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Balena una nuova proposta per sottrarre le edicole all’oblio e riaccendere l’interesse dei lettori di oggi sui quotidiani e riviste. Ma se il problema fossero proprio i giornali?
Ha suscitato grande interesse e curiosità il pezzo uscito su CiboToday a firma del direttore Massimiliamo Tonelli sul problema delle edicole, se non altro perchè la testata su cui è stato pubblicato è specializzata su temi food & wine. Ciò potrebbe suonare anacronistico, ma questo accostamento testimonia come la questione delle edicole sia andata ben oltre i confini della mera distribuzione di prodotti editoriali, probabilmente una delle cause del loro declino.
Chiaro, le edicole soffrono, le vendite sono numericamente in calo da decenni e le giovani generazioni non sanno o ignorano cosa sia una pubblicazione cartacea: la prospettiva futura di questi chioschi non può che vertere sulla loro progressiva sparizione (perlomeno nei termini della loro funzione originaria). Bisogna inoltre rimarcare come ormai le edicole siano portate avanti da over 50, scarsamente motivati (se non altro a causa di compensi miseri derivanti dalla vendita dei giornali), incapaci di infondere entusiasmo e passione. Se i librai, benché anche essi costantemente sull’orlo dell’oblio commerciale, si prodigano in suggerimenti e consigli e si dimostrano preparati, gli edicolanti ormai annoiati si limitano alla vendita, sono incapaci (o svogliati) di recuperare arretrati, sembrano estranei a ciò che vendono, non stimolano curiosità. A tutto ciò si abbina l’acquisto spersonalizzato dei giornali all’interno dei supermercati, soluzione che non ha certo migliorato i conti degli editori per quanto abbia reso più pratico l’acquisto (o lo sfoglio furtivo e abusivo).
Allora, lo spunto che viene dall’articolo di CiboToday fonda le radici su un’interessante esperienza spagnola. A Madrid, infatti, c’è un’edicola che accanto all’assortimento classico di quotidiani e riviste offre all’avventore frettoloso o metodico la possibilità di sorseggiarsi un caffè o agguantare una bibita fresca. Non è dato sapere quale delle due esigenze venga prima, e l’altra a corredo: il sunto è che le edicole, oltre a soffocare di proposte editoriali da vendere, potrebbero rendersi un po’ più attrattive aggiungendo servizi complementare al mero acquisto dei giornali, per realizzare un’esperienza un po’ più elaborata. Come si legge nell’articolo:
Qui si prova a tenere in equilibrio la distribuzione editoriale, che rimane solida e credibile, con altri servizi che possono permettere a questo piccolo edificio isolato di diventare una destinazione e trasformare l’acquisto di un quotidiano o di un settimanale in qualcosa di incidentale, casuale: vengo per una tazza di caffè americano ma poi mentre sorseggio mi rendo conto che c’è quella nuova rivista di architettura che mi interessa e la compro: pago il caffè, pago la rivista e vado via contento e arricchito.
Da questa prospettiva, l’idea è di andare per un caffè e toh, scopro un giornale che mi può interessare e me lo porto a casa: si ribadisce allora come quotidiani e riviste siano un qualcosa da aggiungere compulsivamente, come i cioccolatini alle casse di un supermercato, senza però il bimbo strillante che non farà di certo capricci per volersi portare a casa un settimanale di gossip. La promessa però è anche quella di recuperare tutte le strutture urbane che fungevano da edicole, oggi amaramente chiuse, dando loro una seconda vita. Ma per farlo, giustamente, serve estirpare loro il gene della primogenitura: non si può pensare più ad un’edicola pura, che venda (sempre che ci riesca) solo giornali.
Ora, certo, ogni proposta di soluzione che permetta alle edicole di sopravvivere è meritevole di attenzione. E’ che, forse, più che pensare a farle sopravvivere, occorrerebbe pensare a come rinvigorirle, anche trasformandole, ma in questo processo è necessario capire il ruolo che allora debba avere la distribuzione di quotidiani e riviste: queste ultime dovrebbero essere il motivo principale dell’esistenza delle edicole stesse, ma la percezione dei giornali stessi (tolti i magazine premium e indipendenti, che capeggiano su altre vetrine ben più rinomate) è quella di un prodotto cheap, dal costo limitato e dalla vita più che breve.
Affiancare alla vendita dei giornali la somministrazione di cibi e bevande (oggi, e da anni, negata a livello normativo) potrebbe davvero favorire la visita degli avventori, che tra un caffè o un panino potrebbero pure trovare il guizzo di un acquisto fugace? Il prodotto editoriale, di nuovo, finisce come acquisto occasionale, invece di essere l’elemento centrale di riflessione, da cui cercare di partire per ridisegnare le strutture di distribuzione e avvicinarsi ad un lettorato che si fonda ancora sugli over 45. Una pausa snack potrebbe essere un volano, ma servirebbe allora costruire un’esperienza più completa, che trasformi le edicole in piccoli poli culturali, capaci di attirare pubblici oggi totalmente disinteressati, e alla guida dei quali vi siano personalità entusiaste. Poi però il dubbio: l’attuale prodotto editoriale merita davvero un’esperienza così premium?
Il tema delle edicole tornerà presto sotto questi riflettori, per capire quale futuro possa davvero esserci per questi presidi territoriali simbolo della distribuzione di stampa, senza per forza agire con l’inconsistenze leva dell’amarcord, della nostalgia o del disfattismo.
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