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E fu così che il Canada, minacciato da tempo dagli USA, decise di avviare una partnership con la molto più affidabile e cooperativa Repubblica Popolare Cinese.
Il Primo Ministro canadese, il liberale Mark Carney, nella sua visita ufficiale in Cina, dal 13 al 17 gennaio, ha deciso di invertire la rotta rispetto al suo predecessore, Justin Trudeau, molto più succube del regime statunitense.
Regime che ha già minacciato il Canada di annessione e di sottoporlo a dazi punitivi.
Il Canada, dunque, dopo anni di mancati rapporti con la Repubblica Popolare Cinese, decide, questa volta, di cambiare rotta.
Carney, liberale progressista, del resto, eletto nell'aprile dello scorso anno, si è posto proprio l'obiettivo di liberare il Canada dalle pressioni statunitensi.
In tal senso, la Repubblica Popolare Cinese, viene visto quale partner più affidabile, non ideologico, pragmatico e volto alla cooperazione economica alla pari. Senza mire egemoniche.
Il Presidente cinese Xi Jinping ha incontrato il Premier Carney il 16 gennaio scorso e questi aveva già avuto modo di apprezzare l'incontro che avevano avuto lo scorso ottobre, nella Repubblica di Corea.
Il Presidente Xi ha sottolineato il fatto che, entrambi i Paesi, dovrebbero rispettarsi a vicenda, pur nell'ambito delle diversità dei contesti politici nazionali e dei diversi sistemi politici.
In tal senso ha promosso la partnership fra i due Paesi, sulla base della ricerca di uno sviluppo condiviso, volto al mutuo vantaggio, attraverso la reciproca cooperazione, l'apertura e lo sviluppo di alta qualità.
Il Presidente Xi ha incoraggiato, in particolare, maggiori scambi e cooperazione in settori quali l'istruzione, la cultura, il turismo e lo sport e ha sottolineato come un mondo diviso non può essere in grado di gestire le sfide che l'umanità si trova ad affrontare.
Il multilateralismo, o, meglio, il “vero multilateralismo”, come lo ha definito, dunque, secondo il Presidente Xi, deve essere volto a “costruire una comunità con un futuro condiviso per l'umanità”.
Il Premier Carney ha osservato come la costruzione di un nuovo partenariato fra Canada e Cina possa garantire comuni opportunità.
Egli ha sottolineato come il Canada sostenga la politica fondata su una sola Cina (ovvero riconosce Taiwan quale parte della Cina) e intenda rafforzare la cooperazione in ambito commerciale, economico, energetico a basse emissioni di carbonio, finanziario, agricolo e della tutela dell'ambiente e come il multilateralismo sia alla base della sicurezza e della stabilità globali.
Il 15 gennaio, peraltro, il Premier canadese aveva incontrato il Premier cinese Li Qiang, il quale a sua volta aveva incoraggiato la cooperazione e l'amicizia fra i due Paesi, in ogni settore, da quello economico sino a quello turistico.
Il Premier Mark Carney ha sottolineato come il Canada sia stato uno dei primi Paesi occidentali a riconoscere la Repubblica Popolare Cinese e a instaurare, con essa, relazioni diplomatiche.
Il Canada, dunque, consentirà l'ingresso, nel suo mercato, di 49.000 veicoli elettrici cinesi con un'aliquota tariffaria del 6,1%. Ciò dovrebbe generare nuovi investimenti in joint venture cinesi in Canada, che genereranno nuovi posti di lavoro per i canadesi e svilupperanno la filiera dei veicoli elettrici in Canada. Ciò, entro cinque anni, dovrebbe peraltro garantire prezzi maggiormente accessibili per l'acquisto di veicoli elettrici per i consumatori canadesi.
Plauso da parte del Premier Carney anche per gli accordi nel settore agroalimentare, che sbloccheranno circa 3 miliardi di dollari in ordini di esportazione per lavoratori e aziende canadesi. In tal modo, il Canada – che si è posto l'obiettivo di aumentare le esportazioni verso la Cina del 50% entro il 2030 – aumenterà considerevolmente le sue esportazioni.
Ulteriori accordi sono stati siglati nell'ambito degli scambi culturali, comprendenti supporto a musei, a contenuti digitali e artistici, incremento dei legami culturali e scambi di viaggio.
Mentre gli USA minacciano, in sostanza, la Cina crea le condizioni per partnership e sviluppo di lunga durata.
Due realtà completamente differenti.
Da una parte l'imperialismo predatore statunitense che, da qualche secolo, vive sulle spalle degli altri (UE compresa, che, umiliata e sfruttata, ancora non ha una classe dirigente di alto livello che abbia il coraggio di sganciarsi dal servilismo nei confronti dei Presidenti USA di turno). E destabilizza da sempre il mondo e realtà sovrane, in modo ipocrita e spesso razzista.
Dall'altra la Repubblica Popolare Cinese, una potenza che, sulla base del socialismo pragmatico e adatto ai tempi, promuove cooperazione, rispetto, mutuo vantaggio, stabilità.
Da dire che è proprio grazie alla Cina se, in Venezuela, non c'è stato un cambio di governo, dopo l'aggressione statunitense. L'intervento serio e pragmatico cinese si è, infatti, fatto sentire, aldilà delle poche cose scritte dalla grande stampa nostrana, anche perché il Venezuela è partner privilegiato e strategico della Cina.
E anche qui, il pragmatismo, l'ha fatta da padrone, rispetto alla sciocca voce grossa di Trump, che, al massimo, può incassare l'immeritato Nobel per la “Pace” della destrorsa Machado, che egli stesso sa bene che non è popolare in Venezuela.
In Venezuela, infatti, rimane saldo il governo socialista, con una Delcy Rodriguez che ha annunciato la creazione di due fondi sovrani per rafforzare la protezione sociale e le infrastrutture nazionali. Spiegando come i proventi derivanti dal commercio degli idrocarburi saranno destinati alle necessità della popolazione.
E la Presidente ha sottolineato anche l'opera di nazionalizzazione del petrolio, portata avanti dal Presidente Hugo Chavez e che, sotto la guida del Presidente Nicolas Maduro (ancora sequestrato illegalmente negli USA, assieme alla moglie, Cilia Flores), il Venezuela ha raggiunto ben diciannove trimestri consecutivi di crescita economica, con una produzione di petrolio, nel 2025, pari a 1.200.000 barili al giorno.
Il socialismo pratico, pragmatico, rettamente inteso, non ideologico, che non piace all'imperialismo predatore, è l'unica strada verso la costruzione di una comunità organizzata, che viene posta al primo posto dell'agenda politica.
In UE lo capiranno? Forse un giorno, chissà. Già sarebbe tanto se capissero, come ha fatto il Canada, che forse sarebbe il caso di iniziare a crescere e a ritrovare un minimo di dignità.
Come sempre, a parlare saranno i dati e i fatti. Le parole, come sempre, serviranno a poco e, ancor meno, le sciocche e opposte tifoserie.
Luca Bagatin
A giorni ricorrerà il 26esimo anniversario della scomparsa di Bettino Craxi, ovvero da quel triste 19 gennaio 2000.
L'ultimo grande statista italiano e l'ultimo socialista europeo, quel giorno, ci lasciò per sempre.
Ultimo grande statista, perché, dalla sua fine politica, avvenuta in quel tragico 1993, non abbiamo mai più avuto un Presidente del Consiglio valido, serio, lungimirante, preparato, in grado di dare dignità all'Italia, all'Europa e a tutto il mondo, cosiddetto, Occidentale.
Un Occidente che, da tempo, ha smarrito la strada per la democrazia e per l'emancipazione sociale e civile.
Bettino Craxi fu l'ultimo socialista europeo perché, salvo le rare eccezioni di politici lungimiranti e capaci di far rispettare la dignità, sovranità e i diritti sociali del proprio Paese, quali il premier socialista democratico slovacco Robert Fico, i socialisti britannici Jeremy Corbyn e George Galloway, il francese Jean-Luc Mélenchon, l'irlandese Mick Wallace e la tedesca Sahra Wagenknecht, in Europa il socialismo è pressoché totalmente scomparso e il cosiddetto PSE è ormai da tempo “occupato” da liberal-capitalisti e guerrafondai di ogni risma.
La liquidazione politica di Bettino Craxi, da parte dei poteri forti internazionali, finanziari, ma anche militari e politici, con sede negli USA e nelle stanze di Bruxelles, coincise – infatti - con la fine politica del Socialismo in Europa.
E a proposito della nascente Unione Europea, Bettino Craxi ebbe a dire:
“Si presenta l’Europa come una sorta di paradiso terrestre, arriveremo al paradiso terrestre… L’Europa per noi, come ho già avuto modo di dire, per noi nella migliore delle ipotesi sarà un limbo. Nella peggiore delle ipotesi l’Europa sarà un inferno. Quindi bisogna riflettere su ciò che si sta facendo. Perché la cosa più ragionevole di tutte era quello di richiedere e di pretendere, essendo noi un grande Paese – perché se l’Italia ha bisogno dell’Europa l’Europa ha bisogno dell’Italia – pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht”. E disse anche: “Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”.
Nel tragico 1993 implodevano l'URSS e i Paesi del Patto di Varsavia, contro la volontà dei rispettivi popoli, ma causate da golpe interni (pensiamo – fra gli altri - al golpe che defenestrò e uccise barbaramente Nicolae Ceausescu e sua moglie Elena, in Romania, ordito dal KGB gorbacioviano, con il plauso degli USA) con il contributo esterno.
Avvenimenti golpistici e destabilizzatori del mondo socialista, che abbiamo visto anche nell'ambito della guerra che distrusse la Jugoslavia socialista; la guerra che distrusse l'Iraq socialista; la guerra che distrusse l'Afghanistan socialista e poi ancora, anni dopo, la guerra che distrusse la Libia socialista; il recente golpe islamista che ha distrutto la Siria socialista (con il beneplacito di Washington e Bruxelles) e l'ancora più recente invasione del Venezuela e il sequestro del Presidente socialista Nicolas Maduro, da parte del regime statunitense.
E, ancora, i tentativi di golpe anti-socialisti in America Latina, sempre in agguato nel già citato Venezuela e a Cuba, ma che colpirono la Bolivia di Morales e l'Ecuador di Correa e il tentativo di liquidazione, per via giudiziaria, del socialismo brasiliano di Lula e Dilma Rousseff e del peronismo argentino della Kirchner.
Fortunatamente, quantomeno nell'ottimo Brasile, il socialismo è ben saldo e dovrebbe, al pari di quello slovacco e del riformismo socialista cinese di Xi Jinping, rappresentare un faro per tutti gli autentici socialisti che vogliono un mondo pacifico, cooperante e socialmente giusto.
In UE, cosiddetti “socialdemocratici” come l'ex Premier finlandese Sanna Marin volevano innalzare muri anti-migranti al confine con la Russia e il già “socialdemocratico” ex Segretario Generale della NATO Stoltenberg – in gioventù contrario alla guerra in Vietnam – promosse un invio massiccio di armi a un Paese non NATO come l'Ucraina, con il beneplacito delle destre e degli pseudo “socialisti” europei.
Un tempo, i socialisti, quelli autentici e originari, si battevano – diversamente - contro ogni arma e contro ogni bomba. Per il pragmatismo e la diplomazia internazionale.
In questo senso, Bettino Craxi, nominato peraltro rappresentante del Segretario Generale dell'ONU Javier Pérez de Cuéllar per i problemi dell'indebitamento dei Paesi in via di Sviluppo e successivamente consigliere speciale per lo sviluppo e il consolidamento della pace e sicurezza, fu sempre in prima linea.
Con fermezza, pragmatismo, umanesimo socialista e democratico.
E lo fu persino nel suo esilio di Hammamet, quando, su “L'Avanti” del 18 dicembre 1998, scrisse un editoriale in prima pagina dal titolo “No alle bombe”, invitando ai negoziati fra USA e Iraq (mentre le destre e le pseudo sinistre italiane facevano l'opposto).
Bettino Craxi – erede politico del grande Pietro Nenni - ancorato alla cultura e tradizione occidentale, ma allo stesso tempo in dialogo con tutti, seppe guardare ai popoli laici e socialisti del Mediterraneo, del Medio Oriente, dell'America Latina, dell'Est (pensiamo agli ottimi rapporti fra il PSI di Craxi e il Partito Comunista Rumeno di Ceausescu, oltre che con la Lega dei Comunisti di Jugoslavia), dell'Estremo Oriente e a quello panafricano. Pensiamo agli ottimi rapporti di amicizia fraterna fra Craxi e il Presidente socialista della Somalia Mohamed Siad Barre, leader del Partito Socialista Rivoluzionario Somalo, al punto che Craxi nominò Paolo Pillitteri, allora Sindaco di Milano, console onorario della Somalia a Milano e Siad Barre definì la Somalia la “Ventunesima Regione d'Italia”.
Bettino Craxi fu un sostenitore di quel socialismo che sapeva tenere a bada il capitalismo e i poteri forti finanziari, che dalla falsa rivoluzione di Tangentopoli seppero come trarre vantaggio economico, sulle spalle del Paese e di una classe politica dell'unico e solo Centro-Sinistra che l'Italia abbia mai avuto, che aveva, nel bene o nel male, saputo garantire stabilità e prosperità, dal dopoguerra sino al 1993.
Nel 1978, in particolare, Bettino Craxi, nell'ambito della promozione dell'eurosocialismo (contrapposto all'eurocomunismo berlingueriano, molto più confuso e velleitario), mirava ad abbracciare tutti i fratelli socialisti d'Europa (fra cui i partiti socialdemocratici in esilio all'estero, quali quello polacco e cecoslovacco). Fra questi, come dimostra la corrispondenza fra Craxi e Ceausescu di quegli anni, un rinnovato rapporto fra PSI e PCR e un incontro ufficiale a Bucarest, nell'ottobre '78, fra Craxi e il Presidente rumeno. Un Presidente rumeno, Ceausescu, apprezzato non solo dall'Italia dell'epoca, ma da tutti i Paesi europei e che – fin dagli Anni '70 - mirava a promuovere un ordine multipolare, esattamente come Bettino Craxi e i socialisti democratici guidati da Pietro Longo (e lo stesso Longo, già peraltro in gioventù capo della segreteria politica dell'allora Vicepresidente del Consiglio Pietro Nenni, entrerà, nel 1989, nel PSI di Craxi).
Da non dimenticare che Bettino Craxi – alla guida del PSI - ai tempi del sequestro di Aldo Moro da parte delle BR, si schierò contro il cosiddetto “fronte della fermezza” (composto tanto dalla DC quanto dal PCI), ovvero propose di avviare una trattativa per salvare l'ex Presidente del Consiglio democristiano (al pari dei radicali, di indipendenti di sinistra quali Raniero Valle e pochi altri), mostrando quella sensibilità umanitaria socialista che i clerico-comunisti, tanti finti laici e i missini, non ebbero.
Bettino Craxi, pur giustamente critico e diffidente nei confronti dei “comunisti” italiani e ancor più dei post-comunisti che finiranno per approdare al capitalismo assoluto (vedi le successive emanazioni dal PDS al PD a Italia Viva e Azione, spesso sostenute da ex comunisti), lanciò, negli Anni '90, quell'Unità Socialista che sarà invece proprio contrastata dal PDS, che gli preferirà Amato, Carlo Azeglio Ciampi e quel Mario Draghi, che già nel 1992 avrebbe voluto la privatizzazione del patrimonio pubblico italiano. Progetto da sempre contrastato fortemente da Bettino Craxi.
Da non dimenticare anche la sua visione socialista anticapitalista, che espresse nel 1966, nel suo rapporto ai quadri del partito, contenuta nel volume “Socialismo e realtà” (Sugarco Editore): “Il socialismo mantiene la sua fondamentale ed essenziale natura di movimento anticapitalistico. Esso nasce come reazione umana e razionale nei confronti delle ingiustizie delle ineguaglianze che il nascente capitalismo industriale portava con sé. Le contraddizioni e le crisi della società capitalistica costituirono oggetto delle analisi, della critica penetrante, delle previsioni dei teorici socialisti. I mutamenti intervenuti dopo le due guerre mondiali, la modificazione della natura e delle manifestazioni del capitalismo non hanno mutato la ragione fondamentale della lotta socialista e cioè quella di provocare un superamento del capitalismo con il passaggio ad un ordine economico, sociale e politico più evoluto, che arricchisca le libertà dell'uomo, le sue condizioni di vita materiale e spirituale”.
Craxi sarà – da Presidente del Consiglio - amico persino di quel Mario Appignani detto “Cavallo Pazzo”, orfano, figlio di una prostituta, freak, beatnik, indiano metropolitano che primo fra tutti denunciò – per averli subiti sulla sua pelle – gli orfanotrofi “lager” gestiti dall'Opera Nazionale Maternità e Infanzia, che proprio grazie alle sue denunce saranno chiusi definitivamente.
Craxi sarà dunque amico dei potenti, ma anche dei più umili e, soprattutto, sarà amico dei Paesi e dei popoli liberi, dall'America Latina alla Palestina e lo sarà sempre in nome dell'Eroe dei Due Mondi, Giuseppe Garibaldi, di cui fu appassionato studioso e collezionista di cimeli.
Bettino Craxi recupererà, nel panorama culturale e politico, figure allora marginalizzate dall'intellighenzia italiana e europea, ovvero l'anarchico conservatore Pierre-Joseph Proudhon e il socialista liberale Carlo Rosselli, unendo aspetti sino allora considerati ossimorici dal sinistrismo borghese imperante che, negli anni successivi alla morte fisica di Craxi, darà vita al partito delle élite antisocialiste, ovvero al PD.
E da non dimenticare come il socialismo di Craxi fosse contrastato dai post-fascisti del MSI (poi AN, poi Fratelli Meloni) e dalla Lega (prima Nord e poi non più Nord), per non parlare di Beppe Grillo, oggi partiti sostenitori del capitalismo assoluto e della politica atlantista fondamentalista e filo USA, tanto quanto il PD e che, non a caso, in questi ultimi anni, sostennero tutti assieme il Governo Draghi e ancora oggi ne seguono, drammaticamente, le linee guida, sia in politica interna che nell'ambito della politica internazionale.
In Europa, parimenti, dopo l'esempio del Partito Socialista Italiano di Craxi (il cui simbolo, da Craxi stesso voluto e disegnato dal compianto Filippo Panseca, fu quel Garofano Rosso, simbolo della Comune di Parigi del 1871), nessun partito che si richiamava – a parole – al socialismo, fu più davvero socialista, ma adottò l'ideologia della crescita economica illimitata, delle privatizzazioni selvagge, dell'esportazione della “democrazia”... ma unicamente contro Paesi laici e socialisti quali Iraq, Libia, Siria, Jugoslavia, Venezuela.... (sic!).
Nel gennaio 2020 uscì, postumo, un interessante romanzo-verità, scritto da Craxi e edito da Mondadori: “Parigi – Hammamet”, che sembra spiegare la triste realtà della nostra epoca.
In quarta di copertina, Craxi, scrisse: “Gli avvenimenti che sto per narrare sono assai singolari. Incredibili per eccesso di credibilità. Rientrano infatti nella categoria degli accadimenti comunemente ritenuti impossibili non perché inimmaginabili, ma proprio per il contrario. Chi non ha immaginato almeno una volta la possibilità che esistesse davvero la “Spectre”? E raffigurandosela, ognuno di noi l'ha disegnata ogni volta sempre più efferata e incontrollabile... Ogni tanto, però, quelle che abbiamo sempre considerato nostre fantasie estreme si rivelano, appunto, drammaticamente reali, come dimostrano gli eventi singolarissimi che mi accingo a raccontare”.
Nel romanzo. Bettino Craxi affida alla finzione letteraria, attraverso un romanzo di fantapolitica, il racconto della triste vicenda politico-giudiziaria che lo vide coinvolto negli ultimi anni della sua vita e parla, appunto, di una sorta di “Spectre”, ovvero di una potentissima organizzazione segreta transnazionale denominata “Koros”, “Il Mucchio”. Un'organizzazione infiltrata in tutti i centri del potere, finanziata e sostenuta da lobbies finanziarie promotrici della globalizzazione. Un'organizzazione i cui componenti “considerano l'identità e l'unità nazionale come ostacoli al mercato e si comportano come capi di uno Stato sovranazionale” e che utilizzano tecniche “terroristico-eversive”. Un'organizzazione gerarchica e con un intero esercito numeroso a disposizione, senza rapporti ufficiali con gli Stati, ma “non è escluso un coinvolgimento di settori istituzionali degli Stati Uniti e della Germania unificata” e che ha utilizzato la guerra nell'ex Jugoslavia come “il primo test da internazionalizzare”.
Nel romanzo-verità, Craxi, peraltro, scrive di come lui (nel romanzo con lo pseudonimo di Ghino), sia entrato nel mirino di “Koros” già ai tempi del caso Abu Abbas, ovvero ai tempi del suo no agli USA nella consegna di Abbas e il suo sostegno alla causa palestinese. Oltre a questo, il suo essere un “ostacolo al predominio incontrollato delle “grandi famiglie” italiane, agli affiliati della “trilateral”, ai potentati collegati ai gruppi avventuristici della finanza internazionale”. Oltre che, naturalmente, la sua ideologia “neogollista di sinistra”, che voleva un'Europa sovrana, indipendente dai due blocchi e amica del mondo arabo laico e socialista, oltre che alleata al Terzo Mondo.
Nel romanzo, Craxi, fa parlare così i suoi personaggi, rivelando le sue verità, anche nell'ambito della politica internazionale, condendole di una certa dose di finzione narrativa. Verità che sono, del resto, quelle che affidò, nei suoi ultimi anni di vita, alla stampa ed ai volumi che scrisse, nel triste esilio di Hammamet.
Nel romanzo, a dare una spallata a Koros, sarà il governo della Federazione Russa, d'intesa con le Nazioni Unite, “richiedendo ufficialmente al governo degli Stati Uniti di uscire dalle ambiguità e di perseguire i mandanti della destabilizzazione mondiale”.
Un Craxi che già oltre vent'anni fa, prima di morire, aveva visto molte cose e – pur inascoltato, persino da tanti sedicenti “socialisti” - non le aveva taciute.
Bettino Craxi rappresenta, ancora oggi, quei socialisti senza tessera e senza partito (perché l'unico vero Partito Socialista Italiano fu quello che iniziò nel 1892 con Filippo Turati e Anna Kuliscioff e finì purtroppo con Bettino Craxi nel 1992), come chi vi scrive, che, se sono profondamente delusi dalla politica – dal 1993 ad oggi – non hanno comunque mai smesso di analizzarla.
Di tutti questi aspetti e di molte figure del socialismo autentico, riformatore, autogestionario e non dogmatico, ancora oggi presente – a vario titolo – in molti Paesi latinoamericani (fra cui il Brasile di Lula in primis e la sua lungimirante politica estera e interna), nel mondo panafricano e nella Repubblica Popolare Cinese guidata dal riformista Xi Jinping – ho parlato diffusamente nel mio ultimo saggio “Ritratti del Socialismo”, edito da IlMioLibro (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/670930/ritratti-del-socialismo), con prefazione di una delle nipoti di Bettino, Ananda Craxi e che conto di ripubblicare, in una nuova edizione ampliata e aggiornata, per la Mario Pascale Editore.
E molte sono ancora oggi le battaglie che attendono e attenderebbero i socialisti autentici in tutto il mondo, fra le quali:
1) nazionalizzazione delle società energetiche; delle telecomunicazioni (web e telefonia), dei trasporti; del settore bancario, siderurgico e militare;
2) investimenti massicci in sanità, istruzione, ricerca;
3) promozione di un mondo pacifico, multipolare, dialogante e volto alla collaborazione reciproca in ogni ambito, da quello sanitario a quello relativo alla sicurezza internazionale; promuovendo l'entrata nei BRICS dell'UE e un allargamento della NATO anche a Russia, Repubblica Popolare Cinese e a quanti più Paesi possibili, su un piano paritario, lavorando finalmente per combattere ogni forma di terrorismo e conflitto e facendo uscire dalle ambiguità destabilizzatorie gli USA, in primis;
4) messa al bando dell'intelligenza artificiale per uso civile, che è destinata a distruggere non solo posti di lavoro, ma a mettere a rischio la sicurezza dei cittadini stessi, oltre che la loro capacità di ragionare;
5) promozione dell'autogestione delle imprese – da affidare direttamente ai lavoratori/produttori – nell'ottica del superamento dello sfruttamento del lavoro salariato.
Altro che fantomatiche e pericolose agende Draghi e Von Der Leyen, che hanno sempre mirato alla liquidazione del socialismo!
E' il momento di recuperare ciò che è stato distrutto: un socialismo largo, popolare, democratico, pragmatico, adatto ai nostri tempi, oltre ogni fondamentalismo.
Luca Bagatin
L'8 gennaio scorso, si è concluso il 12esimo Congresso nazionale del Partito Rivoluzionario Popolare Laotiano (LPRP), dal titolo “Rafforzare la forte leadership del partito, costruire proattivamente un'economia indipendente e autosufficiente, continuare a consolidare il governo democratico popolare e avanzare verso il socialismo”.
Il Congresso, che si è tenuto nel corso di tre giorni e ha riunito 835 delegati, ha rieletto, a Segretario Generale, il Presidente Thongloun Sisoulith.
L'obiettivo che il Congresso si è dato è quello di permettere al Laos di raggiungere lo status di Paese in via di sviluppo a reddito medio-alto, attraverso un'economia moderna, una migliore qualità della vita e un sistema politico stabile.
Il Congresso ha, infatti, ratificato il X Piano Nazionale di Sviluppo Socio-Economico 2026-2030, fondato su: sviluppo delle risorse umane; miglioramento degli standard di vita; tutela delle risorse naturali e dell'ambiente; potenziamento della connettività regionale e internazionale e riforma della governance pubblica.
Congratulazioni per il Congresso e la rielezione del suo Segretario, sono giunte dal Segretario Generale del Partito dei Lavoratori della Repubblica Democratica di Corea, Kim Jong-Un; dal Segretario Generale del Partito Comunista del Vietnam, To Lam, dal Presidente del Partito Popolare Cambogiano, Hun Sen, oltre che dal Segretario del Partito Comunista Cinese e Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping.
Quest'ultimo, in particolare, ha espresso amicizia e vicinanza al Laos e al comune percorso socialista, che ha permesso lo sviluppo dell'economia, il miglioramento dei mezzi di sussistenza della popolazione e l'espansione degli scambi con l'estero.
Il Presidente Xi ha anche invitato il Laos all'approfondimento dello scambio di esperienze nell'ambito della governance, sia dei rispettivi partiti, che della gestione dei rispettivi Stato e ad espandere la cooperazione ad ogni livello, nella promozione di un comune percorso di pace, stabilità, sviluppo della regione e del mondo, in generale.
Il Laos, peraltro, attraverso il Presidente Thongloun Sisoulith, ha espresso il desiderio, nel 2025, di entrare nei BRICS.
Luca Bagatin
“Sulle tracce della Socialdemocrazia”, pubblicato da Pensa Multimedia, è una raccolta di articoli del prof. Michele Donno, pubblicati su riviste scientifiche, dal 2006 al 2024.
Ne è uscito un corposo volume, che assieme ai suoi interessanti saggi “Socialisti democratici. Giuseppe Saragat e il PSLI (1945 – 1952)” e “I socialisti democratici e il centro-sinistra (1956 – 1968)”, editi da Rubbettino e da me già recensiti qualche anno fa (https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/10/il-contributo-socialista-democratico.html; https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/11/i-socialisti-democratici-italiani-e-il.html), pone un nuovo tassello relativamente alla storia del socialismo democratico italiano.
Storia pressoché ampiamente trascurata, quella del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), poi Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI) e troppo frettolosamente archiviata come la storia di “quelli che facevano la stampella della Democrazia Cristiana”.
Nulla di più falso e il prof. Donno ne spiega ampiamente le ragioni.
Il socialismo democratico si sviluppa con le lotte e i propositi di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, ma, potremmo dire, anche con Arcangelo Ghisleri, che, nel 1887 diede vita a “Cuore e Critica”, prima rivista che volle unire la coscienza sociale, socialista e repubblicana mazziniana dell'Italia e che, diverrà successivamente, “Critica Sociale”, rivista del Socialismo italiano.
Un filo rosso lega il repubblicanesimo sociale al socialismo democratico italiano, entrambi figli delle lotte Risorgimentali di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi, oltre che della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864 e delle influenze marxiste umanitarie.
E, proprio quell'umanesimo marxista sarà il faro che condurrà, prima Turati e la Kuliscioff e, durante e dopo il fascismo, nell'esilio e nella lotta, personalità quali Giuseppe Saragat, Ugo Guido Mondolfo, Giuseppe Faravelli, Roberto Tremelloni (già repubblicano mazziniano, in gioventù) e altri, verso lo sviluppo politico dell'emancipazione sociale e civile delle classi lavoratrici e sfruttate dell'Italia dell'epoca.
Emancipazione sociale e civile nel solco di una democrazia minacciata e vilipesa tanto dal fascismo, quanto dal clerico-fascismo della DC e del MSI, quanto dal conservatorismo dogmatico del PCI, che pur attirò in un primo tempo il PSI nenniano, avvolto da un idealismo assai poco pragmatico.
Il prof. Donno ci parla di tutto ciò. Ci parla della ricostruzione dell'Italia dalle macerie del fascismo, attraverso l'esperienza dei socialisti democratici e mettendo in luce, in particolare, figure volutamente oscurate dalla storiografia e da tanta pessima politica nostrana.
Fra queste la figura dell'ex Ministro delle Finanze Roberto Tremelloni.
Personalità dalla specchiata moralità, che lavorò assai alacremente per razionalizzare la spesa pubblica, alleggerire la burocrazia e rilanciare produzione e occupazione.
Efficienza e programmazione economica, infatti, saranno le linee guida del PSLI, poi PSDI, almeno fino agli Anni '60.
Ovvero gli anni d'oro dell'unico vero Centro-Sinistra che l'Italia abbia mai conosciuto, fondato sull'equilibrio fra la DC e i partiti laici di estrazione socialista e repubblicana; sulla pianificazione strategica, nell'ambito dell'economia sociale di mercato; sulla ricerca di un equilibrio internazionale, oltre i blocchi contrapposti.
Il socialismo democratico, in particolare, diede un forte impulso alla ricerca di un “terzaforzismo” laico, sia in politica interna, che in politica internazionale.
“Terzaforzismo” che, nel solco della tradizione mazziniana, garibaldina e salveminiana, con influenze marxiste umanitarie, avrebbe potuto unire le forze laiche, oltre i conservatorismi DC-PCI e oltre e contro i blocchi contrapposti USA-URSS. Alla ricerca di un policentrismo, come si diceva allora (e che oggi chiamiamo multipolarismo), che avrebbe potuto garantire benessere e equità per tutti.
Un “terzaforzismo” che proponeva la nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia e guardava a un'Europa unita, sovrana e affratellata.
Sebbene tutto ciò sarà ottenuto solamente in parte (nazionalizzazioni di alcuni settori sì, Europa unita, sovrana e affratellata decisamente meno) e l'idea di “terza forza” social-repubblicana naufragherà ben presto, dopo le elezioni del 1948, con la lista “Unità Socialista” che ottenne appena il 7% dei voti, la via giusta da seguire era tracciata.
Una via che porterà, nel corso degli anni, al riavvicinamento del PSI nenniano all'area di governo e che lo porterà ad abbandonare l'abbraccio mortale con il PCI e contribuirà a far nascere il Centro-Sinistra organico, nel 1963.
L'affascinante narrazione del prof. Donno si conclude con l'elezione a Presidente della Repubblica di Giuseppe Saragat, che avrà il pieno appoggio di Pietro Nenni.
Un saggio interessantissimo, quello del prof. Donno e che apre a numerose riflessioni e approfondimenti che dovrebbero incuriosire soprattutto i più giovani.
Ciò, direi, principalmente perché non avranno mai sentito parlare, nel nostro Paese, di socialismo.
Ideale vilipeso, nel corso degli ultimi trent'anni e ampiamente perseguitato nel mondo e, spesso, infiltrato da settori liberal capitalisti e destabilizzatori, in gran parte dei Paesi UE.
Ma la Storia si può fare in un solo modo. Recuperando ciò che si è volutamente cercato di oscurare e far dimenticare.
Ciò che, a vario titolo e a vario modo, è ancora vivo in gran parte del mondo, laddove il pensiero mazziniano, garibaldino, socialista democratico, repubblicano sociale non è stato dimenticato e non è ancora scomparso. Magari ha intrapreso altre vie, ha incrociato altre Storie.
Ma la giustizia sociale, la democrazia realizzata, l'emancipazione sociale e civile, non sono cose che possono così facilmente essere cancellate. E sono aspetti che avremmo assoluta necessità di recuperare, anche in questo povero Paese e continente, ormai alla deriva.
Luca Bagatin
La Presidente ad interim del Venezuela, la socialista Delcy Rodriguez, ha avuto colloqui telefonici con i Presidenti socialisti di Brasile, Colombia e Spagna.
Tanto il Presidente brasiliano Lula, che quello colombiano Petro e lo spagnolo Sanchez, hanno condannato l'aggressione illegale e criminale contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela e il rapimento del Presidente Nicolas Maduro e di sua moglie, Cilia Flores.
La Presidente Rodriguez ha espresso gratitudine nei confronti del Presidente Lula da Silva, anche per l'assistenza fornita al Venezuela nei giorni successivi all'aggressione.
Ella ha affermato, altresì, che “Colombia e Venezuela sono Paesi fratelli, impegnati ad andare avanti assieme per affrontare e risolvere i problemi che ci riguardano, sulla base del rispetto reciproco e della cooperazione regionale”.
La Presidente Rodriguez ha espresso apprezzamento anche nei confronti del governo spagnolo, che ha ringraziato per la “posizione coraggiosa nel condannare l'aggressione contro il Venezuela”, esprimendo l'interesse del Paese al fine di lavorare assieme alla Spagna per un “ampio programma bilaterale” vantaggioso per entrambi i popoli.
La Presidente, ha ribadito che intende proseguire nell'affrontare la crisi, seguita all'aggressione statunitense, attraverso mezzi diplomatoci volti a salvaguardare pace e sovranità nazionale, richiedendo il rilascio del Presidente Maduro e sua moglie, Cilia Flores e rafforzando il sistema sociale, socialista e ponendo al centro dell'agenda politica il potere popolare e la comunità.
Delcy Rodriguez, sorella del Presidente dell'Assemblea Nazionale del Venezuela Jorge Rodriguez, è figlia del politico e rivoluzionario socialista Jorge Antonio Rodriguez, fondatore della Lega Socialista, il quale fu brutalmente ucciso e torturato, a soli 34 anni, dai servizi di intelligence del Venezuela corrotto dell'epoca, nel 1976.
Luca Bagatin
AgoraVox Italia