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Monologante su Termini/Terminus/Trantor
buon non-ascolto
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by WM
Terminus non è Trantor, capitale dell’Impero Galattico che si snoda su una serie di piani e ospita miliardi, scale e ascensori che non vedono mai la luce del Sole, se non quando prendi una nave allo Spazioporto e ti involi verso qualche pianeta della periferia, magari verso Terminus, piccolo e sperduto, senza beni e risorse, se non quelle intellettuali. Chi vuole approfondire, legga “Fondazione” di Isaac Asimov, e vedrà che nessun contrasto parrà mai così netto: scintillio della capitale ancora sfavillante contro il pianetino circondato da regni barbari sempre più aggressivi.
Poi c’è Termini, tentacolare stazione della capitale di un Impero ancora sognato (ebbene sì, ci sono i fanboys di Ottaviano Augusto), e decine di volte nei miei sogni c’è Termini, che diviene Terminus che diviene a sua volta accesso agli abissi di acciaio di Trantor.


Nei sogni lo scenario è pressappoco lo stesso: mi appresto a tornare al Sud e ad abbandonare Roma, sede della Vita e del trascendente, fucina di bellezza e oblio di ogni dolore, e mancano poche ore alla partenza al binario; mentre mi aggiro per la città e temo di perdere il FrecciaRossa, il pensiero della perdita di Roma si sovrappone a un sentore di morte che porta al Nulla. Arrivato in stazione, sempre che io riesca ad arrivare, essa si spiana davanti ai miei occhi come una architettura del Piranesi, barocco incrocio di scale e vuoti, dove l’umanità dolente delle carceri si avvia con passo purgatoriale verso un destino di dolorosa redenzione, senza un Paradiso che li attenda.
In un continuo saliscendi, Trantor mi inghiotte infinita e non conclude mai; non si salirà mai su quel treno, ma non si resterà nemmeno nel mondo dorato di Roma (O Roma, luce dell’universo!), ma mille pensieri, dal biglietto ai bagagli, lasceranno inconcluso una spirale ascendente e discendente senza senso; così la città fuori svanisce e l’unica verità è il gorgo di scale e binari.
Terminus e Trantor si sovrappongono tenendomi per sempre prigioniero, sospeso nella assoluta illusorietà del movimento, il quale, preso attimo dopo attimo, fotogramma per fotogramma, non è che una forma del desiderio, perché non esiste gli eleati dicono.
Roma mi ha senza avermi, mi trattiene senza desiderio di possesso. E fuori piove.
by WM
Scesi dalle montagne, orsi, lupi e leopardi invadono la Sicilia e si installano, guardandomi, accanto ai libri, mi salutano quando prendo un caffè passeggiando per casa, mi invitano a una carezza o a un ricordo. Qualche volta finiscono travolti dalla marea di carta che accumulo, nascondendosi dietro alle pagine come a cespugli, pronti a tendermi un agguato con il loro carico di memoria, il loro ripieno di dolcezza mai sopita.
Gelsomino ha avuto molta pazienza con me, dopo aver perso il suo primo padrone ed essere rimasto senza affetti, senza nessuno da abbracciare; ci siamo ritrovati avendolo ereditato, diciamo, e non abbiamo, che io ricordi, mai dormito insieme, ma è stato una presenza costante. Paziente e amorevole, il suo muso mi ha atteso a casa avita come un cane fedele per anni, e ora sta accanto a me a vegliare sulle copie dei “miei” libri, guardiano di porta, mastro di chiavi.
Sull’isola deserta porterei solo tre cose: Tutto Dante, l’Odissea e Gelsomino, perché a qualcuno almeno devo poter parlare, guardandolo negli occhi e scambiando quel riflesso per un altro essere misterioso che sta dietro un vetro in un mondo a me nascosto.
Pallino fu un regalo per la maggiore età insieme a una bella targa, dove si diceva che finalmente potevo guidare, votare e trovarmi finalmente una ragazza per staccarmi da quei maledetti videogames. Me lo regalo una ragazza, quella ragazza, e mi chiesi se per caso non fosse un implicito invito a strapazzarla di coccole: ma forse ricordo male quella targa, non la trovo più, scivolata in chissà quale cassetto con me che non butto mai nulla, e forse c’era solo scritto buon compleanno, un pensiero per ricambiare un libro che le avevo regalato perché speravo di fare breccia.
Pallino veglia sulla scatola lignea delle lettere cartacee, fiero custode della tradizione orsettistica, pronto ad artigliarti morbidamente se gli dài un bacio.
Costanzo Cloro fa la guardia alle audiocassette, quelle con le copertine fatte in casa, con immagini che perlopiù non c’entrano niente col contenuto delle stesse, tipo Che Guevara + Led Zeppelin. CC (per gli amici “Cicìtto”) è un regalo per un perdono di una che mi aveva fatto incazzare di brutto poiché pensava che studiare Lettere non servisse a nulla, fino a quando glielo dimostrai, facendole fare anche un’ottima figura. Arrivò tenendo in mano Costanzo Cloro e pregandomi di scusarla: pace fatta, ora ha due bambini e non è più zitella, e Cicitto mi ricorda che il perdono è la migliore vendetta, nonché il più dolce dei liquori, ma la prossima volta si presenti minimo con una Playstation5.


Micio Bau e Micio Miao tecnicamente non sono orsetti e sono figli dei bollini omaggio del supermercato; hanno la faccia stranita di chi non è abituato a vedere tutti quei libri (“ma li leggi tutti?”, mi chiedono), ma in compenso hanno gli occhi furbi come il sangue giovane. Speriamo si integrino con la colonia preesistente, loro così fieri re della strada, re della foresta.
di Tamara Macera
È un sabato qualunque di un anno lontano anni luce, in un’abitazione del centro Abruzzo, in orario non condominiale e nel sopito riposo delle gocce di caffè che scendono lente sulle labbra e dalle labbra il bacio del tenue sole pomeridiano di Dicembre.
Metto su un disco, vecchie e magiche riminiscenze di epoche passate. Anni luce. Nel senso che erano anni illuminati, ispirati, eterei. Side One, side two, side three, side four. Il long playing, 33 giri al minuto, è “Shadows and light” di Joni Mitchell.
Side Two, ultima traccia e la più iconica di Joni: “Hejira”. È l’abbandono della Mecca da parte di Maometto, ma per noi e per Joni è anche abbandono del senso di colpa, del sogno fugace. È l’andare avanti per non guardarsi indietro.
Le note mi accarezzano e mi trascinano …dove ? Non saprei proprio dirlo. Un doppio disco live. Sono gli anni ’80 e posso solo immaginarli, tra gli schiaffi e le carezze di Joni.
È il disco consigliato del giorno e un disco che consiglierei per la vita.
Quindi mettete su un buon caffé e tra ombre e luce lasciatevi trasportare via … lontano.
by WM
Rom-Com. Genere banale? Roba che si attacca al lavoro del tuo dentista tanto è appiccicosa e piena di zuccheri? Forse…Di rom-com (romantic comedies per gli amici) ne girano quantità industriali, disegnate secondo i canoni del kawaii, senza uno straccio di design decente e spesso di enorme successo quando agganciano il gusto del pubblico e lo intrattengono con qualche rado palpito.
Ma esistono commedie d’amore non banali? Qualcuna l’abbiamo già sfiorata, altre ne sono venute a galla che, sì, intrattengono, ma portano anche qualche prospettiva nuova, meta, consapevolmente postmoderna o vagamente autoriale. Vediamo qualche titolo ancora inedito da noi, pregando di sostenere gli autori e le case editrici non appena questi titoli saranno disponibili.
Damedoru to Sekai ni Hitori Dake no Fan: testi e disegni di Kirishino
Non so chi si nasconda sotto questo nome di piuma, ma è un autore interessante, disegnatore ultra essenziale, dal tratto molto freddo come quelli che ormai disegnano direttamente in digitale (praticamente tutti, per uploadare e consegnare prima il lavoro).
Il manga in questione esplora un fenomeno per noi alieno, cioè quello delle Idol (cos’è una idol? Cantante usa e getta di effimero successo? No, la questione è molto più complessa e richiederebbe una articolata analisi sociologica), ma non quelle di enorme successo, ma le underground idol, gruppi indipendenti con le loro piccole fanbase fedeli e agguerritissime, che provano a farsi largo ed arrivare al successo mediatico.
Urumin è una idol davvero scarsa, canta male, balla peggio, meno graziosa delle compagne, ma ha la fedeltà assoluta e incrollabile di un solo ed unico fan (Kimiya), che le dà la forza ma la massacra di critiche oggettive ed espresse con scarsissimo tatto. Dal loro rapporto sottile e profondo nascono gag e situazioni divertenti, che ritraggono cose per noi aliene, un piccolo trattato di sociologia urbana pop, ma anche una strana, divertente storia d’amore. QUI IL LINK.
Kannou Sensei: testi e disegni di Motoi Yoshida
Qui ci troviamo di fronte a un seinen manga, un fumetto sviluppato per un pubblico adulto, che naturalmente non ha le stesse riviste e gli stessi gusti dei ragazzi che vestono il Cappello di Paglia o sparano onde energetiche dalle mani; il manga adulto (a volte “per adulti”) ha stilemi grafici diversi, spesso pittorici o anche crudamente realistici, figli della tradizione precedente e non propensi ad essere trasformati in anime. Anche le storie si fanno adulte e l’opera del sensei Yoshida non fa eccezione.
La storia: un maturo autore di romanzi erotici di un certo successo incontra per caso una giovane cameriera divorziata e l’aiuta ad aggiustare il suo sandalo (il geta) che si era slacciato, impedendole di camminare; da questo incontro nasce una passione forte e intensa, ma inconclusa, con la sensualità di lui che non riesce a rompere il ghiaccio della paura di amare di lei, che non gli si concede, ma ne accetta molto gradualmente l’amore e la passione.
Due bellissimi personaggi e una narrazione lenta, che ritrae una Tokio pre-tecnologica, con la gente che va in tram e usa il telefono a muro, noir come una Parigi incantata; nostalgia per quei tempi dagli amori lenti e pericolosi per il cuore, simili a un romanzo, avvolti nella nebbia e nella magia dei luoghi come in un film americano anni ‘50. Bellissimi i disegni, a volte con tratteggio elaborato, a volte scarni e dinamici, funzionali allo sviluppo dei sentimenti. Un grande manga. QUI IL LINK.
Koori no Jouheki: testi e disegni di Kocha Agasawa
Era un bel web-comic, tanto considerato da convincere Shueisha, mica pincopallo, di stamparlo in comodi tankobon e renderlo una delle serie più interessanti degli ultimi tempi, che presto avrà anche un adattamento come anime.
Il plot della commedia romantica di ambiente scolastico è poco più che un pretesto; il focus della narrazione sta tutto nei monologhi interiori di una ragazza chiusa e diffidente, la protagonista Koyuki, chiusa in un muro di incomunicabilità e costretta ad assumere molteplici maschere anche di fronte a chi la ama e la apprezza; ella finisce con l’essere coinvolta in una sorta di quadrilatero di rapporti in cui ognuno prova a trovare un po’ di tepore e affetto di fronte a vite ferite e fragili e sentimenti ambigui, impossibili da comunicare, irricevibili dalle parole.
I disegni alternano tratti da linea chiara franco-belga a super-deformed buffi e dinamici, in un cocktail di emozioni a volte disturbante e drammatico, a volte foriero di pallida speranza: riuscirà Koyuki a formalizzare l’attrazione reciproca per Minato? Miki uscirà dall’empasse con il lungagnone Azumi dal sorriso triste? Si decide qualcuno a pubblicarlo in Italia, mannaggia alla miseria? Per ora… QUI IL LINK.

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