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"Io, cassintegrato che lavora, 8-9 ore al volante anche in zona rossa"

E dire che di storie di sfruttamento ne ho scritte, ma qui c'è l'intero repertorio concentrato: contratto-pirata, finta cooperativa, cambio d'appalto con vertenza farlocca per liquidare il pregresso e dipendenti in cassa integrazione che lavorano full time per 700 euro e rischiano di essere lasciati a casa quando scatterà lo sblocco dei licenziamenti. Il Sussidistan delle imprese che usano la cassa integrazione per lucrare sulla pandemia.

Dall’inizio della pandemia politica e informazione hanno fatto a gara nel dare in pasto all’opinione pubblica una serie di figure sociali che col loro comportamento irresponsabile avrebbero ostacolato l’azione di governo violando le misure sanitarie e facendo prevalere l’interesse individuale sul bene supremo del Paese: dai giovani che contagiano i nonni per prendere lo spritz con gli amici agli acquirenti compulsivi che a Natale si assiepano nei centri commerciali, dagli “infermieri no vax” fino allo psicologo trentacinquenne, ultimo arrivato nella lista dei “furbetti del covid”, pare che la responsabilità di tutto ciò che non ha funzionato in questi 14 mesi sia non di chi fa le regole e ha il compito di farle rispettare, bensì di chi quel potere non ce l’ha.

Ci sono notizie e “furbetti” che invece restano nell’ombra. Non che vengano censurate, per carità, semplicemente non se ne parla, non escono dal recinto della cronaca locale o del trafiletto a pagina 16, non si vedono riconosciuto l’onore della prima pagina o della prima serata. Una risale allo scorso luglio: audito dalle commissioni bilancio di Camera e Senato Giuseppe Pisauro, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, informa che il 25% delle ore di cassa integrazione pagate dallo Stato fino a quel momento riguardano aziende che non hanno subito una riduzione del fatturato a causa della pandemia. Sono circa 1,25 miliardi al mese. Eppure nessuno si è chiesto perché un’azienda dal fatturato integro dovrebbe tenere i propri dipendenti a casa e soprattutto come faccia a continuare a lavorare. La risposta è semplice: continua a farli lavorare a spese dell’INPS.

Efisio, 46 anni, di origini molisane ma vive al nord da 30 anni, fa il venditore per una grossa azienda di forniture per bar e ristoranti, assunto con uno di quei contratti che singole aziende o, in questo caso, fantomatiche associazioni datoriali stipulano con organizzazioni sindacali compiacenti, ritagliati, ovviamente, sulle esigenze delle aziende. Nel suo caso l’azienda un calo di fatturato l’ha avuto, ma ha trovato un modo fantasioso per trasformare un problema in un’opportunità. Per lo Stato infatti Efisio è in cassa integrazione, a casa, nei periodi rossi o arancioni, come tutti, esce solo per fare la spesa o per “stato di necessità”. In realtà, però, è in strada, anche nove ore al giorno al volante per andare a raccogliere gli ordini dei ristoratori e dei baristi, a volte anche per consegnare loro la merce, solo che lo “stipendio” glielo paga l’INPS. Quell’INPS di cui tra un po’ ci diranno che ha i conti in rosso e bisogna fare un’altra riforma delle pensioni, sennò l’Europa non ci dà il Recovery Fund. Eppure di quelli come Efisio non se ne parla, nessuno si strappa le vesti, nessuno sbatte il mostro in prima pagina e quest’omertà è anche un monito per chi è nelle sue condizioni e potrebbe ribellarsi e parlare: sappi che sei solo. Ma passiamo ai fatti.

Parlaci dell’azienda per cui lavori.

Lavoro in un’azienda del commercio che si occupa di forniture a ristoranti, pizzerie, bar, ma anche mense aziendali. A questi locali forniamo tutto: alimenti come carne e pesce, bevande, surgelati, ma anche tutti gli articoli che servono per quel genere di attività, nel complesso sono migliaia di articoli. L’azienda è divisa in tre rami: i venditori, che girano ogni giorno per tenere i rapporti coi clienti e raccogliere gli ordini; la logistica, che si occupa di consegnare gli articoli ordinati ai locali e gli uffici, dove lavorano gli amministrativi e alcuni dipendenti specializzati nei vari settori merceologici (ad esempio le bevande oppure la carne), che forniscono un supporto ai venditori e svolgono anche attività di formazione e di affiancamento.

Quanti siete in tutto e quanto fattura l’azienda?

Come venditori circa 120-130, ma con la logistica e gli uffici il numero si moltiplica parecchie volte. Nel 2019 abbiamo fatturato 52 milioni di euro. Nel 2020 ovviamente i risultati sono stati influenzati dagli effetti della pandemia, che ha colpito la nostra clientela in modo particolare.

Da quanto lavori e con che contratti?

Ho iniziato a novembre del 2019 con un contratto a tempo determinato di sei mesi che scadeva ad aprile, poi a tempo indeterminato. Nel frattempo era scoppiata la pandemia e a marzo sono stato messo in cassa integrazione.

Quanti sono in cassa integrazione come te?

I venditori sono divisi in due categorie: quelli che lavorano a partita Iva e quindi sono autonomi e non hanno diritto e i dipendenti come me. I dipendenti a quanto mi risulta sono tutti in cassa integrazione. Certamente lo sono quelli con cui sono in contatto. Ma anche una parte del personale degli uffici è in cassa.

Tu però lavori normalmente. Quante ore al giorno?

Lavoro come sempre. E questo significa stare 5-9 ore al giorno a seconda di come va il mercato, che in questo momento naturalmente risente degli alti e bassi dovuti al covid e alle misure del Governo, alle chiusure e al colore delle singole regioni. L’estate scorsa, ad esempio, con la fine del lockdown e la riapertura dei locali ho ripreso a viaggiare in macchina 8-9 ore al giorno, a cui si sommano le ore di formazione in azienda.

Anche gli impiegati in cassa integrazione hanno continuato a lavorare? A casa o in ufficio?

Hanno continuato a lavorare in ufficio e se serve vengono anche con noi in affiancamento, come risulta anche dalle mail e dai messaggi whatsapp.

Insomma tutti sono in cassa ma lavorano, come se fosse la cosa più normale del mondo. Ma l’azienda in qualche misura riconosce che si tratta di una truffa? E come la giustifica? Con la situazione economica difficile?

Lo riconoscono in modo molto molto velato, ma è un atteggiamento molto subdolo, per cui, ad esempio, loro ti dicono che tu se vuoi fare gli ordini per telefono stando a casa puoi farlo, ma allo stesso tempo tu sai che lavorare da casa non è la stessa cosa e quindi esci e vai a incontrare i clienti. Anche perché sei costantemente sotto pressione sul fatturato e quindi se ti vuoi tenere il lavoro esci tutti i giorni, anche se poi ora molti locali hanno deciso di chiudere e di riaprire quando ci sarà una riapertura definitiva. D’altra parte parlo con colleghi di altre aziende più strutturate e mi dicono che da loro quando sei in cassa integrazione non lavori e che se sei in smart working lavori effettivamente da casa.

Girando in macchina 8-9 ore al giorno può capitare di avere un incidente e anche di farsi male.

A me non è mai successo, ma ad alcuni colleghi sì. E non è che l’incidente in auto sia il solo rischio, perché ci capita anche di ritirare i pagamenti e se giri con qualche migliaio di euro rischi di essere rapinato. E’ uno dei rischi del mestiere e nel settore alcuni colleghi, quando capita, se si tratta di cifre non troppo elevate a volte preferiscono non dire nulla e metterceli di tasca propria per evitare che le aziende sospettino che li abbiano rubati loro.

E se sei in zona rossa e vieni fermato cosa scrivi sull’autocertificazione?

Che sto lavorando. Il trucco è che l’azienda non ha mai chiesto la cassa integrazione per 4 settimane, ma al massimo per 3, in modo tale che se per qualche motivo viene fuori che stai lavorando può far risultare che è successo nella settimana in cui non sei coperto dalla cassa. Fai un incidente? Ti ferma la polizia e devi certificare che stai lavorando? Oppure sei un impiegato e vai ad affiancare il venditore? L’essenziale è comunicarlo all’azienda entro la fine del mese, in modo che possa sistemare tutto e far tornare i conti. Certo, se ti fermano troppo spesso diventa un problema anche per l’azienda giustificare tutto e questa è una delle ragioni per cui lavori sempre sotto stress.

E per quanto riguarda lo stipendio, come funziona?

Io ora ho uno stipendio fisso, arrivo a circa 1.520 euro al mese con dentro tredicesima, quattordicesima e TFR. Quando ero a tempo determinato avevo una quota di provvigioni e viaggiavo con la mia auto. Quando sono passato a tempo indeterminato mi hanno dato lo stipendio fisso, l’auto e il tablet aziendale. Fino a fine anno l’azienda mi anticipava la cassa integrazione e mi versava l’integrazione dello stipendio al 100%.

E poi?

Da gennaio è cambiato tutto.

In che senso?

Faccio una premessa. Io non sono dipendente della casa madre, ma di una delle cooperative che in qualche modo le gravitano attorno, anche se ufficialmente sono indipendenti. A fine anno la mia cooperativa e, credo, tutte le altre sono state sciolte, al loro posto sono state create nuove cooperative e noi siamo stati licenziati e riassunti. L’azienda madre e la cooperativa, insieme a un sindacato autonomo, hanno inscenato una finta vertenza, come se io all’atto del licenziamento mi fossi rivolto a quel sindacato per chiedere all’azienda di pagarmi delle somme che non mi erano state versate, tipo TFR, straordinario, ferie. Mi hanno messo davanti una specie di verbale di conciliazione. C’era scritto che per l’azienda le mie richieste erano infondate ma che erano disposti a versarmi una cifra irrisoria, meno di 100 euro, e io in cambio ho dovuto firmare un accordo tombale in cui dichiaravo che mi erano state pagate tutte le somme dovute e che non avevo più nulla da reclamare dalla vecchia cooperativa. L’ho dovuto fare per tenermi il lavoro.

Insomma hanno fatto sparire le prove del delitto?

Sì e da quel momento ho ricominciato a lavorare con la nuova cooperativa, che però non mi versa più l’integrazione, per cui prendo solo la cassa integrazione, sui 730 euro al mese.

Quindi tu oggi lavori fino a 8-9 ore al giorno per 730 euro al mese?

Sì, cerco di fare il mio lavoro al meglio e può capitare anche che se un cliente ha urgenza vado anche a caricarmi la merce e gliela consegno. Anche qui loro mi dicono che il cliente può aspettare, per cui se io faccio anche il fattorino è una scelta mia, poi però mi mettono pressione sul fatturato. Tieni presente che quando io sono arrivato in azienda loro non mi hanno affidato un portafoglio clienti, per cui me lo sono dovuto creare dal nulla e dopo pochi mesi, proprio nel momento più delicato, quello in cui cerchi di consolidare il tuo rapporto con clienti che non conoscevi, è esploso il virus. Perciò il mio fatturato oggi è soggetto alle normali oscillazioni dovute alla pandemia, aggravate da un rapporto coi clienti non ancora strutturato. In ogni caso io mediamente fatturo sui 20.000 euro al mese e in questo modo garantisco un margine di guadagno all’azienda. Ma il messaggio che mi arriva è che non basta.

In che modo arriva questo messaggio?

Anche in questo caso in modo subdolo. Ti dicono quanto costi all’azienda e citano in continuazione gli esempi di venditori che magari sono in azienda da 15 anni e hanno un portafoglio clienti consolidato, che in condizioni normali fruttava 80.000-100.000 euro al mese e oggi si è ridotto a 60.000-70.000, cifre comunque molto superiori alle mie. In sostanza ti mettono pressione per spingerti a cercare nuovi clienti e aumentare il fatturato. E il presentimento è che quando arriverà lo sblocco dei licenziamenti mi manderanno via perché non fatturo abbastanza rispetto ai costi o magari mi diranno, come è già successo a diversi colleghi, che se voglio continuare devo passare a partita Iva.

Coi colleghi avete occasione di incontravi e parlate della situazione? Cosa dicono e che stato d’animo si respira?

Ci sentiamo telefonicamente o ci vediamo in sede per delle riunioni. Ovviamente io parlo con una cerchia più ristretta di colleghi, in particolare con un paio di loro, uno è un mio ex compagno di scuola, l’altro un mio compaesano, che viene da un paesino del Molise vicino a dove sono nato e vissuto fino ai 12 anni. Il nostro è un ambiente in cui ti devi muovere con circospezione perché domina la logica della competizione e quindi devi sapere con chi puoi parlare e con chi è meglio di no. Diciamo che lo stato d’animo oscilla come il lavoro. Ci sono giorni di entusiasmo e giorni in cui crolli. Il lavoro è quello che è e l’azienda non fa nulla per incoraggiarti e trasmetterti un minimo di serenità. Il messaggio è costantemente “fai, fai”, ma poi quando fai mai nessuno che ti dica bravo una volta. Del resto è una realtà molto diffusa nel nostro settore, fatto di aziende che ti spremono come un limone e dove anche se fai fatturati altissimi vieni messo a tacere. Meno rompi le scatole – e per rompere le scatole intendo dire rivendicare cose che ti spettano, non chissà quali pretese – e meglio stai. Soprattutto stando zitto eviti di finire nella black list.

Cosa pensi di questa situazione?

Sono molto depresso per la situazione che sono costretto a subire e per come vengono trattati i lavoratori, perché poi in generale anche nei locali dove vado trovo dipendenti che sono in cassa integrazione ma vanno a lavorare come me. Io da una parte capisco che le aziende sono oggettivamente in difficoltà, ma dall’altra comincio a essere veramente stufo di dover sottostare a questo trattamento. Lo fai per tenerti il lavoro, ma se quando sbloccano i licenziamenti mi mandano a casa a quel punto l’unica ragione che mi ha spinto a tacere finora verrà meno e parlando con alcuni colleghi credo di non essere l’unico a pensarla così.

L’intervista è tratta dalla newsletter di PuntoCritico.info del 16 aprile. Se hai storie simili da raccontare scrivi a marco.veruggio@gmail.com

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