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La Sospettosità Siciliana; I puntata

“… La sola nozione che l’uomo siciliano ha del peccato si può considerare condensata in questo proverbio: Cu havi la cummidità e nun si nni servi, mancu lu confissuri ca l’assorvi; che è appunto l’ironico rovesciamento non solo del sacramento della confessione ma del principio fondamentale del cristianesimo: non sarà assolto dal confessore colui che non saprà profittare di ogni comodità ed occasione che gli si offre, della roba altrui e della donna altrui in particolare. Ed è da questo atteggiamento nei riguardi dell’altrui che sorge quel senso di precarietà ed insicurezza nei riguardi del proprio: quell’acuta e sospettosa vigilanza, quell’ansietà dolorosa, quella tragica apprensione di cui la donna e la roba sono circondate e che costituiscono una forma di religiosità se non di religione“. (Leonardo Sciascia, Morte dell’inquisitore)

BY 

Premessa

Il testo che segue è del 1991. L’ho rivisto un paio di volte negli anni successivi ma è rimasto sostanzialmente inalterato. Cerco di spiegare perché è difficile l’attività d’impresa nel mezzogiorno d’Italia. Suggerisco alcuni punti da tenere presente per la lettura:

a) Il rapporto interno/esterno è sempre un problema per le comunità locali; negli ultimi decenni è diventato evidente osservando i processi di globalizzazione. Cosa succede quando un territorio viene esposto alle relazioni esterne? Come gestire il problema delle identità tradizionali quando vi è la necessità di procedere ai cambiamenti necessari? Il caso siciliano e del sud Italia ci dice cosa può avvenire quando vi sono forti resistenze al cambiamento; e quando, per ragioni storiche, gli equilibri generali favoriscono il mantenimento ed il consolidamento degli equilibri interni ad un sistema locale.

b) Il territorio tende ad impoverirsi inesorabilmente se nelle interazioni sociali prevale sistematicamente l’Attore non cooperativo sull’Attore cooperativo. Lo dimostro tramite l’applicazione di una branca della Teoria dei Giochi: mi sembra uno dei risultati più significativi perché attualizza la riflessione sulle Oligarchie che, come diceva Aristotele, esercitano il potere favorendo gli interessi particolaristici a scapito di quelli della comunità. 

c) Ai fini della ricerca, la mafia ed il ceto mediatore clientelare sono isomorfi perché hanno ambedue valenza negativa rispetto all’attività d’impresa: un lascito della formazione economico-sociale feudale che ignorava la separazione del potere politico-istituzionale (il weberiano Politico) dalla funzione economica (l’Economico).

d) Ispirandomi ai lavori di Douglass North ed usando la sua terminologia definisco Cosa Nostra una Organization della Institution Mafia. La distinzione tra Cosa Nostra e Mafia ed una contraddizione interna alle Oligarchie Mafioserisuona in una intervista del 1986 all’allora segretario della Democrazia Cristiana in Sicilia, Calogero Mannino.

e) Nella ricostruzione effettuata, la mafia è uno strumento analitico definito attraverso le sue origini autoctone; vengono trascurate alcune ragioni esterne al contesto italiano che ne hanno prolungato l’esistenza. Tra queste, il ruolo di partner per il controllo del territorio nel periodo della Guerra Fredda[1]. La questione viene riproposta in questi giorni dal Caso Montante[2]: la commistione di interessi tra parti importanti delle nostre istituzioni e imprenditori vicini alla mafia mostra fino a che punto può spingersi la Hybris del potere. 

Introduzione

a) La sospettosità siciliana come convenzione sociale

Nel 1989 mi fu chiesto di partecipare ad una ricerca su Lo sviluppo socio-economico dell’area industriale del catanese. Lo studio avrebbe fatto parte di un’iniziativa che coinvolgeva 25 ricercatori di diverse specializzazioni, divisi in 5 gruppi di ricerca, chiamati a lavorare su 5 temi differenti, non solo economici. L’obiettivo era quello di elaborare un modello pedagogico-formativo destinato a manager pubblici e privati che intendessero operare nel Mezzogiorno d’Italia. A regime, i corsi sarebbero stati organizzati e gestiti dal Cerisdi, lo stesso centro che stava commissionando e organizzando la ricerca. I lavori furono conclusi dopo circa 2 anni ed i risultati complessivi pubblicati dallo stesso Cerisdi [1993].

Il gruppo di ricerca di cui facevo parte[3] decise di dedicare particolare attenzione alla comparazione con aree diverse ed a soggetti non economici ma influenti sulle strategie imprenditoriali. Furono intervistati i responsabili di 44 imprese (27 a Catania, 10 a Bari, 7 a Bologna), nonché i responsabili di 13 amministrazioni pubbliche (8 a Catania, 2 a Bari, 3 a Bologna). Le imprese furono scelte in base alla loro presunta e reputata dinamicità. I settori produttivi erano in tutto 11.

Conclusa la prima fase della nostra ricerca (raccolta di dati ed interviste) e dovendosi distribuire all’interno del gruppo il lavoro successivo di elaborazione, mi trovavo nella incomoda situazione di aver studiato nel passato argomenti molto simili[4] e di non immaginare particolari novità circa i risultati ottenibili.

I risultati preliminari (era una conferma) indicavano che le imprese industriali catanesi risultate più dinamiche erano quelle legate al ciclo dell’agricoltura (trasformazione e commercializzazione dei prodotti) e che non vi erano imprese non-agricole particolarmente dinamiche: eravamo in presenza di una scarsa dinamicità imprenditoriale probabilmente dovuta alla difficoltà ad inserirsi in settori diversi da quello tradizionale (appunto, l’agricoltura).

Emergeva, però, un dato ancora più preoccupante: le imprese meno dinamiche erano quelle legate alle commesse pubbliche. Dato il peso che queste avevano (ed hanno) nel generare reddito ed occupazione, cosa potevamo concludere? Che la presenza del pubblico denaro era un fattore che favoriva l’arretratezza piuttosto che il cambiamento e lo sviluppo? Come erano correlati i due elementi analitici presenti nello stesso contesto sociale? L’intervento pubblico nell’economia era stato causa di arretratezza o, al contrario, era il segnale della scelta politica di investire in zone economicamente stagnanti? Di sicuro, l’intervento economico pubblico nel mezzogiorno aveva ottenuto risultati meno importanti delle aspettative iniziali e spesso era stato causa di formazione di rendite di posizione piuttosto che di innovazione e di sviluppo.

La questione non riguardava solo il funzionamento delle imprese: gli studi statistici relativi agli anni ’80, che comparavano le zone europee meno sviluppate, mostravano come il mezzogiorno d’Italia era la zona a maggior tasso di trasferimenti finanziari pubblici ed a minor tasso di dinamicità[5] [L. Prosperetti e F. Varetto 1990], [P. Gugliemmetti, D. Miotto, F. Pilloton 1991], [Wolleb 1990].

I dati ISTAT per il decennio ’80\’90 (in quei mesi non disponibili e pubblicati dopo il completamento della nostra ricerca) avrebbero confermato la fragilità del tessuto industriale siciliano, la sua incapacità di diffondere sviluppo, l’aumento del divario di produttività con le altre regioni italiane, mezzogiorno compresola grave crisi che attanaglia [la] Sicilia … ancora caratterizzata dalla predominanza di imprese di piccola e piccolissima dimensione, al limite della marginalità, assolutamente non in grado di competere, quanto a dotazione di capitale, efficienza dei processi produttivi, organizzazione interna e di mercato … Una fragilità che minaccia di porre una pesante ipoteca sulla salvaguardia ed il rafforzamento di quel tanto di sviluppo industriale che l’Isola era riuscita a realizzare. [BdS 1992b; pagg. 23-24]. Inoltre, le poche imprese classificabili moderne e di dimensioni ragionevolmente grandi, salvo rarissime eccezioni, erano frutto della cosiddetta industrializzazione esterna, nate cioè con capitale pubblico o multinazionale.[6]

Sulla base dell’esperienza passata, mi ero fatto la convinzione che, almeno per quanto riguardava i temi dello sviluppo economico, non era possibile operare una distinzione tra buoni e cattivi, come talvolta mi era accaduto di leggere. Non mi pareva ragionevole, cioè, individuare nelle pubbliche amministrazioni o nei loro responsabili politici, la causa maggiore (o addirittura unica) del cattivo andamento delle imprese siciliane e meridionali. Né potevamo dire che l’intera società civile siciliana e meridionale ribolliva di iniziative imprenditoriali, puntualmente vessate dal politico o dall’amministratore di turno. La questione era più complessa e coinvolgeva tutti gli attori sociali con un comune denominatore culturale parecchio coerente e difficile da mettere in discussione.

Avendo effettuato le interviste nelle due aree di Catania e Bologna, avevo notato una differenza apparentemente lontana da temi economici. Era un elemento comportamentale presente negli imprenditori catanesi ma assente nei bolognesi. Una sorta di atteggiamento sospettoso, in parte aggressivo che mi sembrava patrimonio culturale dei siciliani più ancora che una caratteristica degli imprenditori. Mi venivano in mente le parole di uno scrittore siciliano, acuto ed impietoso osservatore di cose nostre:

“… La sola nozione che l’uomo siciliano ha del peccato si può considerare condensata in questo proverbio: Cu havi la cummidità e nun si nni servi, mancu lu confissuri ca l’assorvi; che è appunto l’ironico rovesciamento non solo del sacramento della confessione ma del principio fondamentale del cristianesimo: non sarà assolto dal confessore colui che non saprà profittare di ogni comodità ed occasione che gli si offre, della roba altrui e della donna altrui in particolare. Ed è da questo atteggiamento nei riguardi dell’altrui che sorge quel senso di precarietà ed insicurezza nei riguardi del proprio: quell’acuta e sospettosa vigilanza, quell’ansietà dolorosa, quella tragica apprensione di cui la donna e la roba sono circondate e che costituiscono una forma di religiosità se non di religione [Sciascia 1987; pagg. 659-660].

Nella stessa direzione, in maniera sistematica ed argomentata, andava un volume collettaneo a cura di Gambetta [1989] oggetto di discussione in quei mesi. Da quel dibattito, inoltre, si poteva risalire ad un frame logico [Axelrod 1985] che aveva l’indiscusso merito di essere stato sperimentato tramite una competizione internazionale tra specialisti e studiosi di teoria dei giochi. Ce n’era abbastanza per tentare una strada nuova, avendo il vantaggio non lieve di poter disporre delle nostre interviste: un numero congruo, molto recenti, campionate. Esse, effettuate anche dagli altri quattro ricercatori del mio gruppo di ricerca, davano un buon affidamento di obiettività. Così, chiesi ed ottenni di analizzare il comportamento imprenditoriale sotto l’aspetto, appunto, della sospettosità.

Le pagine che seguono sono la rielaborazione di quella parte del Rapporto di Ricerca che mi era stata affidata, e che nella versione originaria portava la data del Gennaio 1992[7]. Il titolo originale, La sospettosità siciliana come convenzione sociale, voleva essere la sintesi dell’oggetto indagato (il comportamento imprenditoriale privo di fiducia) e del luogo teorico cui ero approdato, la Convenzione Sociale, che riconduce ad elaborazioni consolidate sui momenti iniziali della modernizzazione europea. L’allargamento dell’orizzonte teorico si è rivelato necessario per tenere conto di tutti gli elementi riscontrati, cui altrimenti non sarebbe possibile dare una spiegazione soddisfacente.

b) Gli Imprenditori

Gli imprenditori intervistati presupponevano quasi sempre l’esistenza di un vincolo esterno, di particolare forza, in grado di condizionare (o anche soffocare) sul nascere qualsiasi loro iniziativa. Talvolta anche a ragione, esso veniva individuato nella mafia o nel ceto mediatore del flusso clientelare di denaro pubblico. In ogni caso, si trattava di vincoli posti da persone e ceti con i quali si poteva (talvolta si doveva) raggiungere un accordo. Da questo dipendeva la buona riuscita dell’intrapresa economica.

Eravamo in presenza di una concezione peculiare: si ipotizzava che all’interno dei meccanismi di regolazione economica si fosse strutturato un potere discrezionale (ad opera di ceti e persone) particolarmente pervasivo. La legittimità di questo potere non era imprenditoriale né economica in senso lato. Era assente inoltre il reciproco (influenza degli imprenditori sugli altri ceti).

Rimaneva in secondo piano la possibilità che le aree di incertezza potessero non essere governate da qualcuno in particolare. O che alcune aree di incertezza potevano essere separate da altre aree che, a loro volta, erano governate da altre regole per la soluzione dell’incertezza.

Se si fosse riscontrata questa consapevolezza (aree e regole distinte) i limiti avrebbero potuto essere considerati oggettivi e non presidiati da qualcuno in particolare. All’incertezza si sarebbe potuto contrapporre un atteggiamento di sfida e sperimentazione: la soluzione avrebbe potuto essere progettata e realizzata tramite ricerche di mercato, ristrutturazioni aziendali, investimenti tecnologici, innovazioni di prodotto, ecc.

Questo mix di necessità d’azione economica e di aspettativa di veto discrezionale ingenerava un atteggiamento poco sereno che quasi sempre aveva un effetto paradossale. Gli imprenditori mettevano in campo proprio quelle azioni che erano il presupposto per il verificarsi dell’impedimento: per es. quando sceglievano il patteggiamento con altri attori sociali (imprenditori, funzionari pubblici, uomini politici, mediatori). Evitando di prendere in considerazione altre possibili soluzioni (per es., il conflitto, l’autonoma iniziativa di innovazione tecnologica, organizzativa, di prodotto).

Potevamo dire che la sospettosità diventava speculare al potere di veto: lo presupponeva sul piano logico e talvolta contribuiva a creare i presupposti perché si realizzasse.

L’argomento tuttavia non si presenta di facile gestione scientifica. È opportuno precisarne l’ambito di utilizzo.

La sospettosità può essere indice della difficoltà soggettiva dell’attore sospettoso di distinguere tra ambiti di rischio: incapacità di saper gestire l’incertezza perché in situazioni così caratterizzate non riesce a discernere il pericolo vero da quello potenziale. Ciò comporta l’impossibilità di legittimare l’errore come componente essenziale dell’azione umana. Ogni impedimento sarà visto in primo luogo come causato da attori esterni. In tal modo diventa molto difficile tenere nel giusto conto l’eventuale errore imprenditoriale o il pur frequente cambiamento delle condizioni di mercato. Vi è l’impossibilità di mettere in pratica uno degli atteggiamenti più naturali in situazioni d’incertezza: il trial and error tanto citato dagli autori anglosassoni e che permette di imparare dai propri errori.

Tuttavia, si commetterebbe un errore speculare se si imputasse la responsabilità di tale difficoltà esclusivamente agli imprenditori. Si trattava, invece, di una mappa cognitiva che riguardava tutti gli attori sociali. Dal nostro punto di osservazione (efficienza dell’impresa capitalista) questo ragionamento acquistava una valenza specifica perché individuava nel mezzogiorno, ed in Sicilia in particolare, un insieme di valori diffusi che non favorivano e talvolta confliggevano con ipotesi di sviluppo economico industriale e di mercato concorrenziale.

Partivamo da una constatazione: nel mezzogiorno vi erano, oggettivamente, meno probabilità di successo economico che in altre parti d’Italia. Ma vi era anche l’abitudine a tale situazione negativa: ciò determinava un condizionamento ulteriore, impedendo di vedere le alternative se e quando esistevano.

Si poteva anche dire che le iniziative economiche implementate attraverso le normali procedure di investimento e rischio di impresa non avevano i connotati del successo sociale. Non erano, cioè, modelli socialmente vincenti[8]. In un’accezione weberiana potevamo parlare di un economico peculiare e con caratteristiche diverse da quelle diffuse in altri contesti geografici.

D’altro canto, anche se la società meridionale aveva mediamente una qualità della vita inferiore a quella di altre zone italiane ed europee, un meccanismo di redistribuzione della spesa pubblica aveva impedito il formarsi di sacche di povertà potenzialmente conflittuali e socialmente pericolose. La redistribuzione della spesa pubblica era stata governata da un ceto medio e medio alto strutturatosi e legittimatosi lungo i decenni. Il valore insito nel suo modo di fare politica (il politico weberiano) prescindeva da qualsiasi ipotesi di produttività e redditività economica nei due momenti fondamentali dell’acquisizione delle risorse (che avveniva tramite contrattazione politica a livello nazionale) e della loro distribuzione (che era finalizzata al consenso diffuso).

Se avessimo usato una terminologia politologica avremmo dovuto dire che l’arena politica si sovrapponeva a quella economica. Cioè, che gli attori politici avevano un maggior potere contrattuale e che riuscivano ad imporre le loro scelte e le loro agende. In realtà, nel nostro caso dovevamo usare una terminologia logica. La ragione era che gli attori dell’arena economica agivano molto spesso secondo le regole dell’arena politica siciliana. Con il risultato tendenziale di voler governare il fatto economico con strumenti logici di derivazione politica, diversi da quelli diffusi in altre zone europee e certamente con risultati meno efficaci.

Quindi, la concezione del fatto economico sembrava abbastanza diversa da quella diffusa in altri contesti, europei e non, rispetto ai quali avevamo addirittura problemi di comparazione. Questa concezione economica, inoltre, sembrava dotata di scarsa autonomia rispetto ad altri valori, incluso il valore politico. Questo, a sua volta, sembrava non comprendere nella sua strutturazione interna l’autonomia dell’economico.

Gli indizi iniziali erano significativi. Spesso gli imprenditori preferivano piccoli accordi di cartello, laddove sarebbe stato preferibile un’azione di aggressione dei mercati. Tuttavia, come già detto, sembrava che la dinamicità imprenditoriale fosse una componente poco conosciuta dal sistema sociale nel suo complesso. I valori dominanti tendevano a frenare quei comportamenti imprenditoriali giudicati di rottura degli accordi possibili ed auspicabili. Creando talvolta un pregiudizio allo sviluppo dell’impresa. Un’azione frenante è tipica di ogni sistema sociale, che tende a conservare le sue caratteristiche fondamentali. Quindi, quella da noi riscontrata era una tendenza presente anche in altri contesti ed in altre latitudini. La sospettosità assumeva rilevanza autonoma e dignità scientifica perché incideva significativamente sui comportamenti economici.

Nelle pagine che seguono cercheremo di collocare il nostro ragionamento all’interno di un quadro più generale. Il primo tema affrontato è quello della regolazione politico-discrezionale dell’economia (Capitolo 1. Regolazione Locale e Regolazione Economica). Con particolare riferimento alla tesi che lo sviluppo italiano è stato caratterizzato dai suoi localismi. Successivamente accenneremo ad Alcune Ipotesi Storiche (Capitolo 2.), e ci soffermeremo sulle condizioni socio-economiche della Sicilia all’indomani dell’Unità d’Italia, così come esposte in due inchieste coeve effettuate da privati e da parlamentari (2.1. Le due Inchieste del 1875). La comparazione delle due indagini e delle differenze sui rimedi proposti ci permetterà di sottolineare quali equilibri politici ed economici nazionali si andavano profilando anche a salvaguardia dei ceti dirigenti meridionali. Da ciò trarremo insegnamento (Capitolo 3. L’importanza dei Ceti Medi) per verificare quali ceti sociali abbiano caratterizzato la modernizzazione meridionale e siciliana in particolare e, di conseguenza, quali valori si siano diffusi e siano risultati socialmente vincenti. Infine, dopo aver valutato i limiti dell’uso della categoria fiducia (Capitolo 4. La Fiducia come Strumento di Analisi) dimostreremo che i risultati ottenuti dalla nostra ricerca sono uguali a quelli ottenibili tramite un gioco di coordinamento (Capitolo 5. Teoria dei Giochi ed Analisi Sociologica). In questo ambito, indicheremo chiaramente i parametri di riferimento iniziali.

Cercheremo in tal modo di evitare il rischio presente in ogni lavoro di ricerca ma soprattutto nelle esercitazioni logiche di presentare come valore aggiunto ciò che è già implicito nell’impostazione iniziale. 

Bibliografia

Axelrod A. 1985, Giochi di reciprocità, Milano: Feltrinelli (ed. originale The Evolution of Cooperation, 1984).

BdS 1992a, Banco di Sicilia- Servizio Studi, Quadrante Economico Siciliano n.1, Palermo.

BdS 1992b, Banco di Sicilia- Servizio Studi, Quadrante Economico Siciliano n.2, Palermo.

Cerisdi 1993, Un modello Pedagogico-Formativo per lo sviluppo manageriale- Studi e Ricerche, Palermo

Ditta L.- Padovani R. 1992, Regioni meridionali e sviluppo industriale negli anni ’80, Rivista economica del Mezzogiorno, 1.

Fasanella G. 2013, Una lunga trattativa. Stato-mafia: dall’Italia unita alla seconda repubblica. La verità che la magistratura non può accertare, Milano: Chiarelettere

Gambetta D. (a cura di) 1989, Le strategie della fiducia, Indagini sulla razionalità della cooperazione, Torino: Einaudi

Gugliemmetti P., Miotto D., Pilloton F. 1991, Il mercato del lavoro delle aree in ritardo della Comunità Europea negli anni ’80, Rivista economica del Mezzogiorno, n.1

Pirré G. 1983a, “La legislazione “minore” a favore della proprietà contadina nel periodo 1948-60″ in AAVV- SOCIOLOGIA RURALE. QUALE FUTURO. – Milano: Franco Angeli

Foto: Wikipedia

Pirré G. 1983b, “Tracce di analisi per uno studio sulla effettiva applicazione delle leggi dell’Assemblea Regionale Siciliana”, Catania: ISVI

Pirré G. 1986 (Et alii), “Popolazione, forza lavoro e primi risultati della ricerca in tema di imprenditoria dinamica”, Appendice a “Il caso Catania” in “AAVV-IL SISTEMA METROPOLITANO ITALIANO” – Milano: Franco Angeli.

Pirré G. 1988a, (Et alii) “CONSENSO SENZA SVILUPPO”, Milano: F. Angeli

Pirré G. 1988b, (Et alii) “IL DIFFICILE SVILUPPO DELL’INDUSTRIA NEL MEZZOGIORNO”, Milano: F. Angeli

Pirré G. 1988c, “La legge siciliana sull’urbanistica” in “ARCHIVIO ISAP N. 5”- RELAZIONI PARTITI-BUROCRAZIE (a cura di F. Cazzola e A. Panebianco) Milano: Giuffrè

Pirré G. 1989, “Questione meridionale e questione istituzionale”, in RIVISTA TRIMESTRALE DI SCIENZA DELL’AMMINISTRAZIONE n. 1.

Prosperetti L., Varetto F. 1990, I divari di produttività industriale: risultati e indicazioni di una ricerca, Rivista economica del Mezzogiorno n. 4

Sciascia 1987- Morte dell’Inquisitore, in Opere 1956-1971, Milano: Bompiani.

Wolleb E. 1990, I paesi del Sud Europa: un’analisi comparata, Rivista economica del Mezzogiorno n. 4

Note


[1] Giovanni Fasanella, consulente della “Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi” cita documenti e pubblica interviste inequivocabili in [Fasanella 2013].

[2] Sull’argomento un mio post in due parti sul sito del Corriere della Sera. Ecco i link per leggerlo on line:

https://forum.corriere.it/leggere_e_scrivere/30-03-2019/i-padrini-dellantimafia1-3206807.html

https://forum.corriere.it/leggere_e_scrivere/30-03-2019/i-padrini-dellantimafia2-3206815.html

[3]. Gli altri ricercatori erano: il prof. Elio Rossitto, il prof. Antonio Purpura, il dott. Salvatore Tomaselli, il dott. Sebastiano Torcivia.

[4]. Il mercato del lavoro in provincia di Catania [Pirré 1986]; lo sviluppo socio-economico siciliano e meridionale nel periodo 1974\85 ed il comportamento delle imprese industriali catanesi [Pirré 1988a]; l’elaborazione e l’applicazione dell’ultima legge per l’intervento straordinario nel mezzogiorno- legge n. 64\1986 [Pirré 1988b] e [Pirré 1989]; la riforma agraria e lo spostamento degli interessi economici dei “rentier” dalla campagna alla città [Pirré 1983b]. Potendo confidare sulla conoscenza dei partiti e delle amministrazioni locali [Pirré 1983b; Pirré 1988c] avevo la possibilità di guardare al comportamento degli attori dell’arena economica e di quella politica, evitando quell’isolamento disciplinare che talvolta conduce ad attribuire erroneamente al proprio oggetto di studio specificità inesistenti.

[5] La comparazione veniva effettuata per un lasso temporale significativo; inoltre, per ciascuna zona si calcolava il tasso di dinamicità in riferimento alla porzione di territorio nazionale definita più dinamica (nel nostro caso l’Italia del Centro-Nord).

[6] Cfr. anche [BdS 1992a] e [Ditta -Padovani 1992].

[7] Una sintesi della versione del 1992 è stata pubblicata in [Cerisdi 1993].

[8]Abbiamo escluso dalla nostra ricerca l’imprenditoria controllata direttamente dalla mafia, che può utilizzare strumenti molto efficaci ma non di mercato per conseguire il proprio successo economico: l’uso della violenza e capitali a basso prezzo.

Indice

I Puntata (Premessa; Introduzione: a) La sospettosità siciliana come convenzione sociale; b) Gli Imprenditori; Bibliografia; Note).

II Puntata (Capitolo 1. Regolazione Locale e Regolazione Economica; Bibliografia; Note).

III Puntata (Capitolo 2. Le Ipotesi Storiche; 2.1. Le Due Inchieste Del 1875; Bibliografia; Note).

IV Puntata (Capitolo 3. L’importanza Dei Ceti Medi.; 3.1. La Mafia; 3.2. Il Ceto Medio Clientelare; 3.3. I Valori di Riferimento;Bibliografia; Note).

V Puntata (Capitolo 4. La Fiducia Come Strumento di Analisi; Bibliografia; Note).

VI Puntata (Capitolo 5. Teoria Dei Giochi ed Analisi Sociologica: Il Caso Siciliano; Bibliografia; Note).

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