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Attentati a Parigi, votato lo Stato d’Emergenza. Una società agli arresti domiciliari?

Pouria Amirshahi è un deputato socialista eletto nella circoscrizione dei francesi residenti all'estero. In una tribuna su Le Monde spiega perché oggi ha votato contro il prolungamento dello Stato di Emergenza per 3 mesi. 

Il Parlamento francese oggi ha votato per il prolungamento de l'état d'urgence, lo stato di emergenza, per altri 3 mesi. 551 voti a favore, 6 contro (tre socialisti e tre verdi) e un'astensione. Il progetto ora passa al Senato e domani il voto definitivo.

La legge fa parte della revisione costituzionale proposta da Hollande di cui avevamo parlato qui. Ricordiamo che la legge del 1955 che regola questo dispositivo prevede che non lo si possa estendere oltre 12 giorni, da qui il voto di oggi. 

Tra le misure contenute nel testo figura la detenzione domiciliare, non solo per reati accertati, ma anche per minacce fondate su elementi certi: si parla di persone segnalate dalle autorità per i «loro comportamenti, le loro frequentazioni, propositi o progetti». Dal 13 novembre sono 118 le persone fermate con questo dispositivo. 

In tempi normali la detenzione domiciliare si applica in seguito alla decisione di un giudice come strumento alternativo alla prigione per chi deve scontare una pena inferiore ai due anni o per chi è in giudizio. 

Lo Stato di Emergenza prevede anche il controllo e la censura della stampa, ma di questo articolo è stata proposta la cancellazione (non all'unanimità, per essere precisi). Un altro emendamento, nuovo, invece, propone che il Governo possa prendere «tutte le misure per bloccare» ogni sito Internet che «sostiene atti terroristici o che ne fa apologia perché (...) Internet è una delle armi principali per il reclutamento di queste persone». Ricordiamo che la legge antiterrorismo dello scorso febbraio prevede già per il governo la possibilità bloccare questo tipo di contenuti, anche al di fuori dello stato di emergenza. 

Pouria Amirshahi è uno dei deputati che hanno votato contro l'estensione dello Stato di emergenza a tre mesi. In una tribuna su Le Monde spiega perché lo ha fatto (se leggete il francese ne consiglio la lettura completa). 

«Il Presidente francese ha detto che la Francia è "in guerra", sul fronte interno come su quello esterno. La radice di questa "guerra" è innanzitutto nella geopolitica (...) e questo significa prima di tutto che dobbiamo farci delle domande: dobbiamo lavorare per tagliare i finanziamenti al gruppo "Stato Islamico"; dobbiamo rivedere le nostre alleanze, compreso il commercio di armi, con stati ambigui, se non direttamente implicati nei fatti che avvengono oggi. (...) Insomma, mettere in campo delle azioni che possiamo riassumere con "il loro sviluppo è la nostra sicurezza". 

Ci sono poi delle fragilità propriamente francesi, che vedono dei giovani manipolati e indottrinati che si distaccano dalla République e che si trasformano in assassini. Anche se ancora estremamente minoritari, aumentano e si radicalizzano. Bisogna mettere in campo, velocemente, azioni che creino altrettanti posti nelle politiche di sviluppo delle città, nell'azione sociale, nell'educazione come quelli che già mettiamo nella polizia e nell'esercito. 

(...)

Nella fretta il governo vuole legiferare sulla restrizione delle nostre libertà pubbliche, delle nostre uscite, delle nostre manifestazioni di solidarietà, del nostro diritto a riunirci. Secondo le legge del 1955 queste misure possono venir adottate da un prefetto in qualunque momento. 

Coloro che pensano che le libertà possano o debbano venire in secondo piano rispetto alla sicurezza sono coerenti con loro stessi: è un dibattito che attraversa la Francia dal 1789. Ma coloro i quali, molti a parole, affermano che la democrazia guadagna e vince solo se non cede un centimetro di diritti e libertà, sono di fronte a una profonda contraddizione. 

Stiamo proteggendo la nostra democrazia vietando delle potenziali manifestazioni di cittadini? E' una prova di coraggio vietare riunioni pubbliche nel momento in cui i francesi hanno bisogno di parlare, di parlarsi e di capire? Più che in qualunque altro momento abbiamo bisogno che la società si mobiliti, sì per la democrazia, ma anche per tenere allenati i cittadini contro un mondo sregolato che ha prodotto un fanatismo religioso mostruoso.

Non si mette una società agli arresti domiciliari. 

In tutto questo è chiaro e ovvio che la Repubblica deve potersi difendere. Ma, contrariamente a quanto affermato da chi approva questa virata neo-conservatrice, abbiamo già, in Francia, un arsenale giuridico e repressivo molto denso, che è stato aggiornato 11 volte in 10 anni. Lo sapete, ad esempio, che le indagini che hanno portato alle operazioni di mercoledì a Saint Denis sono state fatte al di fuori del quadro giuridico dello Stato di Emergenza ma in quello classico del quadro giuridico e penale esistente? 

(...)

Bisognerebbe, prima di tutto, applicare il codice penale che autorizza già, nel quadro della lotta al terrorismo, il ricorso a perquisizioni notturne, tecniche di inchiesta speciali (microfoni, intercettazioni, sorveglianza...); bisognerebbe poi cambiare la nostra strategia di sicurezza utilizzando, per esempio, i migliaia di poliziotti usati per Vigipirate (il dispositivo di sicurezza del dopo Charlie Hebdo, che prevede poliziotti e soldati presenti fuori dai luoghi sensibili, ndr), che secondo molti, non servono ad altro che a tranquillizzare le apparenze. 

(...)

Infine, il mio ostacolo maggiore al voto sul prolungamento a tre mesi dello Stato di Emergenza (che già in sé è una durata arbitraria) è il fatto di cambiare la Costituzione in un momento in cui il capo del Governo, che è anche il capo dello Stato Maggiore, ci ha dichiarati in guerra. Una democrazia moderna non cambia le sue regole più preziose nel momento in cui si sta derogando proprio a queste stesse regole.

Senza entrare nel contenuto specifico delle proposte, alcune delle quali sono la ripresa di vecchie rivendicazioni del blocco reazionario (decadenza della nazionalità, presunzione di legittima difesa, ovvero i permesso, per la polizia, di uccidere), in coscienza repubblicana non posso accettare di procedere alla modifica sostanziale del diritto fondamentale in piena applicazione di una legge eccezionale». 

 

 

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