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 Home page > Tribuna Libera > Trattativa stato – mafia tutti colpevoli, tutti innocenti

Trattativa stato – mafia tutti colpevoli, tutti innocenti

E’ uno strano paese l’Italia, strano per tante cose ma particolarmente per una: la sua ipocrisia. C’è molta ipocrisia infatti in uno dei tanti temi che arroventano il caldo giugno italiano: la presunta trattativa intercorsa agli inizi degli anni novanta tra Stato e cosa nostra. La mafia è un fenomeno che caratterizza il meridione sin da prima dell’unità d’Italia, ha dominato le regioni del sud e si è propagato silenziosamente in quelle del centro e del nord, muove capitali e risorse, ha raggiunto dimensioni enormi, tanto da rappresentare uno stato nello stato, con proprie leggi, proprie regole, una propria struttura ed una propria economia parallela ma dipendente dall’economia italiana. Se trattativa c’è stata, la trattiva è sempre esistita (più o meno palesemente) con tutti i governi e tutte le amministrazioni pubbliche di ogni colore politico.

Tentativi per estirparla sono stati fatti e tuttora vengono portati avanti, ma se i fenomeni mafiosi sono diventati parte integrante della nostra società ciò è avvenuto non perché uno o due politici, uno o più partiti hanno instaurato una sorta di velato dialogo con Cosa nostra ma perché un intero sistema ha tollerato e sicuramente ancora tollera che la storia malavitosa continui e si riproduca.

Cercare il più colluso o il meno integro tra tutti, può servire a sollevare il caso, a fare muovere i grandi media ma non aiuta a contrastare il fenomeno, a capirne l’impalpabilità della sua grandezza e l’estensione delle sue ramificazioni.

Politici, giornalisti, imprenditori, comuni cittadini in massa hanno fallito di fronte al sistema mafioso. In tanti non hanno saputo dare risposte, in molti hanno dialogato pensando di fare la cosa giusta. Non perché erano mafiosi ma per mancanza di conoscenza, di educazione civica, di cultura, di mezzi, di forza e di coraggio. Non sono loro i veri colpevoli. I veri colpevoli sono coloro che da sempre non riescono a disegnare una strategia efficace che sradichi le ragioni profonde per cui la mafia esiste, coloro che negano il problema, coloro che si girano dall’altra parte pensando che nulla in fono possa essere fatto. La questione forse è molto più grave non ha fallito il singolo: il presidente, il ministro, il sindaco, ha fallito l’insieme: le istituzioni, i ministeri, i territori, le comunità. 

Individuare i politici collusi è un dovere, condannare gli apparati che hanno favorito interessi mafiosi è essenziale, stigmatizzare comportamenti di connivenza è un obbligo morale. Ma la battaglia condotta da alcuni giornali per svelare i presunti protagonisti della grande trattativa degli anni ’90 è un modo per dare una faccia al fallimento dello Stato, personificarlo in qualche volto noto da dare in pasto all’opinione pubblica, fomentare gli animi, i partiti politici, e lavarsi le mani di tutto quello che si estende oltre il visibile. Fino al prossimo caso giornalistico, fino al prossimo scoop, fino alla prossima iniziativa sporadica di qualche Pm – mina vagante. 

La storia della mafia è la storia di una lunga trattativa con lo stato, è questa la vera notizia. Se non fosse stato così l’Italia non sarebbe l’unico paese europeo che nel suo suolo ospita la più grande industria malavitosa che è mai esistita. 

Mentre i riflettori si accendono su Napolitano, Mancino e ancora Andreotti, la mafia lusinga i piccoli, i minimi, i politici di piccolo cabotaggio, li corrompe se li porta dalla propria parte e vivrà altri 150 anni. La trattativa c’è, c’è stata e continuerà sempre. Chi fa finta di non saperlo? 

Questo articolo è stato pubblicato qui

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