Amianto: una storia operaia di Alberto Prunetti
Recensione del romanzo Amianto. Una storia operaia di Alberto Prunetti.

Che cosa hanno in comune un operaio e uno scrittore, un saldatore e un traduttore? La risposta non è più semplice se quell'operaio è il padre morto ammazzato di un figlio scrittore, che ora, con quest'opera, ricostruisce la vita del suo vecchio a suon di schegge negli occhi e mazzuolate sul cuore. Lo fa impastando l'ironia e la leggerezza – con la quale Renato bestemmiava e combatteva i potenti – alla violenza della fabbrica e del mercato.
Alberto Prunetti ha dovuto scavare, sporcarsi e ferirsi le mani con la terra e gli attrezzi dell'officina, perché sa che solo così potrà metabolizzare, senza mai digerire, una storia che si ripete ogni giorno uguale e che non è solo sua: la storia di una minuscola fibra che s'insinua in milioni di corpi, la storia di un lavoro inumano e irrinunciabile che modifica quei corpi.
Amianto è la sintesi più spietata del mercato del lavoro, di quello attuale e di quello che è sempre stato. Di quella macchina, tanto infernale quanto terrena, che mentre contamina le cellule vitali, lacera le carni e le logora fino alla deformazione fisica. Il testo oltre a ribadire che i bei tempi non sono mai esistiti ci mostra il processo che porta all'accurata selezione e macellazione delle carni. Tra sfruttati e sfruttatori infatti, solo i primi finiscono negli allevamenti intensivi del profitto, imbottiti di polveri sottili e storditi da ritmi di lavoro insopportabili. I secondi si godono la grande abbuffata, indifferenti e complici dello sterminio. Tutto ciò viene descritto con linguaggio semplice e diretto, più vicino alla strada e alla campagna che all'astrazione dei massimi sistemi. Le voci di un padre e di un figlio dalle vite apparentemente distanti si fondono in un dialogo sincero tra amore e rabbia.
Amianto, al pari delle microscopiche fibre che evoca, non è un libro facile da scrollarsi di dosso. Spietato quanto il nemico che combatte, colpisce dritto ai polmoni, sedimentando schegge di ribellione nella pleura e decostruendo narrazioni tossiche dominanti. Da racconto privato si costituisce al lettore in storia collettiva e lo fa rispettandone la filettatura, senza forzare il passo degli eventi e senza mai cadere in retoriche sentimentaliste.
Nella nuova edizione, arricchita di un capitolo importante ed inedito, Steve McQueen – occhi di metallo azzurro – buca lo schermo al fianco di Renato Prunetti condividendone la morte ma non la sorte. Alberto Prunetti invece insieme ai compagni scrittori, Girolamo De Michele e Wu Ming 1, intavola una conversazione frutto della comune condizione di figli della working class. Una chiacchierata per riempire con lo stucco della memoria quelle crepe, storie nelle storie, che non si esauriscono tra le righe di una pagina ma si uniscono a formare un cono di scintille capace di scalfire la grezza coperta di amianto e lasciare i segni sulla pelle.
Amianto è insieme mille e una storia, un racconto che dovrebbe essere ristampato e ampliato ogni anno, che andrebbe letto nelle scuole e in fabbrica, nelle Società di Mutuo Soccorso e negli ospedali. È un testo che si trova tranquillamente a suo agio nei peggiori bar di Follonica e nei corsi universitari di letteratura contemporanea.
A Città del Messico qualcuno lo sta già utilizzando per l'insegnamento della lingua italiana. Meriterebbe di essere tradotto in molte lingue e per il cinema o il teatro. E questo perché è un'opera che va oltre la carta stampata, stimola connessioni, dibattiti, incontri e moltiplica in maniera esponenziale i suoi significati.
Il libro: Alberto Prunetti, Amianto. Una storia operaia, Edizioni Alegre, 2014, pp. 192,
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