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Kazakistan, il “cuore del mondo” in fiamme

Il motivo per cui la presidenza Toqaev non è caduta è che non può cadere. Non Toqaev, che è un pedone come tanti altri, ma il Kazakistan. È il Kazakistan che non può cadere.

5 gennaio 2022. Una data storica. Per la prima volta dal 1992, anno della fondazione, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva ha accettato la richiesta di aiuto lanciata da uno dei suoi membri. Un evento straordinario, emblematico, indicativo del mutamento dei tempi, perché la “Nato postsovietica” aveva sempre fatto orecchie da mercante fino a quest’anno. Immobile nel Kirghizistan del 2010, infuocato dagli scontri interetnici e dalla detronizzazione di Kurmanbek Bakiyev. Indifferente nel 2012, anno in cui l’Uzbekistan decise di sospendere la propria adesione all’alleanza. Da sempre ridicolizzata da Aleksandr Lukashenko, che nel 2009 fece infuriare Nursultan Nazarbaev domandandosi perché, se mai fosse giunta l’ora, dei soldati bielorussi avrebbero dovuto combattere per il Kazakistan, e che un anno dopo, incapace di spronare l’OTSC ad attivarsi in Kirghizistan, garantì l’asilo all’amico e presidente in fuga Bakiyev.

La domanda, dunque, è più che lecita: cosa è cambiato dal 2010 ad oggi? Tante, tantissime cose. 

Il primo motivo è che lo spazio postsovietico ha cominciato a venire trattato dalla Federazione russa come un vero e proprio cortile di casa. Erbacce tagliate. Cespugli curati. Semi piantati. Recinti antiscavalcamento issati. In termini pratici: ringiovanimento dell’OTSC, creazione dell’Unione Economica Eurasiatica, collaborazione con la Repubblica Popolare Cinese in funzione contenitiva dell’espansionismo turco-occidentale.

Il secondo motivo, che è legato ed è al tempo stesso la causa del primo, è che il sistema internazionale ha assistito allo scoppio di una nuova edizione della guerra fredda. Questa volta, però, a confrontarsi non sono il Mondo libero e il Secondo mondo. Sono l’Occidente e la sua prole – moltiplicatasi dal dopo-guerra fredda ad oggi – contro Russia, Repubblica Popolare Cinese e i loro satelliti e alleati. In mezzo, come in passato, giace uno stuolo abnorme di non allineati, finti allineati e doppiogiochisti.

La guerra fredda 2.0 spegne la candela numero otto anno nel 2022, essendo scoppiata ufficialmente nel 2014 – l’anno di Euromaidan – e anche se, in realtà, si potrebbe affermare che trattasi del nuovo capitolo di un confronto mai finito, ma semplicemente entrato in una fase di bassa intensità per un ventennio. In ogni caso, come pronosticato su InsideOver lo scorso aprile, il confronto egemonico sarebbe entrato in un nuovo stadio nel dopo-Trump, “più bellicoso del precedente”, e la crisi kazaka di inizio gennaio va inquadrata al suo interno.

E uno stadio, quello attuale, che possiede una serie di aspetti caratterizzanti, tra i quali la trasversalità. Si combatte ovunque, come sempre, ma la mossa successiva verrà esperita in un teatro insospettabile, preferibilmente un satellite prossimo (e caro) al pianeta. È lo stadio delle periferie al centro”, che su Osservatorio Globalizzazione abbiamo avuto modo di introdurre al pubblico lo scorso novembre, in occasione dei moti scoppiati dalla Guadalupa alle Isole Salomone. Moti apparentemente genuini, scollegati tra loro, eppure conglobati in un unico insieme – la guerra fredda 2.0 – e indicativi della crescente rilevanza delle periferie per gli strateghi delle grandi potenze.

“Barbados, Martinica, Guadalupa e Salomone”, scrivevamo, “sono forieri che preannunciano l’arrivo di un nuovo vento. Un vento che non si sostituirà al precedente, ma si mescolerà con esso. E questo vento sarà particolarmente intenso, a tratti uraganico, per micro-stati, satelliti – inclusi i territori occupati ma privi di riconoscimento internazionale – e avanzi dell’epoca coloniale, ovverosia per coloro che sono sprovvisti di ombrello e cappuccio”. Di lì a breve, prevedibilmente, il ritorno della Repubblica Popolare Cinese nel pivotale Nicaragua – dalla quale era fuggita dopo la quasi-guerra civile esplosa nel 2014, all’indomani dell’annuncio di un canale rivale di Panama (cioè degli Stati Uniti), e da allora mai rientrata – e la crisi kazaka.

Che il Kazakistan non sarebbe caduto, perché non può cadere, era chiaro a tutti – tutti i conoscitori dello spazio postsovietico e i cremlinologi. La mattina del 5, mentre i dimostranti prendevano il controllo di Almaty, unità di polizia e militari passavano dalla parte dei riottosi, edifici-chiave venivano occupati e strane proposte venivano avanzate dagli aspiranti golpisti – tra le quali la fine dell’alleanza con la Russia –, scrivevo che molto probabilmente la presidenza non sarebbe caduta per via dell’assenza di un’organizzazione coordinatrice dell’insurrezione e dell’importanza del Kazakistan per Russia e Cina (“stato-chiave dell’Asia centrale, perno dell’Unione Economica Eurasiatica e tra le fermate più importanti della Nuova Via della Seta”, possibilità di “un effetto domino nel resto dell’area” in caso di detronizzazione riuscita), aggiungendo che Toqaev avrebbe profittato dei disordini per operare “un cambio dei vertici”.

Gli eventi del pomeriggio hanno dato ragione a quel tentativo di lettura: dimissioni del primo ministro, espulsione di Nursultan Nazarbaev dal Consiglio di Sicurezza (eloquentemente sostituito da Toqaev in persona) e riciclo di altre figure-chiave. Un repulisti duro e puro avvenuto nel pieno di un’insurrezione su larga scala dal potenziale sovversivo. Perché perdere tempo nel dare la caccia alla “generazione Nazarbaev” mentre la nazione rischiava di sprofondare? Perché, proseguivo, Toqaev sapeva di non essere solo, sapeva di poter contare su un intervento dell’OTSC. Poi richiesto e approvato in tempi record.

A questo punto, urge rispondere ad alcune domande. La fugace primavera kazaka era spontanea? In parte sì, come (di)mostrato dal fatto che i disordini siano partiti e siano stati concentrati tra le periferie e Almaty (la “Detroit del Kazakistan”). Espressione di un malessere serpeggiante, esistente, ma invisibile agli occhi degli abitanti del centro e della classe dirigente. Malessere che la classe dirigente dovrà forzatamente riconoscere e alleviare, pena un crescendo di instabilità e fuga di capitali esteri – volano dell’economia kazaka. In parte no, come indicano l’intervento dell’OTSC, le dichiarazioni di Toqaev (“aggressione portata avanti da terroristi addestrati dall’estero”) e la straordinaria velocità di diffusione, il livello di violenza atipico e l’organizzazione dei rivoltosi. Velocità, violenza e organizzazione che hanno spiazzato tutti, dalla dirigenza kazaka agli analisti. Velocità, violenza e organizzazione che debbono costringerci a domandarci: in Kazakistan esistevano delle “cellule dormienti”, delle quinte colonne, in attesa di essere attivate? Probabilmente sì.

Ma perché il Kazakistan? Perché è il cuore dell’Asia centrale, dalla cui stabilità dipendono i sogni egemonici sul continente di Russia e Cina. Perché era insospettabile, dati gli indici di sviluppo e benessere piuttosto elevati in comparazione al resto della regione. Perché questo è lo stadio delle periferie al centro – e il Kazakistan, nonostante le aspirazioni di autonomia e multivettorialità, è e resta un satellite. E perché, forse, causa il crescendo di operazioni occidentali ai bordi della Russia (Artico, Mar Nero, Ucraina) e della Cina (Indo-Pacifico, Taiwan), le due potenze asiatiche negli ultimi tempi avevano alzato la posta in gioco cominciando a scavare una trincea nei pressi della fortezza America, cioè nell’Atlantico (Guinea equatoriale) e in America Latina (Nicaragua). Un azzardo al quale gli Stati Uniti potrebbero aver risposto in Asia centrale, il cortile di casa di Russia e Cina, mostrando loro che 1) violabile e 2) infiammabile. Cosa succede adesso? Che le periferie sono al centro, il Kazakistan ne è la dimostrazione lapalissiana, perciò occhi aperti su quelle parti di mondo dai nomi impronunciabili, difficilmente localizzabili anche con il mappamondo e case di conflitti ibernati in attesa di essere scongelati e di malcontento serpeggiante in attesa di essere strumentalizzato. Non dimenticare che, come ne La notte del giudizio, tutto è lecito per una notte pur di seppellire la Nuova Via della Seta e l’albeggiante età multipolare – dalle sempreverdi rivoluzioni colorate al terrorismo. E attenzione ad un fatto: applicare la teoria dei fuochi nelle relazioni internazionali significa accendere una miccia in una periferia nella speranza-aspettativa che le fiamme divampino fino al centro. Ergo, l’obiettivo non è mai soltanto la palazzina presa d’assalto: è l’intero vicinato.

 

Foto Wikimedia Commons

Questo articolo è stato pubblicato qui

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