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by WM
Ammoniva Kundera (ne “L’insostenibile” etc…) che leggero non è di per sé bello, né alto è per forza migliore, e vuoto credo abbia lo stesso destino infausto toccato ai due precedenti aggettivi, demonizzato per pregiudizi falsi che si adornano di bei latinismi (l’horror vacui, nequiquam vacuum) e resti di platonismo mal compreso. Vuoto è male, pieno bene: pancia piena, ristoranti affollati che così gira l’economia, tanti likes, così sei più bello e importante.
Ieri c’era uno sciopero che non ho indagato, talmente sono un turista della democrazia, e la radio nazionale aveva i palinsesti vuoti, gli speaker muti e solo una vocina registrata che avvertiva della variazione “possibile” della programmazione, col risultato che accendere la radio diventava pura leggerezza (che è il male, ricordiamolo), nessuna necessità di programmare gli ascolti; non ho dovuto sopportare predicozzi di giornalisti liberal che preferiscono la guerra ai condizionatori, né patetiche vocine che fanno marchette vergognose a un cinema italiano contemporaneo privo di valori e maestri (e “pieno” dei soliti quattro gatti del generone romano). Sono sfilate canzoni, romanze, arie anche conosciute, un Verdi che non guasta mai e tanta classica da renderci gai e “leggeri”, vuoti di tutti i meloni, cocomeri, li russi, frattaglianti e altre squallide figure che attraversano il paese, in questa misera vita negli abusi di potere.
Una boccata d’aria. Da domani si torna a Radio Tre Classica online, ma mi piaceva accendere l’FM e trovare la bellezza, ma mi tocca.
E rifletto sulle parole del Maestro: cosa mi dicono? ho sbagliato ad abbracciare questo vuoto?
di Tamara Macera
“Gelide gocce cadono
Dalle mie guance:
Forse non mi sono accorto
Che stavo piangendo?”
L’incedere dell’inverno sporca il viso ,con acqua lieve, segreto mantra di un tempo perduto. Piangere è un atto rivoluzionario, il fiume che sicuro della sua corrente si oppone agli ostacoli di un’epoca senza sentimenti… la nostra.
Dalla metà fino alla fine del Settecento, il pianto era considerato il “leitmotiv” del vero animo umano.
Con l’opera di Goethe, ” I dolori del giovane Werther “, le lacrime, la disperazione e quanto di più viscerale insito nell’uomo , portò i contemporanei a guardare con sospetto e quasi paura a quelle pagine, come se i giovani dell’epoca potessero essere corrotti nel profondo da un gesto fisiologico troppo naturale. Nella Winterreise, il Viandante piange per ciò che la vita ha dato e tolto e per ciò che mai è esistito. Le lacrime gelate, regalate ai freddi paesaggi romantici, giocano con il fuoco del dolore che arde nelle viscere di un uomo dell’Ottocento, di un mondo oramai perduto e seppellito sotto la dittatura del “click”. Se il moto degli occhi preoccupava i vecchi signori di duecento anni fa, duecento anni dopo il moto del pollice è ciò che rappresenta l’appartenenza ad un mondo. Dallo sguardo, alla mano; dal pensiero al pragmatico; dalla carezza allo schiaffo. Viene forse da pensare che l’evoluzione ci è stata nemica donandoci l’opponibilità di un dito e punendoci con la sua banalità, millenni dopo. Ma il Viandante questo ancora non lo sa. Lui è l’antidoto alla censura del sentimento, lui esprime il suo dissenso in lande desolate, dove l’unica eco è quella di tenere gocce che inondano il viso:
“Ah lacrime , mie lacrime,
siete tanto tiepide
da farvi solide ghiacciando
come rugiada mattutina?
Eppure dalla fonte del mio petto
sgorgare tanto roventi,
quasi voleste sciogliere
il ghiaccio di tutto l’inverno!”
by WM
” ‘Sto disco è ‘na droga“, chiosava un tale parlando di un album che lo ossessionava, sempre sul piatto, sempre fischiettato ed evocato nei testi e nelle melodie.
Ascoltando a rullo l’ultimo disco dei Klippa Kloppa, nella solita splendida edizione della nostra amatissima Snowdonia (che la Siae ce la conservi a lungo), ripensavo proprio a questa frase, perché ogni aspetto della realtà e dei sentimenti può trovare nei testi di Mariella Capobianco, sfrontatamente dadaisti, può trovare un punto focale da ripercorrrere cabalisticamente in nuove combinazioni lulliane: le dinamiche dell’amore di Bijoux (una bossa nova assurdamente acchiappante), lo strazio dei rapporti umani (Soddisfazione, un foxtrot? dixieland? oh ma aiutatelo il recensore musicale eh…) o le ardite metafore ne La Piuma che regge il mondo).
L’ultima traccia poi, Notte, vicina alla poetica del miglior Dalla, chiude alla grande, spingendo di nuovo a premere play per un nuovo giro di giostra.
I punti di forza sono vari.
Libertà e una isperazione musicale ampilissima, che va dal lounge al rock, all’elettronica a certe cose progressive jazz (mi riemergevano i New Perigeo, ma dovrei riascoltarli, sempre che mio fratello non si sia inguattato i vinili che mi toccavano).
Una orchestrazione e una ritmica intense e dinamiche; in un’epoca in cui la precisione del beat artificiale ha ridotto sensibilmente il mio amore per la batteria, qui mi sono esaltato per l’amore per il ritmo che si evince da ogni traccia.
Il canto “libero” dalla feccia pseudo-soul che ha impestato cantanti e cantantesse odierni stile X-Factor, con una scelta di una vocalità naturale (un po’ come facevano gli Stereolab) e diretta che ci invoglia a cantare per disacerbarci, senza mediazioni.
Tuttavia non è un album facile, ma che cresce con gli ascolti solo in apparenza facile e pop, che va esplorato anche quando ti vuole respingere e turbare e non solo nei momenti lieti e solo in apparenza sornionamente canterini. Insomma… WM APPROVED!
PS: qui i link… SOSTENETE GLI ARTISTI!
https://www.facebook.com/SnowdoniaDischi
https://snowdonia.bandcamp.com/
by WM
Il Manga come medium che racconta il mondo: anche se è vero che la maggior parte dei fumetti giapponesi sono spesso evasione consolatoria (penso a tutte le centinaia di isekai pubblicate ogni giorno!), ce ne sono molti che, striscia dopo striscia, illustrano usanze urbane, modi di vivere che ormai ci risultano familiari, e ci immergono nella vita di tutti i giorni con una semplicità di sarmante, risultando poi anche universali racconti di sentimenti e passioni, con cui proviamo naturale gancio.
Uno dei mondi più o meno sfiorati è quello dei pendolari della metro (densha): centinaia di migliaia di persone viaggiano ore ed ore per scuola/lavoro/tempolibero, si scontrano e si incontrano sui binari e nelle carrozze, dove nascono complicità improvvise e storie d’amore inaspettate.
Dopo il poetico Densha Otoko, già edito in Italia da Star Comics, mi sono imbattuto in tre serie divertenti, assai diverse l’una dall’altra, che partono dai binari per raccontarci una slice of life differenti e interessanti e, perché no, a farci sognare un attimo.
Kyou, Eki de Mita Kawaii Onnanoko – Kouji Sakana
Un uomo di mezza età (a trent’anni -sic- sei già un Oba-San, vecchio adulto, inquadrato nella società e quindi un matusa) è costretto come editor di una rivista di economia a spostarsi per raccogliere i manoscritti degli autori, e fa la spola per la città imbattendosi alla sua stazione con una gyaru, una bella ragazza alla moda, che risplende di marchi, gadget, usi di materiale pop che incuriosiscono l’occhio analitico dell’editor, più attratto dai nuovi gadget o della riscoperta di quelli vecchi (chessò, il Tamagochi) che dalla ragazza in sé (e meno male). Questa quieta osservazione quotidiana ispira il suo lavoro e gli consente di avere una finestra su quella gioventù da lui lasciata solo pochi anni prima.
Disegni puliti e divertenti, grande ritmo per questa commedia (in) metropolitana. Non succede quasi nulla, ma risulta una bella lettura.
Asa no Tsuukin Densha de, Yatara to Hanashikakete Kuru Joshikousei– Zombie Masuo e Takuya Tamura
Una delle caratteristiche dei salarymen, strafatti e disperati per il superlavoro e i ritmi allucinanti imposti dal capitalismo giapponese, è essere pieni di sonno, riposare solo da morti, viaggiare in condizioni semi-comatose e vicine all’esaurimento nervoso. I ragazzi, che coesistono quotidianamente sulle stesse carrozze, possono invece trascorrere questo breve soffio dell’adolescenza spensierati e pieni di energie.
Una ragazza maliziosa e con un filo di stronzaggine assai accattivante si diverte a mettere i chiodi a un povero ossan con delle allucinanti borse sotto gli occhi, incapace di contenere l’energia il sarcasmo della liceale. Intorno a loro, una massa informe di vecchiacci, che detesteranno sempre di più l’impiegato senza nome, destinatario del saluto della sua madonna.
Come si evolverà la storia? gli sprazzi di tenerezza di lei preludono a un amore? L’impiegato è solo un punching ball con cui divertirsi nei venti minuti di tragitto?
Non lo sapremo mai, serie interrotta, ma mi ha molto divertito: consigliata.
Kesa mo Yuraretemasu – Eiji Masuda
Quei venti minuti, quei benedetti venti minuti in cui sfiorare gli sguardi, desiderare che la chimica si tramuti in parole e l’amore sbocci oltre le barriere della timidezza e delle convenzione.
La trama è abbastanza scontata, ma è costruita in modo quanto meno originale, perché i narratori sono tre personaggi quanto mai diversi (una Office Lady, uno studente universitario e un manager davvero di mezza età e col riporto) che fanno un gruppo online per poter commentare lo spettacolo che hanno davanti tutti i giorni: due ragazzi seduti in treno che non hanno il coraggio di parlarsi, nonostante la reciproca attrazione. I tre assisteranno a tutte le lentissime tappe in cui, prima una parola, poi uno sguardo, segneranno l’inizio di una conoscenza, se non di un amore, digitando in maniera furibonda sul loro cellulare e commentando ogni mossa, ogni sospiro che viene da quella scena sognante e intensa,
Conosco benissimo quella sensazione, quel tesaurizzare i pochi momenti seduti accanto per poterle dire qualcosa, per dire quel ch’io sentiva in seno, sempre se vi fossi mai riuscito. Forse è per questo che non mi perdo un’uscita, aggiungendomi virtualmente al gruppo Line dei tre e tifando con passione insieme a loro.

by WM
Il sommo Amiga 1200, dotato ormai di Pistorm Lite 32 e due schermi per il Workbench in HD e i videogames in AGA, deve ora affrontare nuove sfide. Per sfruttarlo appieno, bisogna dotare il gioiello Commodore di periferiche che permettano di interagire con facilità, periferiche di input che coniughino modernità e tradizione, capienza e performatività, possibilmente senza svenarci.
Il Joystick
Giocare su un home computer è altra cosa rispetto a divano+console+controller wireless: c’è la fisicità della tastiera, lo schermo vicino, il settaggio delle opzioni, il lavorio sul sitema operativo e le cartelle, e sorattutto non è roba da joypad, perché ci vuole un joystick.
Il comando a stick è la cloche del piper di Mister No, un timone che non si fa parte della nostra manualità come il joypad; esso ha pochi tasti e non ci costringe ad atletismi che rendono il gioco fatica, eliminando quasi ogni virtuosismo (eccetto forse il tiro a banana di Microprose Soccer su C64), cosicché l’esperienza è diretta e appagante (direzione, sparo e passa che è notte!).
Oltre ai meravigliosi stick d’epoca (lo Speedking da palmo, sempre nel mio cuore, o il Competition Pro, con le ventose e da appoggiare sul tavolo) oggi disponiamo di strumenti e leve che prima potevamo avere in sala giochi: sono disponibili, sia come kit, sia già montati, molti joy “su tavola” (penso al favoloso 8BitDo) in modo da creare un ibrido fra le due grandi esperienze di gioco di un tempo, domestica e arcade.
Serviva un Joy pensato per Amy, e quindi opto per lo stiloso Game Controller di Hazon78, un produttore indipendente che vende su eBay e offre una vasta gamma di prodotti per il retrogaming.


Le prime impressioni sono molto buone, stick preciso, pulsanti sensibilili giusto e perfetti soprattutto per platform e puzzles, da testare ancora con Sensible Soccer, che ha fatto fuori fior di controller in passato; i tasti di fuoco sono indipendenti, tasto due sfruttabile da quei giochi che lo prevedono. Stabilità perfetta, assicurata dai gommini alla base, che consentono una notevole stabilità al tutto. Per ora, Sensible permettendo, pare la scelta giusta.
Flash Card reader su porta Ide
A sinistra, a lato della tastiera del 1200, giace una porta preziosissima, non sempre sfruttata a dovere: la porta PCMCIA: ci si possono attaccare interfacce e lettori cd (e anche le caffettiere, se supportate con adeguato driver).
Essa risolve uno dei più grossi problemi, il collo di bottiglia dell’introduzione ed estrusione dei dati dall’Amy: il mio CaffeineOs, come detto, purtroppo ha il wifi in bambola, quindi non posso avere altre finestre verso il mondo che il lettore di floppy disk, che però ha una capienza limitatissima e la velocità di un bradipo ubriaco. Ho comprato da eBay un lettore di Flash Card, con una Card da quattro giga già testata per Amiga (non tutte, leggo, paiono adatte); Su Workbench 3.2 ha richiesto l’installazione dei driver forniti su floppy, mentre CaffeineOs legge la Card automaticamente. E ora spostare grandi masse di dati diventa un gioco da ragazzi: potremo salvere quello che c’è dentro l’HD del nostro 1200 e immettervi quello che vogliamo, specie i .mod e i giochi, spesso nuove splendide uscite, sempre recensite da ZZAP! (abbonatevi, ne vale la pena).
non mi resta che far ripartire Octamed e riascoltare le composizioni col tracker degli anni ’90.


E il collo di bottiglia del floppy lumacoso? A quello penseremo nella prossima punata con l’installazione di uno scintillante emulatore Gotek.
(continua)
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