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La carità che uccide: ricchezza e povertà in Africa

La carità che uccide. Come gli aiuti dell’Occidente stanno devastando il Terzo mondo” è il coraggioso saggio di Dambisa Moyo, un’economista di colore controcorrente (Rizzoli, 2010).

Voglio iniziare questa recensione con un dato apparentemente inoppugnabile: l’economista africana ha rilevato che tra il 1970 e il 1998, quando si registrarono i più alti livelli di aiuto ai Paesi africani, il tasso di povertà salì dall’11 per cento, all’infernale 66 per cento. Per Dambisa Moyo i prestiti hanno lo stesso effetto di una preziosa risorsa naturale: una maledizione che stimola la corruzione, i conflitti e scoraggia la libera iniziativa.

Del resto “Secondo una stima, ogni anno lasciano il continente almeno 10 miliardi di dollari, quasi la metà degli aiuti esteri ricevuti dall’Africa nel 2003” (Niall Ferguson, prefazione). Ed è anche capitato che “Quando la Banca Mondiale crede di finanziare una centrale elettrica, in realtà sta finanziando un bordello” (Paul Rosenstein-Rodin, vicedirettore del Dipartimento economico della Banca Mondiale, 1947). Infatti molti studi dimostrano che ben l’85 per cento degli aiuti è stato usato per scopi diversi da quelli pensati in origine (studio della Banca Mondiale).

Le soluzioni proposte dalla Moyo sono le seguenti:

1) I governi africani dovrebbero seguire i mercati asiatici per acquistare obbligazioni internazionali e dovrebbero incentivare gli investimenti esteri: dal 2006 al 2010, secondo il centro ricerche dell’”Economist”, i flussi globali degli investimenti esteri aumenteranno di circa l’8 per cento l’anno, mentre per la quota africana non supererà un misero 1,4 per cento (Economist Intelligence Unit). Gli investimenti obbligazionari sono fondamentali, poiché “Si possono rubare i soldi degli aiuti ogni giorno della settimana, mentre con il capitale privato lo si può fare una volta sola… E senza denaro per placare l’irrequietezza di un esercito, nessun despota può durare” (p. 216).

2) I paesi poveri dovrebbero investire su larga scala nelle infrastrutture (possibilmente senza svendere miniere e terreni ai paesi ricchi come Cina e India). Ricordo che la Cina è già diventata il terzo partner commerciale dei paesi africani: segue gli Stati Uniti e la Francia e precede il Regno Unito. Inoltre bisognerebbe ridurre la burocrazia, ideare dei sistemi moderni per impedire la corruzione e migliorare il sistema giudiziario.

3) Favorire un libero mercato internazionali dei prodotti agricoli negoziando la riduzione dei sussidi a vantaggio degli agricoltori americani ed europei. E qui l’Occidente dovrebbe decidere di prendersi le giuste responsabilità: “Il momento migliore per piantare un albero era vent’anni fa. Altrimenti, il momento migliore è adesso” (proverbio africano).

4) Aprire centri di intermediazione finanziaria basati sul microcredito, seguendo il modello della Grameen Bank fondata dal Premio Nobel Muhammad Yunus (). Garantire agli abitanti delle baraccopoli un titolo legale sulle loro abitazioni come consigliato dall’economista peruviano Hernando de Soto.

Quindi per Dambisa Moyo gli aiuti finanziari degli Stati occidentali tendono a portare gli Stati africani ad una dipendenza infantile o ad una simile a quella dovuta all’uso di droga: “Senza la minaccia di chiudere i cordoni della borsa, i governi africani considerano gli aiuti come un’entrata permanente, affidabile e consistente… Quando tutto ciò che si deve fare è starsene seduti e incassare gli assegni, non esistono incentivi a una pianificazione finanziaria a lungo termine, e nemmeno motivi per cercare alternative a sostegno dello sviluppo” (p. 73).

Comunque “negli ultimi cinque anni ci sono stati segni che consentono un briciolo di ottimismo. Molte economie africane hanno registrato tassi annuali di crescita attorno al 5 per cento” e più della metà dei Paesi registra elezioni democratiche (p. 27). Inoltre le borse africane consentono rendimenti medi del 40 per cento. Infatti l’aumento dei prezzi delle materie prime (petrolio, rame, oro, coltan, ecc.) ha incrementato gli introiti di molti Stati. Ad esempio il Botswana ha raggiunto una forte crescita economica senza dipendere dagli aiuti internazionali (circa il 6,8 per cento l’anno): nel 2000 la quota di aiuti rappresentava solo l’1,6 per cento delle entrate statali.

Invece Paul Collier attribuisce i maggiori problemi africani al fatto che la popolazione è fortemente concentrata attorno a paesi senza sbocco sul mare e con poche risorse di valore (Africa: Geography and Growth; “L’ultimo miliardo”, Laterza, 2009). Un altro grosso problema deriva dalla burocratica spartizione dell’Africa alla Conferenza di Berlino del 1885: le quattordici nazioni europee riunite “produssero una mappa dell’Africa disseminata di piccole nazioni le cui frontiere tracciate arbitrariamente avrebbero sempre reso loro difficile reggersi sulle proprie gambe, economicamente e politicamente” (p. 66). Bisognerebbe considerare che “Il principio guida democratico, accettato dai vari stati nazionali, secondo il quale alla maggioranza eletta spetta il compito di governare, vieta di prendere in considerazione l’ipotesi alternativa di una soluzione federativa che, assicurando alle diverse etnie un pari peso elettorale, potrebbe rivelarsi più adeguata per stati con popolazione multietnica” (Irenaus Eibl-Eibesfeldt, L’uomo a rischio, p. 188).

Così all’interno di ogni Stato africano c’è una grande varietà di gruppi tribali e la confusione etnolinguistica. Ciò porta a grandi difficoltà nel progettare e istituire le riforme economiche e spesso la rivalità etnica porta a lunghe lotte interne che possono trasformarsi in lunghe guerre civili, con effetti mortali per gli esseri umani e per le economie locali e nazionali. Paul Collier “ha stimato che una guerra civile costa in media circa quattro volte il PIL annuale. In Africa, dove esistono molte piccole nazioni confinanti tra loro, il costo della guerra di un singolo paese che si riversa su quelli vicini può raggiungere la metà del loro PIL” (p. 68). L’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma ha “certificato” che “l’Africa è la regione del mondo più travagliata dalle guerre, l’unica in cui il numero dei conflitti armati è in aumento” (). È quasi inutile ricordare che l’Africa è anche il continente che incassa più aiuti a livello pro capite.

In definitiva, anche se gli aiuti umanitari di emergenza “hanno meriti indubbi e fondamentali, possono comunque essere oggetti di critiche, così come le donazioni delle organizzazioni non governative” (questo discorso vale in caso di carestia, guerra o disastri naturali). Invece gli aiuti sistematici programmati dai governi più ricchi e dalla Banca mondiale sono pericolosi perché favoriscono l’indipendenza finanziaria dalle tasse dei cittadini e la corruzione governativa africana. In questo modo “Il governo non deve nulla al popolo” e non vuole dare nulla al popolo. Dopotutto “Costruire istituzioni politiche ed economiche, richiede più del semplice denaro. Un afflusso di miliardi di dollari in aiuti internazionali, senza controlli e senza regole, in realtà ha contribuito a minare l’introduzione di queste istituzioni, compromettendo una crescita più duratura” (p. 74).

Riflessioni finali: dopo sessant’anni e un trilione di dollari di aiuti all’Africa, “Il fatto più sorprendente è che non esiste altro settore, in affari o in politica, in cui si permette a insuccessi così evidenti di proseguire a fronte di prove tanto chiare e indiscutibili” (p. 88). Ma tutti sanno che tagliare i posti di lavoro nella burocrazia finanziaria è pressoché impossibile. Infine, per chiudere in bellezza, riporto l’esempio di un aiuto positivo che premia i comportamenti migliori con denaro in contante: in Tanzania esiste un progetto della Banca Mondiale che paga circa 50 dollari l’anno alle persone dai quindici ai trent’anni che rimangono negative al test HIV (p. 243). In questo modo i soldi non passano dalle mani dei politici e finiscono direttamente nei portafogli dei cittadini più bisognosi. Le soluzioni, volendo, si trovano. E senza i soliti e vecchi politici tra le palle si può fare presto e bene.

 

Dambisa Moyo è nata e cresciuta nello Zambia. Ha conseguito il dottorato in economia e finanza a Oxford e un master in Scienze Politiche a Harvard. Ha lavorato per la Banca Mondiale a Washington e presso la “famigerata” Goldman Sachs. Nel 2009 il suo libro “Dead Aid” diventa uno dei bestseller del “New York Times” e poco dopo “Time Magazine” la inserisce nella lista delle cento persone più influenti al mondo.

Nota – A chi desidera approfondire le conoscenze relative ai conflitti e alle politiche internazionali, consiglio il sito di un centro studi italiano che ha sede a Roma: www.cespi.it.

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