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Le città di provincia italiane: Parma

 
A suo tempo qualcuno (il giornalista Pino Corrias, fra gli altri, nel libro “Vicini da morire”) additò a concausa del delitto di Erba (quello dei coniugi diabolici sterminatori dei vicini) il contesto ambientale in cui queste vite tragicamente sole e inutili si esaltano ed esasperano: luoghi deprivati di senso, di storia, ridotti a puri dormitori, magari di lusso, tipo le famose MilanoDue e tre coi patetici laghetti e le ochette, luoghi dove il “buon" senso comune cataloga pigramente come “una brava persona” chiunque, con poco rispetto di se’ stesso e del proprio tempo di vita, trascorra senza soluzione di continuità le sue giornate tra il lavoro per dieci, dodici ore filate e la Tv in poltrona, fino a che non “da di matto” e ce lo ritroviamo “a sorpresa” nei panni di assatanato assassino.
 
Questa deprivazione di senso – dopo le metropoli (Milano è da tempo in preda ad una fortissima crisi identitaria) - coinvolge ormai anche gli abitanti delle città di piccole dimensioni, quelle che una volta si definivano “a misura d’uomo” o “isole felici “, città apparentemente tranquille ed operose come Parma (in cui, nell’ annus horribilis 2006, si registrano quattro omicidi efferati, tra cui quello del piccolo Tommy di soli sei mesi d’età e di una ragazzina di sedici anni massacrata con centinaia di coltellate) o la vicina Brescia (dove nell’arco di poco più di 15 giorni, dall’11 al 28 agosto 2006, si verificano ben sette omicidi), nelle quali non a caso si sono verificate ultimamente – di preferenza – queste mattanze.
 
E questo non solo per la presenza sempre più massiccia di “stranieri” (circa nove su cento è il rapporto nella ex città “ducale”, e diciassette su cento a Brescia, la più alta media d’Italia). Già prima che arrivassero , l’impronta decisiva della vita solidale dei borghi si era persa nei microcosmi unifamiliari; come quella dei vari punti d’aggregazione non corporativa (non c’è osmosi fra i vari gruppi e gruppetti, anzi una chiusura sempre più netta agli “estranei”, con rigide regole di accesso).

Così la trama del commercio “popolare”, per rezdore di poche pretese vogliose non solo di shopping compulsivo, viene spazzata via da una “centrocommercializzazione” in stile anglosassone che oltretutto moltiplica il traffico d’accesso.
 
Così il territorio agricolo della celebrata Food Valley - dove non a caso gli eredi dell’ex sindaco Ubaldi, l’inventore della città cantiere, che governano il Comune all’insegna di calce e mattoni, trovano ora una sponda nel ricandidatosi presidente democratico della provincia, Bernazzoli per un’embrasse nous cementizio - viene avviato gradualmente alla totale cementizzazione, prevista di questo passo a metà secolo.
 
Persino lo skyline della città viene violentato da opere fuori scala come il ponte di Calatrava ad ovest o la futura metropolitana. E intanto si cerca di far fuori le memorie residue di una città cui già agli inizi del Novecento furono sottratte le spettacolari mura, identiche a quelle che fanno la fortuna turistica di città “gemelle” come Lucca, trasformando in albergo, negozi e residence l’Ospedale Vecchio, palazzo che da ottocento anni veglia sulla città, sede dell’archivio che raccoglie i secoli di un ducato e carte di scrittori, storici e poeti come Attilio Bertolucci. Nel frattempo, il mito della Pechino d’Italia è sempre più insidiato da una milanesizzazione forzata del traffico.
 
Ai governanti di Parma tutto questo, compresi i fatti eclatanti dell’anno horribilis 2006, così come per altro verso l’exploit della litigiosità giudiziaria condominiale segnalata dalle cancellerie, forse un effetto indotto dei fenomeni di cui sopra, lascia indifferenti . A loro interessa solo – come si espresse a suo tempo l’Ubaldi – “evitare che Parma diventi solo il buen retiro dei pensionati" (ma non risulta che Parma possa ambire a diventare una novella Saint-Tropez ed il Lungoparma la Costa Azzurra).
 
 
 
Parma, 19/10/2008
 
 

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