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La trilogia dei codici

Scorsese, Scriba e Lumière tre libri per un solo enigma lungo 1400 pagine. Nell’intervista Sergio Fanucci si racconta come autore ed editore.

Confesso che quando ho iniziato a leggere Codice Scriba non ero molto convinta, ho pensato che Sergio Fanucci fosse il solito “raccomandato”. Ma l’incipit era buono e anche le pagine successive. Insomma, alla fine ho letto le 1400 pagine che compongono la Trilogia e non me ne pento, al contrario ve la consiglio.
La trama e i personaggi mi hanno anche aiutata a superare i numerosi refusi delle mie copie “non corrette”, un vero supplizio per chi edita testi per professione.
Come sapete non vi racconto la storia, ma vi posso dire che nei tre tomi ci sono Dea, Pentagono, CIA, FBI, Sicurezza Nazionale e che tutti, a loro modo, cercano di mettere i bastoni tra le ruote a Elisabeth Scorzese, la brava e bella avvocato protagonista di tutte le avventure.
Per fortuna al suo fianco ci sono personaggi altrettanto determinati: la sua assistente Lara Donovan, il detective Peter Makarov, il comandante della Manhattan North Homicide Squad capo Hoffman, l’assistente del procuratore Sally Armstrong, la madre Caterina Scorsese, il padre John Scorsese e tutta la sua task force.
In molte occasioni Elisabeth sembra essere un vaso di coccio tra massi enormi o botti di legno, ma lei riesce sempre a uscirne indenne, o quasi. L’avvocato è abituata ad avere a che fare con i poteri forti che cercano di piegarla con promesse o minacce.
Sergio Fanucci è riuscito a costruire una spy story veramente ad alta tensione che regge per ben 1400 pagine. Tutto inizia in Codice Scriba, prosegue in Codice Scorsese e si conclude in Codice Lumière: alcuni personaggi sono una costante nei tre romanzi, altri si aggiungono strada facendo, però sono tutti credibili, compatibilmente con il genere, ricordando sempre che si tratta di spie e agenti segreti.
In ogni caso, i personaggi sono ben delineati, l’autore ne definisce con cura anche la parte più umana e vulnerabile. In particolare, ho molto apprezzato il lavoro svolto da Fanucci nella costruzione di Caterina Scorsese, la madre di Elisabeth che ha un ruolo molto importante in tutti i romanzi. E non aggiungo altro.
Ed è proprio leggendo che mi è venuta voglia di rivolgere alcune domande all’autore. Ne è nata una intervista che vi propongo.

Quattro chiacchiere con Sergio Fanucci

D. Forse la domanda è scontata, ma sono molto curiosa, come nasce la Trilogia?
R. La trilogia dei Codici nasce dalla spinta naturale dei personaggi, in un libro si sentivano troppo stretti, il complotto che li avvolgeva aveva bisogno di 1400 pagine per venir fuori, tante erano le situazioni, i sentimenti, le gioie, i dolori, le speranze e delusioni, e gli omicidi… Insomma il tutto reclamava spazio, pagine bianche diventavano nere e, una dietro l’altra, hanno fatto di questa storia una lettura per tre romanzi, mi auguro appassionanti.

D. Sicuramente possedere una casa editrice aiuta, però scrittore e editore sono due professioni molto diverse. Quando ha scoperto il desiderio di scrivere?
R. Quando ho dovuto affrontare un problema personale molto difficile, che riguardava mia figlia e che per fortuna si è risolto al meglio. Non mi bastava più nuotare, giocare a tennis, leggere, lavorare, amare, fumare e bere… avevo bisogno di trovare una nuova via di fuga, un luogo dove rifugiarmi lontano da tutti, il non luogo delle parole, dove nascono e compongono una storia, una parte del cervello che decide di staccare, dalla vita e dal mondo, e dove si genera linfa nuova e rigeneratrice.

D. Come costruisce un personaggio e la trama?
R. Nella mente faccio mille associazioni da ciò che leggo e ho letto, che guardo al cinema o dalle serie in tv, dalle notizie di cronaca o politica, internazionali soprattutto, alle abitudini delle persone, alla loro capacità di sorprendere, purtroppo anche amaramente. C’è molta violenza nel mondo, è una ribalta da cui uno scrittore può attingere e poi far crescere un’idea nuova di crimine, un insieme di personaggi adatti allo scopo. Per fortuna c’è anche tanta bontà e quindi il gioco ha anche un suo risvolto positivo. Lo scontro di questi opposti è la miccia da cui tutto nasce.

D. I personaggi che il lettore ha imparato a conoscere e apprezzare nella Trilogia, sono destinati a “morire”, in altri termini cosa nasconde per il futuro il suo cappello a cilindro, se ne ha uno?
R. Uno scrittore si appassiona a ogni singola parola che scrive, a ogni situazione che crea e a ogni personaggio che muove, quindi liberarsi di un amore così intimo è complicato e tristemente faticoso ma ogni cosa bella finisce, la vita stessa ne è il primo esempio; bisogna accettarlo, fa parte della grande sfida del nostro essere, e cercare di utilizzarlo a proprio vantaggio. Ecco, quest’energia così potente ha necessità di riversarsi in altro e una nuova storia è lì, già pronta ad accoglierla. Sto scrivendo quindi, ma un giallo completamente diverso, una nuova prova in cui cimentarsi.

D. Ed ora mi rivolgo all’editore. Fanucci era specializzata in fantascienza e fantastico, TimeCrime è una sua creatura, perché questa scelta?
R. Amo da sempre il thriller e il giallo; a 14 anni leggevo Rex Stout o Ken Follett, Stephen King o Cornell Woolrich, autori agli antipodi ma tutti espressione dei lati oscuri della nostra anima. Il crime è un genere letterario come lo è il fantasy o la fantascienza, e il mio piccolo gruppo editoriale, tuttora indipendente, pubblica i diversi generi letterari nella consapevolezza che il genere, qualunque esso sia, ha una maggiore precisione nel denunciare aspetti del nostro vivere che non la letteratura mainstream.

D. Quali doti ricerca in uno scrittore?
R. Capacità di sintesi, storia nuova e puntuale, scrittura affabile e incisiva, sorpresa nel finale. Ovviamente adatta al nostro catalogo.

D. Come trova i suoi autori? Si affida alle agenzie letterarie, ai manoscritti ricevuti o…?
R. Entrambi i casi; ricevo proposte tutti i giorni e le analizzo, così come apro tutti i manoscritti che mi arrivano. Alcuni li scarto immediatamente, altri li metto da parte per guardargli meglio più avanti mentre quelli che a prima vista mi sembrano in linea con il progetto editoriale, scritti bene e con una sinossi interessante, li porto a casa. È sulla mia poltrona che seleziono i romanzi per la pubblicazione. Se non trovo nulla che mi soddisfa, li scrivo o li invento. Sempre sulla stessa poltrona.

D. Cosa pensa dell’editoria digitale? E di Amazon?
R. È stata ed è un’innovazione importante, remunerativa, un’occasione per fare scouting e capire il target di riferimento di una casa editrice. Un passo in più di cui gli editori avevano bisogno. Amazon ne è il principale protagonista, ha le sue regole e il suo modo di “vivere” il mercato a volte sorprende ma resta un grande partner, affidabile e in movimento continuo.

D. Ritiene che tra gli autopubblicati vi possano essere valenti scrittori?
R. Assolutamente sì, ne ho anche trovati ma per una gestione complessiva di un titolo non pubblico romanzi che sono già stati autopubblicati. Come dire: o tutto o niente, come i personaggi della mia trilogia, no?
 

Questo articolo è stato pubblicato qui

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