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Proseguono le iniziative de La Repubblica per celebrare i 50 anni di storia. Terminata la mostra romana e pubblicato il libro che raccoglie i fasti del quotidiano, si torna in edicola con una collezione, totalmente gratuita, che racchiude il meglio della satira pubblicata sul quotidiano di largo Fochetti: 6 volumi con le vignette più belle dei migliori vignettisti italiani, quali Altan, Bucchi, Biani, Forattini, Ellekappa e Satyricon.
Si inizia lunedì 20 aprile con Altan, quindi martedì 21 con Bucchi e mercoledì 22 con Biani. Si conclude la settimana successiva, ripartendo lunedì 27 con Forattini, quindi martedì 28 Ellekappa e mercoledì 28 con Satyricon.
I sei libri sono totalmente gratuiti e vengono abbinati alla copia del giorno de La Repubblica, al costo solito di copertina.
L'articolo I 50 anni di satira in sei libri in omaggio con La Repubblica proviene da Stampacadabra.
Potrebbe suonare come temporalmente funesta la pubblicazione dell’ultimo comunicato di Condé Nast, rilasciato negli ultimi sgoccioli di una giornata che in Italia vede applicato lo sciopero della categoria dei giornalisti. Certo, in America molto probabilmente ignorano cosa stia accadendo oggi qua da noi, ma non per questo fa meno male apprendere come, leggendo tra le righe e interpretando senza troppa malizia, il futuro del magazine Wired Italia sia maledettamente compromesso.
Il CEO Roger Lynch fa il punto della situazione con aggiornamenti rispetto all’ultimo comunicato globale di fine febbraio, aggiungendo maggiori dettagli sul destino dei brand/magazine Glamour, Self e Wired, quest’ultimo limitatamente alla versione italiana. Il bilancio dei tre marchi è abbastanza laconico: “rappresentano poco più dell’1% del nostro fatturato complessivo. Inoltre, continuano a non essere redditizi e la loro gestione nella forma attuale limita la nostra capacità di investire nelle idee e nelle aree che guideranno la crescita futura“. Si intuisce già in queste poche righe la brutta aria di chiusura.
Glamour continuerà a focalizzarsi solo su Stati Uniti e nel Regno Unito, mercati che appaiono più interessanti, e d’altronde il magazine femminile aveva già tolto il disturbo dall’Italia quasi sei anni fa, destino che presto toccherà alle edizioni di Germania, Spagna e Messico, mentre debutterà in Australia. Per quanto riguarda Self, il magazine che unisce salute e benessere e attivo solo negli Stati Uniti, non è stata trovata “una strada percorribile per Self nella sua forma attuale di pubblicazione digitale“, per cui tutti i contenuti saranno assorbiti dagli altri brand editoriali come Allure e lo stesso Glamour.
Le parole più dure, purtroppo, toccano all’edizione italiana di Wired, che debuttò come mensile a marzo 2009 e che da giugno 2015 fu convertita in un magazine ad uscita trimestrale, a seguito di un truce dimezzamento della redazione:
Per Wired in Italia, stiamo anche pianificando di abbandonare gradualmente la pubblicazione tradizionale. Sebbene Wired rimanga un marchio globale forte, l’edizione italiana non ha tenuto il passo con la crescita negli altri mercati, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Medio Oriente, Giappone e Messico.
In quell'”abbandonare gradualmente la pubblicazione tradizionale” si legge, senza troppe remore, che il destino dell’edizione italiana in formato cartaceo è quello di cessare le pubblicazioni, anche se non si sa quando accadrà. Di certo, i risultati ottenuti, a quanto pare, sono ben lontani da quelli attesi, se anche il Messico riesce a dare più gioie al board rispetto al nostro Paese, e le conseguenze di tale disfatta le conosciamo bene, per i professionisti che vi lavorano e per il poco fortunato direttore Luca Zorloni, che guida il magazine tecnologico soltanto dal dicembre 2024 (subentrando a Federico Ferrazza, passato in GEDI).
I primi tweet sul merito su X accentuano, com’è comprensibile, la disgrazia editoriale, benché non vi siano ancora (forse sarà una questione di giorni?) date di scadenza, ma è altresì inevitabile che i pensieri vadano ai colleghi professionisti, costretti a subire l’ennesimo fallimento editoriale, questa volta di un prodotto davvero ben fatto, graficamente e a livello di contenuti, un vero gioiellino.
Poche righe del CEO di Condè Nast Roger Lynch per dire che #Wired Italia chiude per sempre.
— Ciro Pellegrino (@ciropellegrino) April 16, 2026
Una notizia bruttissima perché impoverisce il panorama editoriale italiano ma soprattutto per le tante colleghe e colleghi che vi lavorano e ora stanno a guardare il disfacimento di una…
<script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>Attendiamo di capire meglio i contorni di questo destino di Wired Italia, per quanto sembri già abbastanza segnato, anche se rimarrebbe ancora da sciogliere il nodo degli eventi e le presenze digitali, sito web in primis. Ci vengono in aiuto le informazioni riferite da Il Post, che riferisce di fonti anonime che raccontano il dietro le quinte di una notizia inattesa:
Fonti di Condé Nast Italia che hanno chiesto di rimanere anonime hanno detto che l’azienda ha comunicato la chiusura alla redazione dieci minuti prima di pubblicare il comunicato online. Sostengono inoltre che i dati citati dall’azienda non abbiano fondamento e che nelle ultime settimane non ci fosse stata nessuna avvisaglia di possibili ridimensionamenti o addirittura rischi di chiusura. L’azienda non ha comunicato quando si interromperanno le pubblicazioni né come intende gestire l’eventuale uscita o il ricollocamento dei giornalisti e dei grafici: per ora rallenterà la frequenza di pubblicazione degli articoli sul sito internet, ma non è ancora chiaro da quando non sarà più aggiornato.
D’altronde, e purtroppo, è noto come il panorama di consumo editoriale italiano sia stagnante e da anni in declino, e notizie come queste temiamo possano uscire purtroppo sempre più di frequente, mentre i cambiamenti tecnologici si stagliano all’orizzonte e modificano il modo di pensare e realizzare i prodotti editoriali. In merito, l’ultimo passaggio di Lynch è particolarmente profetico: “Stiamo inoltre apportando modifiche all’interno della nostra organizzazione tecnologica, in risposta al rapido progresso dell’intelligenza artificiale e al suo impatto sulla nostra capacità di innovare e sviluppare prodotti più velocemente. I team saranno ristrutturati per essere più agili e per collaborare più strettamente con i nostri marchi e clienti, riducendo gli ostacoli all’esecuzione”.
Difficile non notare, leggendo queste righe, un futuro sempre meno dipendente dalle risorse umane per come le pensiamo oggi, e soprattutto per chi leggerà nel prossimo futuro, uno scenario che dobbiamo conoscere il più presto possibile, per essere pronti ad affrontarlo.
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L'articolo Il settimanale femminile Confidenze compie 80 anni e si fa il restyling anche nel nome proviene da Stampacadabra.
Forse no, perchè i quotidiani sportivi assuefatti dallo sport principe non molleranno facilmente, ma la pletora degli “altri sport” finalmente comincia a prendersi i riflettori che merita in copertina
E fu così che i farlocchi ragazzini replicanti mostrati dal Corriere Dello Sport nella celeberrima prima pagina dello scorso giovedì 26 marzo, giorno del primo scontro epico con l’Irlanda Del Nord, dovranno ancora aspettare almeno quattro anni prima di vedere la Nazionale di calcio partecipare al Mondiale. Ma in quanto entità fallaci e indistinguibili, potranno sicuramente chiedere alle intelligenze artificiali di cui sono meritevoli figlie come sarebbe stato, prendere parte al Mondiale, viverlo immaginandoselo, ribaltare i pronostici. La realtà è che purtroppo, per la terza volta di fila, l’Italia è fuori dalla principale competizione internazionale per nazioni e il calcio, quello tricolore, deve tornare di nuovo nel dimenticatoio.
La stampa sportiva italiana, secondo me, quasi se l’aspettava, per quanto il successo sulla Bosnia era stato già pregustato dopo la vittoria contro l’Irlanda del Nord. Al termine della sfida con la nazionale balcanica, i titoloni del giorno dopo sono letteralmente lapidari: il “Tutti a casa” in maiuscolo è un’urlo in giallo che sia La Gazzetta Dello Sport che Il Corriere Dello Sport condividono, con quest’ultimo che vi aggiunge un proverbiale e rafforzativo punto esclamativo. Anche l’iconografia, che lascia senza parole, pare condivisa dai principali quotidiani, anche generalisti: Il Corriere Dello Sport e Tuttosport, ma anche La Repubblica e La Stampa scelgono l’immagine più iconica, la disperazione di Pio Esposito, il primo rigorista della lotteria che inizia già male e finirà peggio.



La stampa specializzata straniera, quella con lo sguardo più internazionale, non ha certo sorvolato sull’ennesima disfatta azzurra: in particolare il francese L’Equipe e lo spagnolo Marca hanno dedicato l’intera prima pagina all’Italia con la faccia sconsolata, e i guanti sui capelli, del povero Donnarumma.





Inutile ricordare come, in occasioni di simili tragedie sportive, o meglio calcistiche, la prima pagina dei quotidiani sportivi ne sia catalizzata, con ampio racconto nelle successive pagine interne, con una copertura notevole nonostante la partita sia finita oltre le 23.30 (lo dico giusto perchè quando Sinner finisce e vince i tornei dopocena troverà spazio solo nelle ristampe antelucane riservate alle città più grandi).
Stupisce, piuttosto, che all’interno, nell’ampio racconto della disfatta mondiale, nessuna testata riporti le gravose parole del presidente della FIGC Giovanni Gravina sulla differenza tra gli sport animati da professionisti e quelli dilettantistici, uno scivolone comunicativo (che nella sostanza potrebbe pur avere un suo senso, ma detto malissimo) che gli è costato (e forse il minore dei mali) una gustosa carrellata di improperi da parte dei tantissimi atleti azzurri che in tutti i famosi “altri sport”, con molta meno risonanza e pecunia, hanno reso onore al Paese.

Le parole di Gravina si sono aggiunte come alcol sul fuoco delle polemiche già divampate per una prestazione calcistica sotto le aspettative, rimarcando la mia già elevata intolleranza alla predominanza del calcio rispetto agli “altri sport”, quel calderone indistinto dove, nei quotidiani sportivi, finiscono le notizie di tutte le discipline che non sono il calcio, il quale si prende oltre i 3/4 delle pagine disponibili, con una verticalità forse unica nel panorama dei quotidiani sportivi europei. Io la chiamo orgogliosamente calcio-ossessione e sarà oggetto di analisi delle prossime newsletter monotematiche, perchè il fenomeno è non solo esemplare ma sintomatico di una narrazione sportiva che da sempre si fonda sul dominio, in termini di copertura, del calcio, anche quando di calcio non c’è nulla di cui di parlare, a discapito di tutto il resto dello sport (e leggere i nomi delle testate sportive stesse, che hanno quella parola “sport” nel nome è assolutamente ridicolo).
il fatto che il flop del calcio avvenga nel momento di massimo splendore degli altri sport rende il tutto ancora più imbarazzante
— viktor (@diminombreee) March 31, 2026
<script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>Certo, quando ci sono imprese sportive clamorose che non possono essere ignorate, allora le prime pagine dei giornali sportivi italiani accettano di mettere il calcio fuori dai radar, o in un secondo piano che comunque non ne favorisce l’oblio, anche solo per un giorno. I successi inaspettati di Federica Brignone e delle atlete azzurre alle Olimpiadi, i trionfi di Jannik Sinner (quando non osteggiato per scelte sportive non condivise dai soloni di carta), finendo con la più recente doppietta di Kimi Antonelli in Formula 1, hanno scalzato con forza l’abitudine dei nostri quotidiani sportivi ad imboccare le prime pagine di calcio, una consuetudine per chi veleggia su X è puntualmente sbeffeggiata dagli utenti.
— Force Giusy (@ForceGiusy) April 1, 2026
<script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>Per questo motivo, è molto difficile pensare che le dichiarazioni di Gravina sugli sport dilettantistici, per quanto deleteria e giustamente criticata, siano soltanto un suo parere, e non di riflesso il risultato di ciò che i media, soprattutto quegli analogici (se non altro per anzianità di servizio) hanno da sempre propugnato ai lettori, tanto che lo stesso sfondone di Gravina non era affatto riportato nelle pagine di disamina della sconfitta, come se fossero parole al vento non degne di essere riportate, anche perchè capaci di scardinare le narrazioni ancestrali sul calcio come unico sport collante del Paese. Una miopia resa ancora più becera dai risultati che gli atleti dei famigerati “altri sport” hanno ottenuto negli ultimi anni, offuscando la nobile arte del calcio, soffocato tra i giocoforza dei club, tifoserie partigiane abbonate all’azzuffo innescato dagli arbitraggi maldestri, e gestioni di vivai e giovani che dopo vent’anni di risultati scarsi non hanno ancora portato giovamento (Saviano in una story l’ha spiegata molto bene).
L'unico sport in cui gli atleti vengono pagati milioni, occupano le prime pagine coprendo altri sport, senza mai vincere un cazzo
Dopo Will Media (acquisito da Chora Media), è ora il turno di Factanza Media, il progetto informativo digitale fondato dal basso da Bianca Arrighini e Livia Viganò, che entra nel mondo di Zanichelli Holding. Sperando che possa crescere davvero.
Prima o poi questo momento sarebbe arrivato. Era già successo per Will Media, il primo significativo esempio di giornalismo sui social media, entrato nel mondo di Chora Media (sotto l’egida di Mario Calabresi). Ora tocca finalmente a Factanza Media, il progetto editoriale nato nel 2020 su Instagram (e seguìto da quasi due milioni di follower tra lo stesso Instagram, LinkedIn e TikTok) e fondato dalle bocconiane Bianca Arrighini (CEO) e Livia Viganò (COO) per portare l’informazione in maniera efficace ed accattivante al sempre più nutrito pubblico della generazione Z, allergico ai media tradizionali.
La maggioranza della società è stata acquisita da Znext, il comparto innovativo di Zanichelli Holding, storico marchio editoriale, che si porta a casa il 53% di Factanza Media per un valore complessivo di 5,1 milioni di euro ed entra nel mondo della produzione di contenuti digitali per la Gen Z, oltre a permettere alla stessa Factanza Media di crescere, favorendo con maggiore sostanza i processi evolutivi già in atto, tra servizi di branded content, consulenze e formazione, come ad esempio Factanza Academy. Come si legge, Znext sta «costruendo un portfolio di imprese attive nei settori della formazione, del lavoro e del benessere, accomunate dall’obiettivo comune di sviluppare soluzioni a supporto dell’apprendimento e dello sviluppo delle competenze lungo tutto l’arco della vita».
Come si ribadisce sempre, sperando sempre che ciò sia vero, le fondatrici di Factanza Media manterranno la guida operativa della società per garantire continuità strategica, editoriale e culturale, e il brand Factanza Media continuerà a godere di propria autonomia e identità, salvaguardando quindi indipendenza e posizionamento costruiti nel tempo e asset fondamentali per evitare di metterne in crisi la reputazione, il vero elemento prezioso oltre alla conquista dell’attenzione degli utenti.
E gli editori tradizionali lo sanno bene, invischiati in una strenue lotta nel mercato dalle regole nuove che vede i giovani sempre più impossibili da intercettare prima e conquistare poi. Le parole di Elena Lavezzi, CEO di Znext, d’altronde spiegano perfettamente come il mondo di Factanza, da tempo radicato nel consumo informativo digitale della generazione Z, sia diventato appetibile per realtà editoriali radicate nella storia ma non più nei giovani moderni, con i quali devono trovare modalità nuove per interagire: «Bianca e Livia hanno fatto una cosa difficile: hanno preso temi complessi e li hanno resi accessibili a un pubblico giovane senza renderli banali. Questo è un risultato che non si costruisce con scorciatoie, ma con anni di lavoro editoriale serio. Per noi è esattamente il tipo di realtà con cui vogliamo costruire qualcosa di duraturo». Le fa eco Marco Parente, Corporate Venture & M&A Lead di Znext: «Quando valutiamo un’azienda non guardiamo solo ai numeri, ma alla qualità che ha costruito nel tempo. Factanza Media unisce una community ampia e ingaggiata, contenuti proprietari e credibilità editoriale. Il nostro obiettivo è sostenerne la crescita mantenendo intatto ciò che ne ha fatto uno dei new media più riconoscibili a livello nazionale».
Negli ultimi anni gli orizzonti operativi di Factanza Media si erano già alquanto allargati: alla pagina Instagram che rimane il cuore del progetto, si sono affiancati i podcast e in ultimo la vocazione alla formazione sotto l’egida di Factanza Academy. Sicuramente quest’ultimo asset sarà fortemente valorizzato dal contributo di lunga data di Zanichelli Editore, come spiega la stessa Arrighini: «Cresceremo sul fronte education, con nuovi prodotti e percorsi formativi, rafforzeremo la nostra rilevanza come media, e svilupperemo ulteriormente il modello di agenzia, a fianco di imprese e grandi organizzazioni che vogliono davvero parlare con le nuove generazioni, non solo raggiungerle. Resteremo al timone, con identità e valori di sempre, ma con più strumenti per fare ancora meglio».
Questa notizia dell’acquisizione di realtà di produzione di contenuti native digitali è soltanto l’ultima di una serie di movimenti operati dai grandi editori tradizionali, che portano avanti a fatica business editoriali ancora tarati su pubblici stanchi e inattivi, e che ora capiscono di dover puntare a nuovi target, i più giovani, che sfuggono alle aspettative classiche: lo fanno, però, senza ripartire da zero, benché consapevoli di avere ancora un nome forte, bensì pescando tra i progetti editoriali digitali più interessanti e soprattutto coinvolgenti per i pubblici che essi ora ricercano, progetti che siano già avviati e quindi pronti da far crescere.
E per chi a quei progetti digitali nati dal basso e amatoriali ha dato vita e corpo, le acquisizioni diventano salvifici per affrancarsi dai volatili giri di investimenti (escono infatti dal progetto gli investitori precedenti, Primo Capital e Prana Ventures) e poter evolvere in maniera seria e serena, rafforzandone la credibilità interloquendo con aziende e organizzazioni. Il problema, al massimo, è sempre lo stesso: i grandi gruppi editoriali elefantiaci riusciranno a farli crescere senza snaturarli e rovinarli?
L'articolo Anche Factanza Media fa il grande salto: la maggioranza acquisita da Znext (Zanichelli Editore) proviene da Stampacadabra.
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