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di Paméla I.Z.
Séraphine de Senlis, all’anagrafe Séraphine Louis, nasce in una poverissima famiglia di Arsy il 2 settembre 1864. Verso i quarantadue anni inizia a dipingere da autodidatta scene floreali sempre più maestose sostenendo di essere spinta dal volere divino. La sua vita di stenti conosce un periodo di riconoscimento fino a quando viene ricoverata in un ospedale psichiatrico. Le sue ultime parole: “Ho fame.”
She’s mad, but she’s magic. There’s no lie in her fire.
Charles Bukowski
Il sole non è una superficie, è un abisso.
La luce irradiata viene da una profondità invisibile agli occhi, la consideriamo fenomeno del giorno ma è la notte che illumina e in segreto attinge alla forma recitando la propria liturgia.
È trafugato il rosso sangue di un animale macellato, l’olio dei lumini votivi, viene quattro franchi e dieci un vasetto di bianco.
Sarebbe meglio comprarsi del carbone per questo inverno, piuttosto?
Nel mortaio vengono pestate l’argilla, le erbe e i fiori, colori strappati alla natura che ha fatto un arcano patto coi pittori: per così poco provvederà a rinascere e lascerà che la sua ferita si apra alla mercé dello spazio di una tela.
I vicini non dormono più, sopra la loro testa c’è un pavimento che si ramifica dove i fiori si distendono, sono strani, incontrollabili, si muovono e inquietano, le foglie sono tagliate col coltello, il sangue cola tra le preghiere cantate da una donna selvaggia.
Mademoiselle Séraphine ne reçoit pas.
Quando si dipinge, si va all’altro mondo.
Lì l’angelo custode in confabula con la Madonna ha detto chiaramente a Séraphine de Senlis di dipingere. Mai un volto, solo la terra trascende, ebbri della vastità ci si innalza in attesa dell’assunzione.
La campagna si consegna come rimedio alla tristezza pesante del giorno, la corteccia degli alberi non copre il fluire proveniente dalla linfa del tronco che a sua volta sollecita gli occhi con la propria circonferenza. L’ampiezza viene colta prima dalle mani e in seguito dalle braccia, non è poi altra cosa dal busto di una donna sovrapposto.
Gli uccelli e gli insetti sono pronti al dialogo, la fantasia non resta sola a vaneggiare, trova riscontro in quella porzione di realtà che si lascia plasmare e fa passare i “lavori neri” del giorno, così Séraphine li chiama, quelli per guadagnarsi la sopravvivenza.
Su una tomba di un cimitero, non importa dove, a fianco della foto di un adolescente con un gatto bianco tra le dita, c’è la scritta “La vita è altrove”.
Privati della conferma dei morti solo i vivi vagano raminghi cercando un altro luogo: senza dormire per rimediare il tempo di fare ci si incammina nei “lavori colorati” della notte, il sottosuolo viene assorbito con ampi sorsi di vino di tanto in tanto e costringendosi in ginocchio al lume di una lampada a petrolio, con la schiena piegata come fosse una nicchia prolifica e una penitenza insieme.
La gentaglia scambia l’occupazione per identità, chi rassetta la casa e lava i panni nel fiume è una serva alla quale si parla come una subalterna ma la guerra aumenta i disgraziati e contribuisce a livellare i ruoli quasi come la morte.
Séraphine può introdursi in case e negozi abbandonati, procurarsi materiale per dipingere e iniziare la propria crescita artistica abbandonando piccole tavole di legno per sfogarsi ossessivamente su dimensioni che raggiungono i due metri. Fuori dall’egemonia del presente dipinge fiammeggiante l’affermazione della vita mentre mina il suo corpo e la sua mente.
Anni dopo questi nuovi quadri esplodono in faccia al collezionista e critico d’arte Wilhelm Uhde, una vecchia conoscenza che da subito ne aveva intuito il genio. Grazie al suo mecenatismo inizia un periodo di benessere finanziario che alimenta in lei manie di grandezza utili a corrodere il già precario equilibrio psichico.
Nel 1930 Uhde viene colto dalla Grande Depressione: indebitatosi, rimanda la sua prima mostra personale e smette di acquistare i suoi dipinti.
Una donna che fa dei suoi averi fagotti rovesciati in strada è un corpo estraneo al rassicurante conformismo e nessuno vuole accettare di vederlo, va rimosso.
Quello che resta è l’avanzata di una psicosi che la porta in manicomio dove non dipingerà mai più.
La pittura è scomparsa nella notte.
Buttata in una fossa comune la morta ci racconta dell’epitaffio sognato: “Qui riposa Séraphine Louis, che non ha rivali, aspettando la sua felice Resurrezione”.
P. S. Nel 2008 viene realizzato il film “Séraphine” diretto da Martin Provost, basato sulla vita della pittrice ha come meritevole protagonista Yolande Moreau.

by WM
Mea culpa, mea maxima culpa: comincio a leggere Simenon solo quando ho già i capelli canuti (quelli che restano, quelli non piallati dalle lame meccaniche del rasoio del negozio cinese, assai buono anzichenò). Mi estrovertisco (verbo scoperto oggi) raramente, perché penso troppo e vivo male (cit.), e vengo preso dalle spire della prosa (spero) ben tradotta che accompagna le avventure (?) dell’ispettore Maigret, così diverso dal rigido razionalismo di Holmes o di Dupin, non un antipatico crapulone come Montalbano o un incapace come Basettoni, ma una spugna.
Sissignori, una spugna come lo definisce un suo attendente, un uomo che assorbe, esplode, insegue immagini, flash pre-razionali, incapace di pensare: “Io non penso”. Non pensa.
Dopo aver inseguito per anni le abduzioni di Conan Doyle, mi trovo di fronte forse a un folle? a una sorta di indagatore di incubi urbani in forma di diversamente affabili borghesi parigini? Il sesto senso è cosa da mistici, felici panteisti immersi nel verde: per noi che viviamo in un perenne bianco e nero RAI anni ’70 non è pensabile.
Il modus operandi di Maigret è esistenziale, non magico, frutto dell’accumulo empirico di esperienze: aver visto tutto, ricordare tutto richiamandolo anche con un semplice raggio di luce, un suono o un odore. Il commissario è vicino alla pensione, fuma troppo per far finta di fare qualcosa e non dover pensare troppo alla gente che lo circonda, e la curiosità divorante del mondo lo fa uscire fuori da sé per fargli vedere qualcosa d’altro che però sembra sempre qualcosa di già visto ed esperito. Anche se in apparenza stanco, Maigret assorbe, rielabora risolvendo, l’unica cosa che lo diverte forse, perché lo distrae dalla visione di esseri umani gretti e aridamente egoisti; quando il quadro dei fatti si squaderna chiaro e le menzogne svaniscono sotto i colpi delle sue domande, egli sente di avvicinarsi sempre un po’ di più al momento di quella pensione in cui dovrà fare troppo finta di divertirsi, ma avrà perso ogni ragione di vita.
I filosofi già ci avevano avvertito di non temere la morte (quando ci sarà lei, non ci saremo noi), ma solo Simenon ci mette in guardia contro l’assorbimento dei ricordi, la gestione, la fallace catalogazione degli attimi e dei nomi, la senzazione del già vissuto della Storia maestra di vita ma senza allievi, delle stragi che si ripetono e della stupidità umana che, invece, si trasmette con regolare precisione e puntualità.
La stanchezza di Maigret è la nostra: non l’aver troppo vissuto l’insostenibile, ma l’aver accumulato quello che ormai non è più gestibile. “Io non penso”, e poi caricare una pipa per sentire un poco di calore, mentre ci si allontana alla luce grigia di lampioni verso una notte di oblio.
by WM
Capolavoro del 1973, Genesis, “Selling England by the Pound”. First Track “Dancing with the Moonlit Knight”.
Quello dei Genesis non è un pop bene educato, ha spesso virate acide sontuose e sfiora più volte l’hard rock; nemmeno i testi sono innocui, ma sotto nascondondono il racconto di tragedie esistenziali che portano al suicidio (Harold the Barrell), la mancanza di case per la povera gente (Get ‘Em Out by Friday), l’alienazione (The Great Parade of Lifeless Packaging), passano per personcine beneducate e il rock rude del Punk e la New Wave li hanno derubricati a vecchiume.
Di questo vecchiume si liberò allora il punk, stanco di ascoltare melodie complesse e viaggi della mente a discapito della cultura di stomaco. Per noi che amiamo I sogni strani niente di meglio che ripescare la scrittura dei Genesis, non meno affascinante della loro musica.
In una cosa i Genesis erano effettivamente “vecchi”, perché il loro linguaggio era irto non solo di metafore, ma soprattutto di allegorie: ciò che vediamo e leggiamo, gli oggetti rappresentati o personaggi che si muovono in una narrazione e nelle poesie molto spesso rimandano a qualcos’altro, sono pure concretizzazioni materiali di idee astratte, come nella Commedia la Lupa la Lonza e il Leone danteschi che non sono affatto tre animali (così come Dante personaggio e Virgilio non sono Dante e Virgilio).
L’allegoria è un bagaglio culturale: noi che abbiam letto le favole antiche sappiamo che la volpe simboleggia l’astuzia e il coniglio la viltà del debole. Ma cosa succede se entriamo nel recinto di un’altra cultura o di altre epoche? Potremmo non capire le allegorie, perché non fanno parte del nostro codice…
Il problema qui consiste nell’immedesimarci nel suo milieu e nella sua biblioteca di Babele, che addensano una scrittura barocca, in cui galleggiano Milton, Wordsworth, Dante stesso e chissà quanti altri, ma che non ignora la cultura pop, la contemporaneità, la vita quotidiana dell’uomo medio. Un delirio.
Altra chincaglieria barocca era il teatro-canzone, con personaggi appunto allegorici, movimenti e cambi di scena improvvisa: ci toccherà tradurre il testo apportando perciò note e dividendo I vari “quadri” in cui è composto il testo, o almeno ci proveremo, tagliando i riferimenti troppo iperbolici e semplificando con adeguato tradimento.
Smetto di scriverne, o si fa mezzanotte.
Dancing with the Moonlit Knight (qui il testo originale)
“Puoi dirmi tu dove giaccia la mia terra?”,
chiese l’Unifauno agli occhi di colei che gli piace,
“Da me giace” disse la Regina di Maybe;
e per il mercimonio il prezzo fu fatto.
Comprendiamo subito il tema: qualcosa viene venduto dalla regina di Maggio (che qui diviene parodicamente di May-be), in uno scambio che presuppone un prezzo per una terra che giace (lie, omofono e omografo di “menzogna” e “mentire”, e già qui sorgono i sospetti); inoltre, la mercanzia pare essere non un mercato, bensì un vile mercimonio lascivo, in cui si perde la purezza di qualcosa.
“Edizione della sera!”, urla una voce nella folla,
“muore un vecchio: lascia un biglietto firmato:
Vecchio Padre Tamigi”.
Sembra sia annegato
mentre vendeva l’ Inghilterra pezzo dopo pezzo.
Perche Father Thames si uccide? Non gli sta bene che la sua terra venga svenduta alla cultura dominante di Oltreoceano? Eppure anche lui ha contribuito, la vecchia Londra che lui attraversa e rappresenta ha venduto l’anima a quelli che erano i coloni aldilà del mare, un pezzo dopo l’altro, “by the pound”.
Fratelli, Cittadini! Vola via il tempo,
il tempo della vostra vita,
ma prendetevela comoda
mentre masticate i vostri sogni da McDonald.
Essi mangiano senza emettere un suono,
digerendo l’Inghilterra pezzo dopo pezzo.
Britannia sa di essere svenduta per dei sogni da fastfood, con i clienti che beati e silenziosi la divorano brano a brano, così come Poldo Sbaffini (Wimpy, volgare mangione amico di Braccio di Ferro) e ispirò la catena di cibo spazzatura Wimpy. Britannia si sente perduta: l’Inghilterra è digerita boccone dopo boccone nei “Wimpy dreams”. A questo punto Peter Gabriel si leva la maschera di Britannia.
Il giovane ti dice: “Sei quello che mangi”, quindi mangia per bene;
il vecchio ti dice: “Sei quello che indossi”, quindi vestiti bene…
ma tu sai ciò che sei e non te ne frega nulla,
e fai detonare la cintura delle tue falsità caserecce.
Risultato? Un’umanità che non è popolo, vive una vita di quieta disperazione e si rinchiude in un individualismo cieco e soddisfatto.
Il Capitano conduce la sua danza attraverso la notte: unisciti alla danza!
Seguilo finché il sole del Graal non tramonta nel fango,
seguilo finché l’oro non sarà freddo:
mentre danzi col Cavaliere della Luce Lunare,
I Cavalieri dei Bollini omaggio faranno il loro rock’n’roll.
Appare il Cavaliere: che sia una speranza? No, è solo la danza del consumo dei bollini omaggio che invischia ognuno di noi, mentre la luce del Graal ormai cade nella muffa, inattuale sogno di purezza e salvezza. Un gioco di parola intraducibile “Knights of the Green Shield Stamp and shout” racchiude I bollini omaggio “Green Shield Stamp” che la danza “stomp and shout”, genere antesignano del moderno rock and roll.
Fuori dal Saloon c’è una vecchia grassa
che sistema le sue carte di credito e ti predice la fortuna,
ma il mazzo è truccato sin dall’inizio
e tutte le mani recitano una loro parte.
Compra azioni, investi in bitcoin! La legge dell’avidità si concretizza nella veggente che usa le carte (di credito) per predirti un futuro già scritto, in cui ogni mano è prestabilita.
Il Capitano conduce la sua danza attraverso la notte:
unisciti alla danza! Faremo una Tavola Rotonda,
ce ne andremo via, sei tu lo show…
tu fai il cavalluccio, io faccio il clown
e andiamo a dar fastidio al toro
suonandogli intorno sempre di più,
sempre più rumorosamente.
Ma in cosa consiste la danza? Fondamentalmente nella perdita della dignità: oramai (pensiamo ai social) siamo noi lo show, dobbiamo intrattenerci e intrattenere, correre intorno nell’illusione della pienezza dei sensi, colmi di finta ebbrezza, servi dei servi (cavallucci del clown).
I simboli antichi sono ormai pallide forme degradate (prima il Graal, qui la Tavola Rotonda).
Seguilo! Noi andiamo con un giro del mondo;
seguilo finché l’oro non sarà freddo:
mentre danzi col Cavaliere della Luce Lunare,
I Cavalieri dei Bollini omaggio faranno il loro rock’n’roll.
Armiamoci e partite.
di Tamara Macera

Immersa in un silenzio di provincia, in quest’inverno in cui i pomeriggi sembrano ancora più lunghi, accendo il mio giradischi e decido di masticare LP acquistati da poco in un mercatino dell’usato in Romagna. C’è musica classica e poi questo disco di Lou Reed. Copertina invecchiata, nero su nero. La puntina comincia a pizzicare e vedo sgorgare, dal nero del vinile, una sostanza sporca e putrida. Penso : mica sto bruciando il mio giradischi? Da dove deriva questa sostanza?
ɢɪᴍᴍɪᴇ sᴏᴍᴇ ɢᴏᴏᴅ ᴛɪᴍᴇs, ᴅɪʀᴛ
e la terza traccia si apre con arcate decise e concise su quello che sembra un mi maggiore. È sᴛʀᴇᴇᴛ ʜᴀssʟᴇ e la sua storia. Matilda si sente male e sono guai per quell’uomo nel locale insieme a lei. La sostanza comincia a spandersi per la stanza. Mi alzo da terra, mi allontano mentre il giradischi sputa in aria il suo cibo e parte il lato B con ɪ ᴡᴀɴɴᴀ ʙᴇ ʙʟᴀᴄᴋ . Come faccio a fermare questo casino? La sostanza erutta sulle note di ʀᴇᴀʟ ɢᴏᴏᴅ ᴛɪᴍᴇ ᴛᴏɢᴇᴛʜᴇʀ . Esecuzione stonata e fuori tempo, una magia più unica che rara. Mi metto a ballare, saltando qua e là, cercando di evitare il marciume per non sporcare le mie scarpe. Niente da fare, sʜᴏᴏᴛɪɴɢ sᴛᴀʀ è alle porte.
“
by WM
Comincio a ricordare con nostalgia, e quasi con affetto, le notti di San Silvestro in cui si andava a dormire alle otto, dato che materfamilias decretava il coprifuoco poco dopo il Tg perché era inutile attendere la mezzanotte, decreto che seguiva l’abolizione dell’albero di Natale di qualche anno prima e la sparizione del presepe minimal mammut-babbut-figliut (o c’erano pure bue ed asinello? mai saprò). Ah, c’era stata anche la proibizione della torta di compleanno, ma questa è un’altra storia.
La tv scandisce in streaming in ritardo il conto alla rovescia, scorrono le immagini e le stesse canzoni, sempre le stesse, si delinea sempre lo stesso paradosso di una trasmissione televisiva dove si attende l’anno che verrà (canzone amara e apocalittica, digerita, tritata e rivomitata in un format che la annulla) cantando le canzoni degli anni perduti, della nostalgia codificata sui pomeriggi di Domenica In e le hit pop delle radio locali, di Superclassifica e delle classifiche settimanali di Discoring; qualche spruzzo di anni Sessanta (mi sono messo a parlare di Morricone e ho dimenticato il titolo), un po’ di disco, canzoni dei Ricchi e Poveri senza i Ricchi e Poveri (date le infauste vicende di questi giorni) per rianimare i sessantenni; mancano i Village People, che almeno facevano calore gli anni scorsi. Insomma, stessa spiaggia, stesso mare… oppure no.
Il moto della nostalgia (naturalmente “canaglia”: ma dov’era Al Bano ieri?) sta lasciando gli anni Sessanta, perché ormai i ragazzi di allora sono sordi e hanno altre gatte da pelare; i veglioni casalinghi, ora popolati da gente che portava i pantaloni a zampa di elefante con figli trappisti, sta spostando in avanti la “linea della palma”, limite della musica che dice nostalgia, e la sparizione dei Ricchi e Poveri, diventati cover di un Amico di Maria, segna l’inizio dello scivolamento in avanti, verso gli Ottanta di Sabrina Salerno.
Di cosa avranno nostalgia fra trent’anni, quando una tv, incancrenita e vigile contro i mass media telepatici trasmessi dalle AI, manderà la musica di Mezzanotte? Avremo gorgoglii di autotune e il maranzismo di Sfera e Basta Così? Mi sono divertito a immaginare il palinsesto di quella futura festa dell’orrore e mi son detto che tanto io non ci sarò, quindi non sarà un mio problema. Game, set, match.
Si affaccia, però, un altro pensiero, cioè il mio San Silvestro senza Disco Samba, il ricordo di me con la mia prima radio a cassette metto in cuffia nel buio assoluto “Il Jazz”, trasmissione di Radio 3 Rai, con quella bella sigla e i nomi poi divenuti divinità: John Coltrane, Miles Davis, Chick Corea, Sidney Bechet. Tristezza e consolazione insieme, ma nessuna necessità di nostalgia se viaggiavo al fianco dei giganti.
PS: visitate la pagina del grande Bybierre per altre sue creazioni: astenersi fan di Heidi.
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