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Dopo Will Media (acquisito da Chora Media), è ora il turno di Factanza Media, il progetto informativo digitale fondato dal basso da Bianca Arrighini e Livia Viganò, che entra nel mondo di Zanichelli Holding. Sperando che possa crescere davvero.
Prima o poi questo momento sarebbe arrivato. Era già successo per Will Media, il primo significativo esempio di giornalismo sui social media, entrato nel mondo di Chora Media (sotto l’egida di Mario Calabresi). Ora tocca finalmente a Factanza Media, il progetto editoriale nato nel 2020 su Instagram (e seguìto da quasi due milioni di follower tra lo stesso Instagram, LinkedIn e TikTok) e fondato dalle bocconiane Bianca Arrighini (CEO) e Livia Viganò (COO) per portare l’informazione in maniera efficace ed accattivante al sempre più nutrito pubblico della generazione Z, allergico ai media tradizionali.
La maggioranza della società è stata acquisita da Znext, il comparto innovativo di Zanichelli Holding, storico marchio editoriale, che si porta a casa una quota di Factanza Media per un valore complessivo di 5,1 milioni di euro ed entra nel mondo della produzione di contenuti digitali per la Gen Z, oltre a permettere alla stessa Factanza Media di crescere, favorendo con maggiore sostanza i processi evolutivi già in atto, tra servizi di branded content, consulenze e formazione, come ad esempio Factanza Academy. Come si legge, Znext sta «costruendo un portfolio di imprese attive nei settori della formazione, del lavoro e del benessere, accomunate dall’obiettivo comune di sviluppare soluzioni a supporto dell’apprendimento e dello sviluppo delle competenze lungo tutto l’arco della vita».
Come si ribadisce sempre, sperando sempre che ciò sia vero, le fondatrici di Factanza Media manterranno la guida operativa della società per garantire continuità strategica, editoriale e culturale, e il brand Factanza Media continuerà a godere di propria autonomia e identità, salvaguardando quindi indipendenza e posizionamento costruiti nel tempo e asset fondamentali per evitare di metterne in crisi la reputazione, il vero elemento prezioso oltre alla conquista dell’attenzione degli utenti.
E gli editori tradizionali lo sanno bene, invischiati in una strenue lotta nel mercato dalle regole nuove che vede i giovani sempre più impossibili da intercettare prima e conquistare poi. Le parole di Elena Lavezzi, CEO di Znext, d’altronde spiegano perfettamente come il mondo di Factanza, da tempo radicato nel consumo informativo digitale della generazione Z, sia diventato appetibile per realtà editoriali radicate nella storia ma non più nei giovani moderni, con i quali devono trovare modalità nuove per interagire: «Bianca e Livia hanno fatto una cosa difficile: hanno preso temi complessi e li hanno resi accessibili a un pubblico giovane senza renderli banali. Questo è un risultato che non si costruisce con scorciatoie, ma con anni di lavoro editoriale serio. Per noi è esattamente il tipo di realtà con cui vogliamo costruire qualcosa di duraturo». Le fa eco Marco Parente, Corporate Venture & M&A Lead di Znext: «Quando valutiamo un’azienda non guardiamo solo ai numeri, ma alla qualità che ha costruito nel tempo. Factanza Media unisce una community ampia e ingaggiata, contenuti proprietari e credibilità editoriale. Il nostro obiettivo è sostenerne la crescita mantenendo intatto ciò che ne ha fatto uno dei new media più riconoscibili a livello nazionale».
Negli ultimi anni gli orizzonti operativi di Factanza Media si erano già alquanto allargati: alla pagina Instagram che rimane il cuore del progetto, si sono affiancati i podcast e in ultimo la vocazione alla formazione sotto l’egida di Factanza Academy. Sicuramente quest’ultimo asset sarà fortemente valorizzato dal contributo di lunga data di Zanichelli Editore, come spiega la stessa Arrighini: «Cresceremo sul fronte education, con nuovi prodotti e percorsi formativi, rafforzeremo la nostra rilevanza come media, e svilupperemo ulteriormente il modello di agenzia, a fianco di imprese e grandi organizzazioni che vogliono davvero parlare con le nuove generazioni, non solo raggiungerle. Resteremo al timone, con identità e valori di sempre, ma con più strumenti per fare ancora meglio».
Questa notizia dell’acquisizione di realtà di produzione di contenuti native digitali è soltanto l’ultima di una serie di movimenti operati dai grandi editori tradizionali, che portano avanti a fatica business editoriali ancora tarati su pubblici stanchi e inattivi, e che ora capiscono di dover puntare a nuovi target, i più giovani, che sfuggono alle aspettative classiche: lo fanno, però, senza ripartire da zero, benché consapevoli di avere ancora un nome forte, bensì pescando tra i progetti editoriali digitali più interessanti e soprattutto coinvolgenti per i pubblici che essi ora ricercano, progetti che siano già avviati e quindi pronti da far crescere.
E per chi a quei progetti digitali nati dal basso e amatoriali ha dato vita e corpo, le acquisizioni diventano salvifici per affrancarsi dai volatili giri di investimenti (escono infatti dal progetto gli investitori precedenti, Primo Capital e Prana Ventures) e poter evolvere in maniera seria e serena, rafforzandone la credibilità interloquendo con aziende e organizzazioni. Il problema, al massimo, è sempre lo stesso: i grandi gruppi editoriali elefantiaci riusciranno a farli crescere senza snaturarli e rovinarli?
L'articolo Anche Factanza Media fa il grande salto: la maggioranza acquisita da Znext (Zanichelli Editore) proviene da Stampacadabra.
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I numeri sono stasi sicuramente ottimi: come recita il sito web, oltre 20mila visitatori, 1.500 studenti presenti e oltre 1000 copie del catalogo vendute. Per la mostra per i 50 anni de La Repubblica, ospitata a Roma all’ex mattatoio di Testaccio dal 15 gennaio al 15 marzo 2026, il pubblico pare non sia mancato, anzi. A mancare, invece, è stato altro. Il claim dell’evento recita Una storia di futuro, ma qua di futuro se n’è visto poco, quasi niente. Più la storia, nel ripercorrere i cinquant’anni di vita del quotidiano romano, dalle pareti tappezzate di foto storiche e testi esplicativi, e nessun slancio verso il domani.
La sensazione di funereo è però abbastanza clamorosa, quasi accuratamente progettata. La si respira dall’utilizzo dei colori utilizzati per le grafiche: rosso (che malamente richiama il segno meno delle copie diffuse e i conti poco floridi), un po’ di bianco e soprattutto il nero, che scrive la data 2026 e sembra annunciare il de profundis; la fa percepire il luogo scelto per la mostra, l’ex mattatoio di Testaccio, termine della corsa per i suini verso l’apocalisse carnivora, dal pavimento e dalle colonne nere, fredde e nefaste. Colori e location, insomma, sembrano consapevolmente favorire che quella di La Repubblica è una celebrazione da vivo in attesa di morte certa, e della proverbiale ora del decesso, che soltanto qualche settimana più tardi della chiusura ufficiale sembra coincidere con la firma del passaggio dell’intero gruppo GEDI, compreso il quotidiano romano, ai greci di Antenna, apice di una degenza con travaglio al capezzale dell’editoria italiana.
Il futuro, ora, è abbastanza scritto dall’acclamata ma anche osteggiata acquisizione obtorto collo o forse no dalla redazione, ma la mostra a Testaccio ne ha mostrato quasi nulla, amzi quel poco schiacciato dal peso del passato. D’altronde, è pur sempre una celebrazione, in versione cronistoria, di quello che c’è stato, che ha portato La Repubblica ad essere il secondo quotidiano nazionale di oggi. Ripercorrerne la storia vuol dire anche ripassare le tanti iniziative editoriali partorite, cessate o abortite, per rimanere in quel solco di nostalgico passato dal contorno mortuario che questa manifestazione ha suscitato nel sottoscritto, e le giganti fotografie in bianco e nero stanno lì a suggellare i bei tempi andati.






L’idea del totem nella parte iniziale, dedicato alla scoperta delle prime pagine in base alla selezione della data di uscita, è stata molto apprezzata, anche se, piuttosto che cercare l’edizione legata a date storiche (che forse, a parte quelle più incisive, neppure ricordiamo più), il pubblico si divertiva a scoprire di che cosa parlasse il quotidiano il giorno della propria data di nascita. Purtroppo, però, nessun elemento a disposizione degli avventori per condividere la propria esperienza, generare un ricordo da riportarsi a casa, innescare la voglia di commentare sui social media, quasi come se tutto dovesse rimanere all’interno di un capezzale arredato a nostalgia. Sempre belle le prime pagine a colori che spenzolano dal soffitto, a puntellare i momenti della storia, e a mostrare come il quotidiano sia cambiato nel tempo, e con esso il sistema grafico che lo genera, anche se poi il focus sulla grafica viene mestamente relegato alle pareti che circondano l’area dei talk. Non troppo coinvolgenti le soluzioni multimediali, che di certo non hanno premuto l’acceleratore sull’innovazione, tra proiezioni sui muri, cuffie audio e filmati appesi: si può fare molto altro, e di meglio, basta farsi un giro nei musei italiani per capire come la multimedialità può essere un elemento di connessione, invece che di disincanto.
In tutto questo, ci sono stati due grandi, enormi, assenti. Il primo, dall’invisibilità pesante, è la carta: non c’è una sola copia stampata di La Repubblica per tutto il perimetro espositivo, al netto delle prime pagine storiche opportunamente protette da cornici e appese sui muri, come reliquie da venerare perchè quella maestosità non tornerà più. Il secondo assente è il pubblico giovane, under 45, che non è accorso alla festa-funerale della stampa italiana perchè non credeva fosse morta, anzi neppure mai nata. A parte le battute, che comunque la dicono lunga su chi legga oggi i giornali cartacei, l’esposizione non ha visto calcare lo spazio, se non in quantità sparute. giovani e meno giovani, contribuendo a rafforzare l’idea che questa manifestazione fosse stata studiata per accarezzare i ricordi di chi c’era agli albori piuttosto che disegnare qualche tratto del futuro, perchè lo sappiamo che tra poche decadi, quando lo zoccolo duro del lettorato attempato sarà trapassato, il giornale cartaceo di oggi non lo leggerà praticamente più nessuno.
Sono stato in visita durante l’ultimo weekend di apertura, e il pomeriggio del sabato ha ospitato un paio di talk show di chiusura, a metà tra aggressività reazionaria e chiacchiericcio autoreferenziale, complice anche una platea poco frizzante che annovera un buon numero di addetti ai lavori e giornalisti o operatori della testata.
Il primo talk, sulle grandi inchieste del quotidiano, è stato condotto da Lirio Abbate e Gianluca Di Feo, abili e rinomati giornalisti d’inchiesta per anni militanti anche nelle file del settimanale L’Espresso, quando era ancora nelle mani di Gedi. Il talk è gestito con modalità arrembanti, con i due giornalisti reporter che pesano sulla bilancia (tra i piatti dell’indipendenza e dell’intraprendenza) la propria carriera, ribadendo una carriera di scoop e smascheramenti del potere di fronte ad un pubblico schierato (con addetti ai lavori della testata come finti infiltrati) che applaude e annuisce. Nessuno qui vuole di certo sminuire il grande lavoro fatto dai giornalisti d’inchiesta, fondamentale in una società democratica, ma il talk appare fin troppo “celebrativo” e irridente, quasi a voler ribadire come La Repubblica (e L’Espresso finché era la casa dei due giornalisti) non si è mai genuflessa e mai lo farà. Invece, il talk sportivo con protagonista Giuseppe Smorto si è rivelato un sagace marchettone al libro firmato dal giornalista per anni a capo della redazione digitale, condito da ennesimi amarcord sui Gianni storici dello sport ricordati a colpi di aneddoti anche grazie al contributo del pubblico fatto di colleghi. Come talk di chiusura, insomma, forse si poteva fare qualcosa di più coinvolgente che ripiegare sulla promozione di un libro, ma alla fine la platea attempata ha gradito senza particolari scossoni.
Piuttosto, come da tradizione di GEDI (citofonare le prime edizioni dell’evento gastronomico C’è Più Gusto a Bologna, apoteosi del delirio organizzativo), non ci si scrolla di dosso la proverbiale confusione dell’ingresso nel pubblico, questa volta però colpevole nel non capire che con la semplice registrazione gratuita di accesso alla mostra non era compresa la partecipazione ai vari talk (c’è anche da dire che questa distinzione poteva essere comunicata prima, e gestita dopo, un po’ meglio di così). Alla fine i sold-out palesati online nella pagina di registrazione non lo erano davvero (come accade quasi sempre quando questi eventi sono gratuiti) e gli astanti senza accredito in fila oltre le transenne sono stati fatti accedere senza problemi, per buona pace delle addette surclassate dai supervisori non appena appariva all’orizzonte una personalità, evidentemente poco nota, del quotidiano, il cui accesso era ovviamente conquistato senza ulteriori dichiarazioni anagrafiche.
Di buono c’è sicuramente il librone celebrativo, edito da Electa, che racchiude i 50 anni di storia del quotidiano, oltre a focalizzarsi su tutte le iniziative lanciate. Il volume rimane però un po’ sterile, quasi da compitino riepilogativo, dalla grafica replicata (così come gli stessi testi utilizzati nella mostra dal vivo) e senza guizzi esplorativi che permettano al lettore di scoprire qualche segreto in più del quotidiano romano, e soprattutto senza alcuno sguardo al futuro del giornale, alle sue sorti e a quello del comparto, al prossimo lettore giovane (semmai ci sarà), all’urto con l’evoluzione tecnologica. Rimane, insomma, un libro più celebrativo che stimolante, che racchiude una storia sicuramente memorabile che però, dopo la notizia dell’acquisizione del gruppo GEDI da parte dei greci di Antenna, suona come un triste amarcord.
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I due principali quotidiani sportivi lanciano la Nazionale di calcio con prime pagine fatte con l’intelligenza artificiale e usi massicci di Photoshop. E il risultato è un po’ imbarazzante…
Prima o poi doveva arrivare, nel formato visuale, anche nei quotidiani. Era solo una questione di tempo, dopo aver già imperversato, tra inesattezze e dimenticanze, tra i giornalisti. Però ce lo aspettavamo un po’ meglio, questo esordio dell’intelligenza artificiale nelle prime pagine delle testate nazionali. Invece eccolo qua, il risultato: due illustrazioni (perchè chiamarle immagini è oltremodo fuorviante) abbastanza chiaramente generate da uno dei mille mirabolanti tool di intelligenza artificiale, e aggiustate a dosi massicce di Photoshop, per lanciare la sfida serale di Italia-Irlanda del Nord, un incontro cruciale che può valere la partecipazione degli azzurri ai prossimi Mondiali di calcio.
Gazzetta e Corsport hanno avuto la stessa idea. A memoria non ricordo prime pagine incentrate su immagini realizzate con #IA.#ItaliaIrlandaDelNord pic.twitter.com/rGTNEqsSqy
— Simone Salvador (@simonesalvador) March 26, 2026
<script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>Sorvoliamo sui discorsi già triti e ritriti sull’opportunità dell’utilizzo degli strumenti generativi nel visual design: sarebbero ormai stucchevoli, la tecnologia esiste e può essere utilizzata senza troppi musi lunghi. La differenza, come sempre, la fa la modalità di utilizzo, e ovviamente il risultato finale, soprattutto quando esso viene applicato sulle due principali testate sportive italiane, che si presuppone abbiano sufficienti risorse economiche e competenze per evitare il parto di soluzioni decisamente discutibili.
Ora, al di là del già straniante tempismo che ha portato sia La Gazzetta Dello Sport e Il Corriere Dello Sport a ricorrere alla medesima idea, quella di immaginare e poi generare un’illustrazione di tifosi con la maglietta azzurra che fosse transgenerazionale – e ci sarebbe già da chiedersi, soltanto se quei ragazzetti fossero reali, se sappiano cosa sia un quotidiano di carta -, e pur riconoscendo l’opportunità di realizzare qualcosa di diverso che si allontanasse dalla solita iconografia dei giocatori in campo, il problema è fondamentalmente uno: chi li scrive, i prompt? Dai, amici del Corriere Dello Sport, avete generato una sorprendente carrellata di gemelli, con un paio di femmine che hanno lo stesso viso dei corrispettivi maschi! Ora, non abbiamo qualche spicciolo in più per generare un’illustrazione più particolareggiata e soprattutto più credibile?
Incredibile che questa idea di merda sia venuta ad almeno due persone e nessuna delle due abbia sentito l’esigenza di fermarsi un secondo e pensare a qualcosa di meno cringe https://t.co/yHMoTOVftH
— Simone Fontana (@simofons) March 26, 2026
<script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>Che poi, scorrendo su X, il social network nel quale sono fluìti i primi post sdegnanti, lo stesso ricorso alla figura dei bambini e ragazzini che, come fanno notare molti, probabilmente non erano neppure nati 12 anni fa, quando nel 2014 l’Italia marcò l’ultima presenza nella competizione internazionale. Certo, una chiara volontà di allargare l’orizzonte coinvolgendo minorenni, se non altro perchè i due terzi dei lettori dei quotidiani italiani superano i 45 anni di età e la prima pagina è materia buona da far vedere ai nipoti, che come detto sopra chiederanno “ma zio ma che cos’è un giornale di carta?”.
Se c'è qualcosa di peggio della retorica sui bambini che meritano di vedere l'Italia ai Mondiali, è la retorica sui bambini creati con l'intelligenza artificiale che meritano di vedere l'Italia ai Mondiali.
— Andrea Dalmasso (@Andre_Dalma) March 26, 2026
<script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>Imbarazzante prima pagina del Corriere dello sport, con un gruppo di ragazzini che hanno tutti la stessa faccia, tipica robetta fatta con Intelligenza artificiale…..Che tristezza mamma mia https://t.co/blHn93qfS5
— Claudio Plazzotta (@Claplaz) March 26, 2026
<script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>Ad onor del vero, anche se piazzata come ultimo paragrafo dell’editoriale (interno), il direttore Ivan Zazzaroni, il brizzolato giornalista navigato, ha spiegato il ricorso all’intelligenza artificiale motivandolo con la mancanza in archivio di immagini ritraenti giovanotti “altrettanto felici di tifare per la Nazionale”. Il che può essere piuttosto vero, ma ciò non solleva la testata dal clamoroso errore di aver replicato gli stessi giovanotti in scala d’età, rendendo il tutto ilare e anche un po’ ridicolo.
Dans les colonnes du quotidien, Ivan Zazzaroni, directeur du Corriere dello Sport, explique : "La photo de Une a été générée par l'IA. Nous n'avons pas trouvé des jeunes tout aussi heureux de supporter la Nazionale" https://t.co/UXOaK0lrGo pic.twitter.com/tvZwTsDZ0x
— Guillaume Pacini (@Guillaumemp) March 26, 2026
<script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>Ad ogni modo, non si sa come questa idea di riferirsi alla tecnologia quale fonte illustrativa sia venuta contemporaneamente ad entrambe le testate (qualche spia illuminata avrà evidentemente spifferato), di certo alla Rosea hanno avuto perlomeno l’intuizione di particoleggiare meglio l’illustrazione finale, aspirando ad una maggiore aderenza alla realtà. Ciò che emerge, purtroppo, è che questo precedente in qualche modo segnerà il modo di creare le prime pagine, diminuendo il ricorso alle fotografie (che ok, si pagano, ma davvero così tanto per dover ricorrere all’IA?), con buona pace dei grafici che forse, alla fine, si abitueranno cavalcando queste nuove possibilità espressive.
Era solo questione di tempo. Mi spiace molto per quel paio di conoscenti che ho che fanno i grafici e che sono diventati dei rullini Kodak umani.
— Kai Shiden (@kai_shiden1) March 26, 2026
<script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>Fateci sognare, fatelo per noi: fatelo (il quotidiano) un po’ meglio, su.
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Quale futuro (di lettori e di sostanza) può avere l’informazione quando le testate nazionali, ad ogni fatto politico divisivo, ne supportano solo alcuni aspetti, favorendo la radicalizzazione?
Ogni volta che l’Italia torna al voto, prima e dopo le effettive giornate di partecipazione, si genera una curiosa situazione che aiuta a fotografare con precisione e nettezza come si comportano i quotidiani italiani. Il referendum sulla giustizia, l’ultimo banco di prova democratico a livello temporale, non era certo così semplice ed accessibile nella sua comprensione, ponendo nelle mani degli elettori questioni complesse e dagli scenari non facilmente immaginabili in termini di riscontro quotidiano.
Questa difficoltà ha facilmente e velocemente spostato il focus del voto dalla riforma in sé ad un voto “politico”, attribuendo agli schieramenti politici scesi in campo il Sì o il No alla riforma, con associazioni non così pure come si potrebbe credere. In questo bailamme già innescato da un quesito referendario troppo tecnico, i quotidiani nazionali hanno ovviamente inquadrato il tema, ma non tutti si sono sottratti alla tendenza sempre più calcata dalle testate più schierate, fomentatrici di quelle che io etichetto come “verità funzionali”: scampoli di informazioni vere, verificate, corrette, che diventano preminenti (nel supportare tesi) rispetto ad altri elementi, accuratamente sorvolati.
In questo sgradevole meccanismo cadiamo, spesso consapevolmente, tutti noi (come, ad esempio, parteggiando per il Sì o il No al referendum e adducendovi motivazioni accuratamente selezionate), ma quando ciò accade agli organi di informazione, la questione si fa più seria. Tecnicamente, nulla di ciò che viene detto e sostenuto è falso, ma la modalità di selezione degli elementi a supporto del proprio punto di vista, e a discapito di altri che possono incalzarlo, instilla una forte sensazione di “raggiro”.
Da decenni, ormai, i quotidiani italiani si sono politicizzati e sviluppati attorno a narrative riconoscibili, fino al radicamento: non fanno mistero delle proprie simpatie, anzi ciò diventa elemento identitario, della testata stessa e del pubblico di lettori che partecipa, attraverso l’acquisto del giornate, al racconto propinato, assumendolo come allineato alle proprie convinzioni. Per certi versi, questa è stata una scelta necessaria per molte testate, per irrobustire la propria sopravvivenza: accanto ai fatti (sempre meno), pullulano le opinioni, immerse nel flusso di verità funzionali che disinnescano il dibattito e favoriscono pensieri unilaterali. Ovviamente, tante testate storiche sono state fondate sull’onda della rivoluzione in un impeto anticonformista, che però le sta condannando a mantenere direzioni editoriali sempre più nette e spregiudicate, per salvaguardarne i tratti identitari. In tutto questo, trovare nella stampa i fatti nudi e crudi, riportati senza opinioni, è sempre più complicato. Si dice che questa funzione sia ormai assurta, obtorto collo, dal web e dai social, sicuramente efficaci in termini di tempestività: combattere il tempo reale, da parte dei quotidiani cartacei, sarebbe stato poco proficuo, da qui una sempre maggiore virata verso il racconto del contesto, delle opinioni, dei punti di vista. Mantenendo sempre, però, quel taglio identificativo che contraddistingue la testata e i suoi lettori, il cui patto deve essere inscalfibile.
Lo spiegone di cui sopra emerge ogni volta che i quotidiani italiani, tra generalisti e schierati, raccontano fatti politici. L’esito del referendum sulla giustizia è l’ennesimo esempio di come l’adozione di verità funzionali e stili narrativi accuratamente progettati diriga le testate verso disamine “di parte”, contribuendo a formare le opinioni di lettori, o meglio a ribadirle, visto che, come detto, ogni testata sa benissimo a quale lettore si rivolge e, come nei social network i cui utenti sono imprigionati nelle celeberrime filter bubble e nelle echo chamber, l’effetto assonanza è garantito, anzi necessario.
Vengo allora ad una veloce ricognizione delle prime pagine dei quotidiani usciti all’indomani dello spoglio delle schede referendarie, già analizzate dal magazine specializzato in media Prima Comunicazione. Ad un primo sguardo, forse le uniche prime pagine che si focalizzano sull’attestazione dei fatti sono, direi come da tradizione, Il Corriere della Sera e La Stampa. La Repubblica, ancora il secondo quotidiano generalista italiano, che da decenni non fa mistero delle proprie inclinazioni politiche, in copertina ribadisce la forza del No in gigantografia, ulteriore aggancio per agire criticamente sul governo in carica. Da fronti opposti, Il Manifesto e Il Giornale enfatizzano il successo e la sconfitta, mentre Il Fatto Quotidiano, la cui spesso ventilata indipendenza da poteri politici ed economici ne ribadisce il carattere fondativo, e per quanto si dichiari cane sciolto da correnti ed inclinazioni, festeggia il risultato del No dopo che la prima pagina della domenica inneggiava alla difesa della Costituzione come una delle motivazioni principali per votare negativamente. Questa è, in altri panni, una delle verità funzionali: certo che chi vota no evita che la riforma agisca su un principio costituzionale, ma ciò che il proclama fa apparire è un attacco sconclusionato alla Costituzione, già modificata in passato senza troppe levate di scudi. Il sostegno della verità funzionale, allora, è essenziale per cementare il lettorato attorno alla testata e alle sue convinzioni e a garantirne la sopravvivenza, in primis economica.
Ma allora, che fine fa il diritto ad una informazione libera, corretta, esatta? Quando si addossa al mondo digitale tutto il demerito di aver abbassato la qualità dell’informazione stessa, o alle giovani generazioni la colpa di disconoscere, o meglio ignorare, i grandi media del passato, siamo davvero sicuri che in questo impiccio non ci siano gli zampini proprio degli stessi media “tradizionali”’? Se i lettori classici si dividono in fazioni, allora ne risente anche l’informazione stessa, il modo in cui viene raccontata, gli aspetti che vengono enfatizzati o accuratamente lasciati in secondo piano (per non dire nascosti): una sineddoche pericolosa, nella quale le parti di un fatto (quelle più interessanti, più ingaggianti, coinvolgenti) assurgono al tutto.
Difficile, altresì, biasimare gli editori, costretti ad escogitare soluzioni per evitare il baratro: la radicalizzazione del lettorato, spinta in primis dalla politica come campo privilegiato di tifoserie opposte, rappresenta ancora il miglior metodo per preservare identità e futuro: chissà se l’informazione vera, soprattutto domani, sarà ancora d’accordo.
L'articolo I quotidiani e il peccato originale delle “verità funzionali” attorno al referendum proviene da Stampacadabra.
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