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Cile: quando le foto valgono più di mille parole

Andrés Chadwick, ministro degli Interni cileno, tra i responsabili della repressione scatenata contro i manifestanti dalla polizia e dai carabineros, era a fianco anche di Pinochet nel 1977. A seguire, un video tratto dal The Guardian sulla mobilitazione dei cileni, un testo della redazione de Il Cuneo Rosso e un appello di Amnesty International

1977

2019

****

La grandissima sollevazione cilena ha un significato internazionale

a cura de Il Cuneo Rosso

La magnifica sollevazione di massa in Cile è ancora a metà del guado – sia Pinera che i militari torturatori sono ancora lì! -, ma ha già assunto un valore mondiale. Perché proprio in Cile ha preso avvìo 46 anni fa il lungo ciclo “neo-liberista” globale, l’ininterrotta offensiva con cui la classe capitalistica ha aggredito il proletariato industriale e via via in progress l’intero campo delle classi non sfruttatrici. Nel 1973 l’avvento della dittatura militare stroncò nel sangue l’esperienza riformista di Allende e spianò la strada alle controriforme “neo-liberiste” del diritto del lavoro, delle pensioni, dei servizi sociali, della scuola, dei trasporti, dell’energia, dell’acqua, della sanità. In totale: una brutale svalorizzazione della forza-lavoro, la sua torchiatura all’estremo, lo smantellamento dei diritti e delle organizzazioni operaie. Per questa via il Cile è diventato, prima con Pinochet, poi con i suoi successori di centro-sinistra (Alwin, Frei, Lagos, Bachelet) e di centro-destra (Piñera) uno dei paesi-vetrina dei miracoli del modello di sviluppo “neo-liberista” – per i suoi tassi di sviluppo (di sviluppo dei profitti), per i bassi indici di disoccupazione, per la riduzione della povertà e altre frodi statistiche del genere. Il risultato sociale di questo prodigio è ora sotto gli occhi del mondo intero. Prima la rivolta dei giovani contro il ventesimo aumento del biglietto del metro in 12 anni; poi una montante mobilitazione di massa contro lo stato di guerra decretato da Piñera; infine due giorni di sciopero generale con manifestazioni oceaniche a Santiago e in tutte le principali città cilene, al grido di “Fuera Piñera y fuera los milicos”, “Abajo el estado de emergencia”.

È crollato così, in sette giorni, il castello di menzogne sul Cile oasi di benessere, pace e stabilità istituzionale nel mare agitato dell’America Latina. Al contrario, le caldissime piazze cilene incitano i proletari e le proletarie di tutto il continente a presentare il conto ai rispettivi regimi democratici. E le onde di questo terremoto sociale e politico arrivano a Washington e a Wall Street ma anche nelle borse e nelle banche europee, che ingrassano dei profitti estratti dal sottosuolo e dal lavoro sud-americano. Il velo sull'”isola felice” è definitivamente squarciato. “No son 30 pesos, son 30 años“: i 30 pesos sono stati solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso delle rinunce, delle privazioni, dei soprusi, delle tassazioni riempito in 30 anni in cui il ritorno alla democrazia – dopo la fine di Pinochet – ha appena appena limato gli aspetti più estremi delle controriforme del generale e dei suoi soprastanti economici, noti come Chicago boys. Supersfruttamento del lavoro, lunghi orari, bassi salari – salario medio tra i 400 e i 500 euro – garantiti dagli ostacoli posti al diritto di sciopero e dall’assenza di contratti collettivi. Alto costo della vita (+150% negli ultimi dieci anni), con i soli trasporti privatizzati che mangiano il 15% dei salari. Privatizzazione integrale delle risorse naturali, inclusa l’acqua (caso forse unico nel mondo). Totale privatizzazione delle pensioni, che ammontano al 30-40% dell’ultimo salario. Smantellamento di istruzione e sanità pubblici; enormi costi dell’istruzione e della sanità private, con migliaia di persone che muoiono ogni anno in attesa di accedere alle cure mediche. Detassazioni a raffica per le multinazionali da un lato, pesanti imposte sui consumi e i servizi per la massa della popolazione dall’altro. Sfacciato favoritismo pro-élite del sistema amministrativo e giudiziario con ricorrenti amnistie fiscali per i grandi evasori (uno dei quali è proprio Piñera) e pene simboliche per altre spettacolari forme di illegalità da colletti bianchi (frodi, corruzione di ministri e alti funzionari). Insomma: il trionfo delle ricette del FMI e della Banca mondiale, con una polarizzazione sociale tra le più acute del mondo. Per le famiglie dei lavoratori una sola via obbligata: rompersi la schiena e i nervi di fatica, e indebitarsi, indebitarsi, indebitarsi – 11 milioni di cileni indebitati o ultra-indebitati su 18! E poi ancora, in un circolo vizioso, rompersi la schiena e i nervi di fatica per uscire, o cercare di uscire, dall’indebitamento privato. Ché di uscire da quello pubblico non se ne parla neppure, essendo – come disse Marx – un intoccabile privilegio del “popolo” pagarlo. Il tutto con effetti cumulativi sempre più insostenibili, per lunghissimi 30 anni di strapotere degli sfruttatori nei luoghi di lavoro.

I sette giorni che hanno sconvolto il Cile sono lo sbocco di questa ininterrotta tortura capitalistica di massa. I processi storici hanno tempi incredibilmente lunghi se rapportati alle vite individuali, e incredibilmente brevi se rapportati alla radicalità dei cambiamenti che sono in grado di produrre. Sempre e comunque non prevedibili, né dai poteri costituiti, né da noi rivoluzionari. Di sicuro la forza e la furia dei dimostranti cileni è stata proporzionale ai dolori sociali provati prima sotto la dittatura militare, poi sotto il regime parlamentare, macchina politica al servizio delle multinazionali che spadroneggiano in Cile da mezzo secolo. La scintilla è partita dagli studenti, protagonisti già nel 2006 e nel 2011 di forti lotte contro la privatizzazione dell’istruzione, che hanno attuato lo sciopero dei biglietti della metro e messo fuori uso più di 40 stazioni, mentre anche la sede dell’Enel e un centinaio di supermercati Wal-Mart venivano dati alle fiamme o saccheggiati. Il moto di protesta è spontaneamente dilagato quando contro gli studenti e i cortei che hanno invaso le città l’incredulo Piñera, contando sull’arma intimidatrice del terrorismo di stato, ha decretato lo stato di emergenza, sguinzagliando ovunque esercito e polizia con licenza di uccidere. Sennonché le decine di morti, le migliaia e migliaia di arrestati e feriti, la ricomparsa delle torture e degli stupri nelle caserme e nei sottoscala della metro, la dichiarazione di guerra del governo con tanto di elicotteri, lacrimogeni, cannoni ad acqua, e dei mass media scatenati nel criminalizzare il movimento, sono stati altrettanta benzina sul fuoco. E quando sono scesi in campo i minatori di Escondida, la più grande miniera di rame del mondo di proprietà del colosso anglo-australiano Bhp, quelli di Codelco-Chile, i portuali e i lavoratori degli aereoporti, i due settori strategici della produzione e della circolazione del capitale in Cile, il terreno era ormai pronto per lo sciopero generale di impressionante ampiezza dei giorni 23 e 24 ottobre. Da Santiago a Concepción, da Viña del Mar a Valparaiso ad Antofagasta, da Arica a Punta Arenas, il processo di accumulazione di profitti si è totalmente fermato. Nello stesso tempo, nella “regione più tranquilla del Sud America” si è messo in movimento un oceano di oltre due milioni e mezzo di dimostranti che ha sommerso le piazze facendo riscoprire alla classe lavoratrice (nell’accezione più larga e complessa del termine) la sua enorme potenza. Finalmente la lotta di classe “dal basso” dopo decenni di lotta di classe “dall’alto”! È l’ultimo, e il più interessante, dei miracoli del “neo-liberismo”.

Lo sciopero generale è stata la risposta del movimento di massa alle prime furbe avances di Piñera, partite con il blocco degli aumenti delle tariffe, e proseguite con ulteriori proposte di concessione alla piazza: l’aumento del 20% delle pensioni minime (che partono da 136 euro…), la fissazione del salario minimo a 400 euro (con un contributo dello stato alle imprese che pagano i propri salariati meno di 400 euro…), misure per ridurre il prezzo dei medicinali, la riduzione degli stipendi dei parlamentari e una vaga promessa di maggiori tasse sui più abbienti. Il tutto condito con l’esilarante formula di moda di chiedere perdono per non aver riconosciuto l’ampiezza delle disuguaglianze e degli abusi, e l’appello alle forze di governo (Democrazia cristiana, Partito per la democrazia, Partito radicale, Vamos) e di opposizione (Partito socialista, Partito comunista, Frente amplio) a formulare di comune accordo un nuovo patto sociale. Un mix di briciole e di demagogia, ma – al di là dell’apparenza – la rinnovata applicazione del dogma “neo-liberista” per cui lo stato deve sovvenzionare le imprese, e il conto salato, con l’aumento del debito di stato, va presentato alle classi lavoratrici.

Dopo lo sciopero generale, Piñera ha dovuto fare un altro passo ancora promettendo di cambiare il proprio governo (il Cile è repubblica presidenziale) e ventilando di cancellare il prima possibile, non appena ritornerà la calma, lo stato di emergenza. Il suo ministro degli interni, il pinochettista Chadwick, regista delle infami brutalità compiute nella scorsa settimana, si è pure congratulato con “la splendida manifestazione pacifica” del 25 ottobre con la quale, a suo dire, “prendono fine le manifestazioni in tutto il paese”. Ma sarà davvero così? Qui si prospetta per la classe lavoratrice e il movimento popolare di questi giorni, un passaggio difficilee non scontato. Perché l’opposizione parlamentare di sinistra, che pure non ha avuto alcun ruolo nell’avvìo e nella generalizzazione della lotta, sta dandosi da fare, invece, per cercare di far rientrare nel gioco parlamentare una crisi sociale e politica tutta extra-parlamentare. E non è detto, anzi!, che non trovi una sponda nelle burocrazie sindacali che si sono viste costrette dalla pressione delle piazze a decretare e organizzare lo sciopero generale, ma non hanno intenzione di portare la lotta alle sue naturali conseguenze immediate: la caduta di Piñera.

La manovra del centro-destra al governo, per quanto goffa, non manca di abilità nel tenere sempre aperta, e minacciosa, la via della violenza di stato contro coloro che dovessero spingere nel senso della prosecuzione e radicalizzazione del moto di protesta, mentre nel contempo porge la mano a settori di essa con piccole concessioni che possono, però, apparire l’inizio di un progressivo cambiamento in meglio della situazione. Data l’altissima posta in gioco – il Cile è, per le istituzioni del capitale finanziario e per i gringos, il paese vetrina del Sud America – alla cricca di Piñera non mancheranno i consigli degli specialisti di primo livello del controllo e della repressione globali, come alla cricca di Pinochet non mancarono quelli dei Kissinger e dei Friedman. E non manca, anzi l’ha già ricevuta, la disponibilità a collaborare alla normalizzazione della situazione sia dei partiti del centro-sinistra che hanno a lungo governato il Cile, sia del neo-eletto presidente argentino Fernandes, con cui ha scambiato calorosi messaggi. Per impedire che le manovre di divisione e diversione fiacchino la lotta, al movimento di massa non sarà più sufficiente lo straordinario impeto degli scorsi giorni; servirà maturare in fretta una capacità di ragionamento sul piano strategico e tattico all’altezza del momento e una corrispondente capacità di organizzarsi sul piano politico.

Il primo segnale giunto da Viña del Mar e Valparaiso domenica 27 ottobre è più che valido: 60.000 dimostranti, secondo “La Izquierda Diario”, hanno marciato verso la sede del Congresso nazionale (parlamento) al grido di “Fuera Piñera” e “Nuestros muertos no se negocian” per ribadire il no ai negoziati e la continuazione della lotta – accolti doverosamente da gas lacrimogeni e idranti dei carabineros per impedirgli di arrivare al palazzo dello screditatissimo parlamento (questo perché lo stato di emergenza era concluso…). Altrettanto importante la giornata di lotta di lunedì 28 ottobre a Santiago con decine di migliaia di giovani, donne e lavoratori a fronteggiare la repressione pur di respingere senza esitazioni il rimpasto di governo deciso da Piñera – un mero cambiamento cosmetico (una fantochada) con ministri più giovani e di sesso femminile a fare da specchietti per le allodole, ma senza alcun cambiamento sostanziale di politica. In un’assemblea straordinaria, le due principali organizzazioni dei portuali si sono pronunciate per continuare la lotta fino alla cacciata di Piñera, come hanno fatto anche il Comitato di emergenza di Antofagasta e l’Assemblea cittadina di Arica. Da più parti viene la spinta ad organizzarsi meglio poiché la formale revoca dello stato di emergenza non ha significato, né può significare la fine della violenza di stato, e contro l’azione dello stato cileno (e dei poteri imperialisti che ha dietro e sopra di sé) non può certo bastare la spontaneità. Il grande pronunciamento pacifico dello sciopero generale del 23 e 24 ottobre non è stato sufficiente ad affondare il regime. Ora la lotta si fa più dura e più complicata. La proposta di sostituire il parlamento con un’Assemblea costituente che risponda alle necessità espresse dalla sollevazione di ottobre, inizialmente minoritaria, ha guadagnato punti, ma sarà assai difficile da ora in poi tenere assieme sotto la bandiera nazionale, spesso sventolata nelle dimostrazioni, interessi di classe e prospettive politiche divergenti. Vedremo… senza però restare a guardare passivamente, ma denunciando la complicità attiva di Italia, Unione europea e Stati Uniti con la politica di Piñera e dei suoi sgherri. Resta fermo un fatto: qualunque sia lo sviluppo immediato delle cose, questo enorme moto giovanile, proletario, popolare ha scosso l’intero continente.

Un continente che sta avviandosi allo sciopero generale in Ecuador contro il governo Moreno, pronto ad inginocchiarsi al volere del FMI che pretende ulteriori misure di “austerità”; disposto a farlo a tutti i costi, sebbene abbia dovuto qualche giorno fa bloccare l’aumento del prezzo della benzina dopo che 20.000 indios avevano invaso la capitale Quito e preso possesso delle sue vie e perfino del palazzo del governo. Un continente in cui covano fermenti di lotta dura in Brasile contro Bolsonaro, in cui l’Argentina è sull’orlo di un nuovo default, il Perù in grave crisi istituzionale e l’intero meccanismo della dipendenza strutturale dalle esportazioni di materie prime stringe al collo il respiro delle classi sfruttate. Mentre appena più a nord Haiti conosce la settima settimana di lotta, con il paese interamente paralizzato dalla rivolta proletaria e popolare contro la pressione del FMI a tagliare i sussidi statali alla benzina e altri generi di consumo di massa pur in presenza di salari bassissimi e povertà dilagante; e manifestazioni di massa molto folte di giovani solcano l’Honduras, con l’obiettivo di licenziare il capo del governo Hernandez, odiato per la sua controriforma del sistema sanitario e accusato di collusioni con la criminalità organizzata che imperversa nelle tre Americhe dal Nord al Sud…

Per qualche superficiale “populista di sinistra” italiano, è il trionfo del “populismo del popolo”. Per noi, invece, il sommovimento cileno e tutto il resto sono la prova provata che la stagione del “populismo” bolivariano, peronista, lulista, correano, etc., dall’alto o dal basso, volge al termine insieme con il ciclo “neo-liberista” entro il quale si era posta come alternativa (nel sistema, e non di sistema). E si apre una fase di scontri di classe molto più nettamente demarcati nei quali solo il pieno sviluppo dell’autonomia di pensiero e dell’organizzazione politica della classe lavoratrice, con un nuovo protagonismo delle masse lavoratrici quale si è visto in Cile in questi giorni, potrà tracciare il cammino degli sfruttati verso la liberazione dal dominio imperialista/capitalista – mentre le suggestioni nazional-populiste, sempre e comunque chiuse entro i confini del capitalismo, non potranno che agire, come e più di oggi, da freno e da diversivo.

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Azione urgente per il Cile: l’appello di Amnesty International

Un video dell’inglese The Guardian sulla repressione

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