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Caso tortellino: si fa presto a dire pollo

Le grandi abbuffate natalizie sono ancora lontane eppure cibo e religione sembrano in questi giorni uniti in un connubio da prime pagine. Prima la richiesta da parte di alcune famiglie in quel di Mestre di avere carne halal nelle mense scolastiche, poi lo scandaloso anatema dei tortellini al pollo a Bologna nientepopodimeno che per la festa del Santo Patrono. Entrambe se non proprio fake sono notizie sufficientemente distorte e amplificate strumentalmente da più parti.

Da un lato ormai si cerca (e a furia di cercare si trova per forza) una questione identitaria anche nella carta igienica, figuriamoci nelle ricette, dall’altro ci si aggrappa all’edulcorata convinzione non sempre in buona, è il caso di dire, fede che l’integrazione cominci – e finisca? – col condimento delle lasagne.

Sembra però mancare nel coro di voci quella dello stato dell’arte, o meglio del diritto. O meglio ancora dei precetti religiosi alimentari alla luce del nostro (italicissimo) diritto.

Halal o kosher che sia, il cibo permesso secondo la religione islamica nel primo caso ebraica nel secondo, non si limita certo ad espungere il da noi tanto amato suino dalle pietanze lecite.

Entrambe le liste dei divieti sono lunghissime e spesso con elementi in comune, no ai pesci senza squame, ai crostacei, al cavallo e persino al coniglio, seppur per motivazioni differenti (mancanza dello zoccolo fesso, per la kosherut, presenza di denti canini negli animali haram, cioè non halal). Niente alcol per l’islam, mai latte e carne insieme per l’ebraismo. E via di questo passo.

In una cosa indubbiamente convergono, quella cioè della macellazione rituale senza stordimento. In entrambi i monoteismi è indispensabile infatti uccidere l’animale, contenuto solo attraverso mezzi meccanici e non farmacologici, con un unico taglio netto alla gola (senza però decapitazione) ‘mediante un coltello affilatissimo in modo che possano essere recisi con un unico taglio contemporaneamente l’esofago, la trachea ed i grossi vasi sanguigni del collo’. Segue lento e doverosamente completo dissanguamento.

Pratica questa che ovviamente non manca di creare lo sdegno in prima battuta di chi si definisce animalista e vista la buona dose di sofferenza nell’esecuzione comprensibili rigurgiti etici anche in chi animalista o vegano non è. Per quanto sia concesso dubitare che evitare il dolore del bestiame sia la prima delle preoccupazioni di chi grida all’invasione, è pur vero che noi, paese occidentale avanzato, abbiamo una robusta normativa che impone come ‘durante l’abbattimento e le operazioni correlate devono essere risparmiati agli animali dolori, ansia o sofferenza’.

Sì, tra le altre lo prescrive l’Europa, con il regolamento 1099/2009. Ma sempre lo stesso regolamento lascia comunque margine di manovra ai singoli Stati quando tocca affrontare la normazione della macellazione rituale.

L’Italia, previdente e abilissima quando si tratta di eccezioni su base religiosa, ha riconosciuto la legittimità del mancato stordimento kosher e halal con il dm 11 giugno… 1980. Trentanove anni prima del famigerato ripieno di pollo di San Petronio. Pollo che, ove appunto non macellato ritualmente, viene incontro alle esigenze alimentari islamiche grosso modo quanto un maialino di cinta senese.

E se le Comunità ebraiche non sono significativamente mutate quanto a numeri di appartenenti in questo quarantennio, lo stesso non si può dire della componente islamica. A cosa è dovuta pertanto questa lungimiranza del nostro legislatore? Forse all’articolo 4 del suddetto decreto ministeriale, dove si prevede l’esportazione delle carni halal all’estero. Più potenziale apertura a nuovi e fruttuosi mercati che premuroso riconoscimento di una esigenza alimentare di una minoranza religiosa, insomma.

Stesso spirito imprenditoriale peraltro che muoveva in tempi ben più recenti il governatore Veneto Zaia a magnificare il vino analcolico come novità per i portafogli arabi ma che sembra improvvisamente sparire quando è in gioco l’italica prevalenza del maiale.

Ha invece ‘solo’ 30 anni la protezione costituzionale della kosherut, prevista espressamente nella Intesa ex art. 8 Cost e contenuta nella l. 101 del 1989. Ma il tortellino-gate sembra proprio cogliere tutti di sorpresa.

E per tornare infatti alla carne. Che, se halal o kosher è anche carissima, viste anche le caratteristiche fisiche di perfezione assoluta che devono possedere gli animali prima e dopo la macellazione. E che quindi creerebbe sicuramente un problema economico qualora venisse introdotta nelle scuole pubbliche (sotto al crocifisso, che quello comunque non si tocca nemmeno per i nostrani fautori del falafel). Ma carne che rappresenta solo la punta di un iceberg contro il quale sembriamo continuamente intruppare senza riuscire a vederlo. E che è quello dell’eccezione non tanto culturale ma soprattutto normativa fondata sulla religione. Che sia per un hjiab, per l’utilizzo di marijuana a fini contemplativi o per il possesso di un pugnale, che riguardi la sofferenza animale, una trasfusione di sangue o la rimozione del prepuzio.

Qual è, se c’è, il limite, l’accomodamento, il punto di compromesso tra libertà di coscienza individuale e collettiva e derogabilità dell’ordinamento sulla base del favor religionis? Lo Stato che si dice laico, e con e per esso i suoi cittadini, in che misura deve farsi carico di queste esigenze, dal punto di vista legislativo, culturale e non ultimo economico? E il peso di questo eventuale carico è da attribuire in modo equanime per tutte le fedi e le convinzioni o solo per quelle italiche, possibilmente di maggioranza? Che, nel caso, al primo posto con dieci milioni di cittadini doc ci sarebbero i non credenti. Convinti però dell’autodeterminazione dell’individuo. Anche a tavola.

 

Adele Orioli

Articolo pubblicato sul blog di MicroMega il 3 ottobre 2019.

Foto: Pixabay

Questo articolo è stato pubblicato qui

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