Il regno della paura economica
"L'economia della paura. Perché conservando si arretra", è il saggio ricco e asciutto di Veronica De Romanis, docente di Economia Europea (Mondadori, 2026, euro 18, 138 pagine più le note).
In Italia la popolazione e la classe imprenditoriale risulta molto avversa al rischio economico. Esiste una forma di "rassegnazione spesso non confessata. Si investe più per mantenere ciò che già c'è, meno per progettare ciò che sarà" (p. 3). In effetti "il fallimento è sempre percepito come uno stigma, non come un'occasione di apprendimento e automiglioramento" (p. 131). Con queste condizioni comunicative e sociali risulta molto difficile crescere.
Invece, negli Stati Uniti, i giovani provano e riprovano con più idee e più aziende. Nel migliore dei casi fino a trovare la formula giusta. In Italia è già tanto se ti finanziano bene il primo tentativo. Poi ai nostri giovani conviene andare all'estero.
Oltretutto, tra gli imprenditori italiani, perdura l'incapacità di formare e di formare nei modi migliori: "La formazione, a tutti i livelli e lungo tutto l'arco della vita lavorativa - in particolare per giovani, donne e anziani - , deve diventare una priorità, perché imprescindibile per aumentare la ricchezza complessiva" (p. 133). Purtroppo non si può più rimandare, né a livello politico, né a livello imprenditoriale. I giovani dovrebbero decidere e dovrebbero fare di più.
Invece la nostra classe politica non si pone nemmeno il problema di come fare e quando realizzare le riforme, "perché ha capito che per vincere basta non fare assolutamente nulla e lasciare tutto com'è" (p. 17). Tutto qui.
Ma veniamo ai fatti esssenziali: l'indicatore del reddito familiare "è aumentato in tutti i Paesi europei, con una media del 22 per cento. E' sceso solo in Grecia, del 4 per cento, e da noi, del 5 per cento. In altre parole, gli italiani sono più poveri di vent'anni fa" (p. 11). Quindi la vecchia politica della status quo non può funzionare bene nel nuovo mondo economico del 2026. Probabilmente nemmeno la politica a favore dei dipendenti pubblici può continuare a funzionare ancora per molto tempo.
Infatti "nel 2024 lo Stato ha speso circa 1100 mliardi di euro, oltre il 30 per cento in più rispetto al decennio precedente". E le risorse per il "funzionamento dell'amministrazione, è passata da 93.266 milioni di euro nel 2015 a 128.351 nel 2024" (p. 108). C'è stato quindi un aumento del 40 per cento, mentre lo Stato ha speso il 30 per cento in più rispetto a dieci anni prima. E a forza di spremere i lavoratori privati in vari modi, i nodi vengono al pettine.
Segnalo poi alcuni dati molto indicativi: nel 2023 l'Italia risultava "al terz'ultimo posto in Europa per tasso di natalità imprenditoriale con appena il 7,8 per cento delle aziende di nuova costituzione, una quota inferiore soltanto a quella di Austria e Danimarca" (p. 130). Oltretutto in Italia esiste il "basso tasso di mortalità delle imprese: appena il 5,7 per cento, un valore che ci pone ancora una volta in coda, davanti a economie di dimensioni modeste (come Croazia, Belgio, Grecia, Austria e l'Ungheria ultima in classifica).
L'Italia appare quindi molto tradizionalista, un valore sempre meno premiato a livello economico, negli ultimi due decenni. Nonostante gli eccessi finanziari incredibili, della finanza nazionale, con i grandi gruppi bancari, e delle grandi banche internazionali, compresi i vari gruppi finanziari.
In definitiva è saggio ricordare le tre crisi principali che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo: "quella finanziaria, quella pandemica e quella energetica" (p. 129). Ci sono i grandi contrasti economici, soprattutto con la Cina, che alla fine sembra stia vincendo a livello mondiale. Ci sono i grandi conflitti geopolitici tra Occidente, Israele, Iran, Russia e Cina. Ci sono le nuove sfide tecnologiche sull'intellligenza artificiale. Inoltre, come ultimo fenomeno, bisogna considerare "il paradosso dei mercati finanziari che, nonostante tutto, sono ai massimi livelli, trainati dalle aspettative sull'innovazione, mai così elevate". Tuttavia i grandi personaggi economici occidentali sembrano guadagnarci in ogni caso, mentre le nazioni no. Niente dura per sempre e le crisi economiche e finanziarie ci sono sempre state.
Si evidenzia così, la solita stranezza economica. Meno evidente e forse meno presente nei bei tempi andati. L'unica vera speranza è reagire. E un "antidoto al declino" risiede nel rinverdire la buona "qualità della cittadinanza" (la bella conclusione alla fine del libro).
Veronica De Romanis ha studiato economia all'Università Sapienza di Roma e alla Columbia University di New York. Successivamente ha fatto parte del Consiglio degli Esperti al ministero dell'Economia e delle Finanze. Ora insegna Economia Europea a Roma, presso la Luiss Guido Carli. Insegna anche alla Stanford University di Firenze. Tra i suoi libri segnalo Il pasto gratis (Mondadori, 2024).
Nota iniziale - La nota "distruzione creatrice", ben approfondita dall'economista Joseph Schumpeter, indica "che ogni avanzamento significativo porta alla decadenza di imprese, modelli e tecnologie esistenti; ma allo stesso tempo genera opportunità inedite" (p. 131). Per quanto riguarda i grandissimi imprenditori americani, è possibile rimandare le cose per molto tempo...
Nota italiana - Il noto "amichettismo", funziona così (è sempre ben remunerato): "nei posti di responsabilità, dove sarebbero richieste esperienza e competenza, troviamo amici dei politici, amici degli amici dei politici e persino politici non eletti a cui è necessario trovare un incarico: la lealtà va sempre ricompensata" (p. 25). Questa è la "Repubblica delle tribù" (p. 24).
Nota molto indicativa - Oggi "il 77 per cento dei cittadini italiani ritiene che il mondo fosse migliore "prima", uno dei valori più elevati, che supera di 10 punti" la media europea. Del resto "L'Italia è il secondo paese più vecchio del mondo dopo il Giappone, con gli over 65 che rappresentano un quarto della popolazione (Eupinions, p. 5). Inoltre "il 72 per cento dei giovani trova un impiego grazie alle conoscenze personali, un numero tre volte superiore alla Germania" (p. 11). Quindi, per vari motivi, tantissimi giovani e molti adulti, hanno trovato il loro lavoro all'estero.
Nota finale - Per candidarsi al Parlamento europeo, in Italia e in Grecia, è necessario avere almeno 25 anni, "una delle soglie più alte in Europa. Una disparità senza senso, che tuttavia nessuno ha mai corretto" (p. 136). Inoltre, il grande invecchiamento della popolazione, ha allargato ancor di più la grande maggioranza politica degli anziani, soprattutto in Italia.
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