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 Home page > Attualità > Politica > Erri De Luca e la libertà d’opinione

Erri De Luca e la libertà d’opinione

Il processo che Erri De Luca sta subendo, per reato d’opinione, è imbarazzante dopo Charlie Hebdo, ma conferma e dimostra che gli scrittori, proprio gli scrittori, non avranno mai libertà di parola in un sistema come il nostro. 

Leggete la notizia parola per parola: “Lo scrittore Erri de Luca sta subendo un processo per reato d’opinione”. Ripetetevelo ancora una volta, nel vostro silenzio, “reato-d’opinione”. 

Brevissima cronaca.

Questa storia inizia nel 2013. In un settembre di furori e lacrimogeni provenienti dalla Val di Susa l’azienda francese Lyon Turin Ferroviaire, incaricata di costruire la TAV, denuncia Erri de Luca per un’intervista all’Huffington Post in cui lo scrittore afferma che “la TAV va sabotata”. Quella del 28 gennaio è stata la terza udienza, e la storia non è finita. Intanto, con elevatissime probabilità, la TAV non si farà.

Il sabotaggio: "your right to make things go wrong".

Il termine sabotaggio deriva dal francese sabot, che significa zoccolo, e rimanda alla pratica dei lavoratori di inserire gli zoccoli nei macchinari per arrestarli, per far andar male qualcosa nel processo produttivo. In Val di Susa la pratica di sabotaggio più comune è quella di usare le cesoie ed entrare nei cantieri per, appunto, far sì che qualcosa vada storto. Il confine tra "sabotaggio" e "attacco alla proprietà privata" è molto labile, per sabotare qualcuno è spesso necessario rompere qualcosa di sua proprietà. Erri De Luca ha usato il termine sabotare per sabotare un certo tipo di docile e neutrale opinione pubblica riguardante la TAV. La sua parola ha interrotto il flusso soave e limpido della propaganda pro-TAV e, grazie alla fama dello scrittore, ha increspato le acque piatte di un immaginario addomesticato, e l’ha aperto in due come una cesoia può fare con una recinzione. L’accusa dei legali dell’azienda francese (non dello stato italiano, ricordiamolo) è quella di istigazione, di aver, con le sue parole, portato altri a compiere gesti illegali.

Il problema è legale e temporale. Erri De Luca e le sue parole hanno portato al compimento di azioni illegali, con un rapporto lineare, per l’accusa, di causa-effetto. Il contatto diretto tra parola e azione renderebbe dunque la parola responsabile di quell’azione. La visione dell’accusa è quella di un intellettuale che al solo proferir parola ha masse di persone pronte ad agire pendendo dalle sue labbra, come fosse un comando mafioso dal carcere, come l’intellettuale fosse il vero mandante di un ordine. 

Perché si processano i poeti.

Dobbiamo invece pensare allo scrittore come ad un esperto creatore di parole, capace di portare testimonianza di una pensiero che soffia tra gli alberi della Val di Susa fino al mondo che esso conosce e manipola più di tutti gli altri: il mondo delle parole, del simbolico. Perché dunque, si processano i poeti? Perché incarnano la verità ultima del dissenso, incarnano ciò che sta nelle cesoie, nelle manifestazioni, nei cortei, nell’animo di chi al progresso vuole resistere. Si possono processare i violenti, fermare le manifestazioni, arrestare preventivamente i militanti, ma quando si vuole davvero colpire alla radice questa libertà di dissenso si dovranno colpire i poeti e gli scrittori, perché è nelle loro parole l’involucro che racchiude ciò che spinge tutte le forme di dissenso a compiersi. E non, questo è fondamentale, perché ne siano i mandanti – ma perché ne sono i depositari. Una forma di dissenso e resistenza si manifesterà in mille modi al mondo, ma è quando lo stesso sarà sedimentato tra le parole di uno scrittore che non sarà più sradicabile e potrà rinascere perennemente. Questo, per chi vuole fermare il dissenso, non è accettabile; e i più grandi depositari del dissenso della storia vanno bruciati – come Giordano Bruno, o perseguitati legalmente – come Pasolini o Verlaine. Per i depositari del dissenso, per gli scrittori, esiste dunque la libertà d’opinione? 

Charlie Hebdo e il reato d’opinione.

Dopo aver visto tutti i capi di stato sfilare a Parigi, dopo aver sentito dire JeSuisCharlie da bocche infami e fasciste, la domanda da porci è: nell’Europa che per Charlie Hebdo si è eretta a baluardo della libertà d’opinione, dove trova posto l’accusa a Erri De Luca? Per i depositari del dissenso non è possibile una libertà d’opinione senza confini. Per gli scrittori ci saranno sempre accuse d’istigazione perché non sono solo opinioni le loro, sono la garanzia che un sabotaggio possa esistere, oggi e sempre. Con la TAV c’erano un sacco di soldi in ballo, era diventata il simbolo ultimo del progresso europeo e mi sento dunque di dover correggere l’Occidente dall’auto elezione a roccaforte della libertà: la libertà di parola cui ci facciamo roccaforte, quello dell’articolo 21 della costituzione, è libertà-fino-a-quando non vengano minate le fondamenta del sistema liberale. I governi sono scesi in piazza a Parigi perché si possa liberamente sabotare la religione, la politica, le ideologie, addirittura la mafia. Ma libertà-fino-a-quando significa che c’è rimasto qualcosa di non sabotabile nemmeno con le parole, fino a quando non ci si mette contro un’azienda italo-francese. È rimasto qualcosa per cui la libertà d’opinione non è più garantita, e con questo meccanismo si processarono Baudelaire, Hashem Shabaninejad in Iran un anno fa e oggi in Italia Erri De Luca. 

(L’immagine di Erri De Luca è di paolobenegiamo.weebly.com)

 

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