casa de las Américas, per i Women’s Studies. Mariana Libertad Suárez, del Dipartimento di Lingua e Letteratura presso l’Università Simón Bolívar, nonché coordinatrice della casa editrice USB Equinox, recentemente presentò una conferenza sul suo lavoro politico di Manuela Sáenz. Suarez analizza cinque opere di cinque femministe latino-americane, pubblicate tra il 1944 e il 1963. Tra le scrittrici latino-americane che trattarono la vita di Manuela Sáenz si ricordano principalmente: la scrittrice Concha Peña, con l’opera dal titolo La Libertadora: l’ultimo amore di Bolívar (1944); l’ haitiana Emmeline Carriès Lemaire, con Coeur de héros, Coeur d’Amant (1950), tradotto in spagnolo nel 1958 con il titolo di Eroina e amante; la venezuelana Olga Briceno, con Manuela Sáenz, la folle divina; la peruviana Maria Jesus Alvarado, con Amore e Gloria: il romanticismo di Manuela Sáenz e Simón Bolívar (1952); e l’ ecuadoriana Verdesoto Romo Raquel Davila, con Manuela Sáenz: biografia romanzata (1963).[16] La molteplicità di posizioni e discorsi che attraversano questi scritti è veramente complessa, ma tutti riportano punti d’incontro e similitudini teoriche. La riflessione su queste opere aiuta a ripensare e riarticolare l’unicità delle principali tendenze femministe del continente, mentre le sfumature etiche rivelano come le soggettività femminili emergenti siano state rinsaldate dalle lotte degli anni passati. I lavori letterari analizzati sono stati tutti realizzati quando le lotte per la cittadinanza delle donne e dei diritti politici femminili raggiunsero il loro apice (dagli anni ’50 agli anni ’80). Sono cinque autrici, cinque femministe latino-americane, portatrici di un capitale simbolico differente, donne che osservano il mondo in modo dissimile, che lottano contro gli stereotipi che hanno dominato la politica dal secolo scorso. L’analisi di queste opere sono state giudicate degne, all’unanimità, dagli intellettuali dalla Casa de las Américas “per il genere ben realizzato, una scrittura eccellente e il trattamento brillante delle fonti bibliografiche”. Coeur de héros, Coeur d'Amant (1950), dell'haitiana Emmeline Carriès Lemaire, tradotta in spagnolo nel 1958, ricostruisce un’immagine di Manuela come eroina e amante così come una biografia romanzata (1963), dell’ecuadoriana Verdesoto Romo Raquel Davila. Queste opere sono state pubblicate in un contesto storico in cui gli intellettuali latino-americani affermarono il loro diritto ad essere, nello stesso tempo, cittadini e, per estensione, soggetti e protagonisti della storia, senza annullare le narrazioni fondamentali che diedero origine alle loro nazioni. La ricostruzione di Manuela Sáenz dal punto di vista di queste due autrici consente di compiere un monitoraggio delle articolazioni del pensiero femminista in America Latina e dei movimenti sociali che hanno generato nella storiografia tradizionale. Come fondamentale contributo teorico Hayden White e Francesca Gargallo si concentrarono sul carattere narrativo della storia e dei racconti filosofici utilizzati nella ricostruzione dell’immagine di Manuela Sáenz; riflessioni sulle implicazioni ideologiche nella ricomposizione del passato, esposti da Slavoj Zizek e considerazioni di Patrizia Violi, Amparo Moreno Sardà, Joan Scott e Giulia Colaizzi, intorno alla triade genere-storia-storiografia.[17]

Raramente le "donne guerriere" sono emerse come “topos” all'interno della cultura occidentale, nella maggior parte dei casi le donne sono state relegate alle immagini della vergine o della madre protettiva. La figura di una donna che rischia la vita per cause pubbliche e non solo in difesa dei propri figli, avendo una corporeità riconoscibile, che esprime pubblicamente i propri desideri, è elemento dissonante nelle concezioni della femminilità che ha governato il pensiero latinoamericano nella prima metà del XX secolo. Per questo motivo, molte pensatrici femministe, durante gli anni della lotta per la partecipazione delle donne nelle attività politiche nel continente investigarono su soggetti storici con profili simili a quelli di Manuela Sáenz e ricostruito la loro vita in testi biografici.

 


[1] W. Bavone, Sulle tracce di Simon Bolívar, America Latina: l’indipendenza del XXI Secolo, Anteo Edizioni, Grisignano (VI), 2014, pag. 28-29.

[2] V. Villanueva. Manuela Sáenz y su palabra escrita. Cuadernos de Investigación - CEMHAL Año I No 1 Lima, Mayo 2016, pp. 7-26. Su internet: http://www.cemhal.org/revista4.html, consultato il 05/03/2017.

[3] V. J. Farinango Correa, El pensamiento revolucionario de Manuela Sáenz y su inicidencia en el proceso libertario del Ecuador y América Latina, Informe final del Proyecto Socio Educativo presentado como requisito para optar por el Grado de Licenciatura en Ciencias de la Educación mención Ciencias Sociales, Universidad Central del Ecuador,
 Facultad de Filosofía Letras y Ciencias de la Educación carrera de Ciencias Sociales, Distrito Metropolitano de Quito, 28 de Noviembre del 2013, pp. 29-30. Su internet: http://www.dspace.uce.edu.ec/handle/25000/3342, consultato il 05/03/2017.

[4] M. Fajardo, Manuela Sáenz, Libertadora del Libertador, Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Roma3, 2014, p.1. Su internet: https://scienzepolitiche.uniroma3.it/lmessinafajardo/wp-content/uploads/sites/42/2014/05/MANUELITA-SÁENZ-la-libertadora-del-libertador1.pdf, consultato il 12/06/2016.

[5] Flora Tristán: Scrittrice francese, attivista femminista, nasce a Parigi nel 1803 in piena epoca napoleonica. Figlia di un nobile peruviano e di una borghese francese, vive i primi anni della sua vita nell’agio. Con la morte del padre però, poiché i suoi genitori non avevano formalizzato la loro unione, è considerata figlia illegittima e la sua famiglia è costretta a trasferirsi in un quartiere povero di Parigi dove vive di stenti. Trova lavoro come litografa nel laboratorio di Andrè Chezal che diventerà suo marito e con cui avrà tre figli tra cui Aline , madre di Paul Gauguin. Il suo matrimonio è però una catastrofe e fin dal principio iniziano a svegliarsi in Flora forti sentimenti femministi: il matrimonio inizia ad essere visto come un’istituzione intollerabile, un trattato commerciale perché vede la donna venduta all’uomo e ridotta ad un oggetto per la riproduzione. Per questo, dopo aver subito a lungo maltrattamenti e umiliazioni, decide di fuggire con i suoi figli sfidando la morale dell’epoca. Intraprende quindi una serie di viaggi che influenzeranno molto la sua vita: la conoscenza di nuove culture e la sua personale esperienza la porteranno a scrivere una serie di romanzi, diari e racconti di indagine sociale. Opere più importanti Nel 1838, durante il viaggio in Perù, scrive Peregrinazioni di una Paria in cui mostra uno spaccato della vita peruviana del XIX secolo, una società feudale, violenta e razzista con forti contrasti economici e in cui gli indigeni erano costretti a vivere in condizioni disumane. Nel suo soggiorno a Londra visita tutti i luoghi più marginali della città: le prigioni, i quartieri malfamati, le fabbriche, i manicomi. Così, nel 1840 scrive Passeggiate a Londra, un libro anticapitalista ed antiborghese che evidenzia i problemi della città industrializzata: dallo sfruttamento dei bambini e degli operai, alle condizioni delle donne che si prostituiscono per sopravvivere. Pensiero E’ nella capitale britannica che iniziano a manifestarsi quelle idee che l’accomuneranno successivamente a Marx: solamente una grande unione dei lavoratori di tutto il mondo potrà cambiare il sistema ed inaugurare una nuova era di giustizia ed uguaglianza. Da queste considerazioni nasce nel 1843 Unione Operaia, dove si auspica una rivoluzione pacifica internazionale basata sugli ideali della solidarietà e generosità del primo cristianesimo, e portata avanti da operai e donne che insieme riusciranno a cambiare la società. Centrale nel pensiero di Flora è l’idea che la donna sia fondamentale per la diffusione della cultura e per l’educazione dell’uomo grazie al suo ruolo di madre e moglie. E’ per questo che esiste un innegabile legame tra l’emancipazione operaia, e quindi l’educazione morale ed intellettuale, e la conquista dei diritti delle donne. Le donne, come gli operai vittime di discriminazioni, solamente unite potranno lottare per ottenere il diritto all’istruzione, ad un lavoro dignitoso, alla parità in ogni campo.

Fonte: Associazione Donne per la Solidarietà Onlus Flora Tristan, Scuola per lo sviluppo sostenibile, sito: http://www.donneperlasolidarieta.org/flora-tristan

Centro de la Mujer Peruana Flora Tristán - Parque Hernán Velarde No 42 Lima 1, Lima-Perú. Tel. (51-1) 433 1457, fax (51-1) 433 9500, E-mail: postmast@flora.org.pe 
ONG con Status Consultivo Especial ante el Consejo Económico y Social (ECOSOC) de Naciones Unidas:

 sito http://www.flora.org.pe/web2/

[6] P. De Lucia, Immagini in dissolvenza. Lettura “interessata” di Can The Subaltern Speak? di Gayatri Chakravorty Spivak; DEP rivista telematica di studi sulla Memoria Femminile, n. 21 / 2013; pp. 98 – 100. Su internet: http://www.unive.it/media/allegato/dep/n21_2013/Ricerche/6_DeLucia-rev.pdf (consultato il 03/02/2017)

[7] V. W. Von Hagen, La amante inmortal, Diana, México, 1972, p. 333.

[8] Grillo Rosa Maria, Manuela Sáenz antes y después de Bolívar, Cultura Latinoamericana. Volumen 21, número 1, enero-junio 2015, p. 68-70. Su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110, (consultato il 28/01/2017).

[9] Biblioteca Virtual Miguel de Cervantes, Ricardo Palma, Tradiciones Peruanas, Septima Serie. http://www.cervantesvirtual.com/obr...

[10] S. B. Guardia, El último refugio de la libertadora, Nacion, Costa Rica, Domingo 11 de noviembre de 2007, la autora es escritora y periodista peruana. Dirige el Centro de Estudios la Mujer en la Historia de América Latina: http://webserver.rcp.net.pe/cemhal/ su internet http://wvw.nacion.com/ancora/2007/n...

[11] Grillo Rosa Maria, Manuela Sáenz antes y después de Bolívar, Cultura Latinoamericana. Volumen 21, número 1, enero-junio 2015, p. 70. Su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110 (consultato il 28/01/2017).

[12] Y. Añazco, Manuela Sáenz Coronela de los ejércitos de la Patria Grande, Láser Editores, Quito, 2005, p. 173.

[13] T. Klingendrath, Libertadora!, Stampa Alternativa, Viterbo, 2010, p. 137-138.

[14] Ivi, pp. 130-140.

[15] Discurso pronunciado en la ceremonia militar por el aniversario 185 de la Batalla de Pichincha que selló la Independencia nacional y en la que se ascendió póstumamente a Generala de la República a la heroína quiteña, compañera del Libertador Simón Bolívar, Manuela Sáenz Aizpuru, 24 de mayo de 2007

(Publicado en Visiones Alternativas el 25/5/07); Dibujo de Pilar Bustos, el presidente Rafael Correa Delgado proclama a Manuelita Sáenz como Generala de la República del Ecuador, su internet: http://www.albicentenario.com/index... (consultato il 29/01/2017).

[16] M. L. Suárez, Voz y Escritura, Revistade Estudios Literarios, Nº 22, enero-diciembre 2014, Apropiaciones feministas de Manuela Sáenz: un diálogo entre Emmeline Carriès Lemaire y Raquel Verdesoto, pp. 41-60; su internet: http://www.saber.ula.ve/bitstream/1...

[17] Ibidem

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