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Trans-Iran: la nazione sconosciuta. Intervista con Antonello Sacchetti

Iran, ovvero la nazione sconosciuta e temuta. Nell’informazione, attraverso i media avviene quanto segue: si parla e riparla di un argomento, soprattutto in senso negativo, fino al punto che chi ascolta o legge crede di sapere, conoscere una determinata nazione, la sua cultura, ma soprattutto la sua pericolosità. E invece noi dell’Iran sappiamo ben poco.

Il testo di Antonello Sacchetti Trans-Iran (Infinito Edizioni) diventa l’opportunità, per chi è curioso di conoscere una nazione e la sua cultura. Il testo è breve, eppure nelle sue 80 pagine Sacchetti ci racconta in prima persona i suoi viaggi le sue impressioni con la scientificità di un vero appassionato di cultura persiana, ma anche con la leggerezza e l’incanto di chi osserva per la prima volta un mondo altro. Le pagine scorrono veloci tra appunti quasi turistici, riferimenti culturali, indicazioni politiche. Una sorta di vademecum, di primo passo per uscire dal recinto costituito dell’informazione confezionata proprio per essere limitante. La cultura persiana si rivela vasta, intrisa di forza espressiva e di visioni che si intrecciano con le declamazioni del presidente più temuto al mondo Mahmud Ahmadinejad, con le speranze della gioventù iraniana, il contrasto tra tradizioni e innovazione. Trans-Iran oltremodo sfata tanti luoghi comuni su ciò che pensiamo di sapere. Il frutto del lavoro di Sacchetti è quello di un vero appassionato, una ricerca di quelle rare in Italia, di chi si dedica ad un tema, senza diventarne un tuttologo, ma ne fa uno studio personale, che non manca di rigore scientifico e di precisione. Già, c’è spazio ancora per chi vuole indirizzare la propria vita verso confini, mondi altri, con il rispetto della conoscenza e della ricerca fine a se stessa.
 
Per approfondire il blog di Antonello Sacchetti sull’Iran: http://www.diruz.it/
 
Che cosa non sappiamo dell'Iran e dovremmo necessariamente sapere?
Sarei tentato dal rispondere che non sappiamo quasi nulla e che ci accontentiamo, nella maggior parte dei casi, di uno stereotipo nato ormai più di trent’anni fa. Noi identifichiamo l’Iran con la Repubblica islamica e così diamo innanzitutto un giudizio politico su un Paese complesso, ricchissimo di storia, di cultura. E molto meno monolitico di quello che saremmo portati a credere. Un Paese erede dell’antico impero persiano e centrale, nel corso dei secoli, nello sviluppo dell’Islam. A metà tra Oriente ed Europa, crocevia di storie e commerci, l’Iran è il Paese delle eccezioni: mediorientale ma non arabo, musulmano ma sciita. È la terra in cui nasce lo zoroastrismo, primo monoteismo della storia insieme all’ebraismo. Dovremmo, prima di azzardare qualsiasi giudizio, conoscere la storia dell’Iran. Che è avvincente e ricchissima, a tratti tragica, ma sempre piena di spunti interessantissimi. Di tutto questo cosa viene trasmesso dai media e dai libri scolastici? Alla fine rimane la foto di una donna in chador e l’etichetta (sbagliatissima) di “patria del fondamentalismo islamico”. “L’impero della mente”, lo ha definito un diplomatico molto tempo fa. Forse è la definizione più calzante.
 
La rappresentazione dell'Iran come minaccia alla pace mondiale è una verità, oppure una propaganda giornalistica, qual è la realtà di questa minaccia?
È una grandissima mistificazione. Se rileggiamo la storia del Medio Oriente degli ultimi 150 anni, non c’è uno solo dei tanti conflitti che hanno insanguinato e insanguinano questa parte di mondo, che sia stato provocato dall’Iran. Voglio ricordare che la terribile guerra con l’Iraq (1980-88) fu scatenata dall’aggressione di Saddam Hussein, sostenuto dall’Occidente e dalle monarchie arabe sunnite. Indubbiamente, l’Iran è un Paese difficile, con una situazione dei diritti umani particolarmente grave. Ma non è una minaccia né per Israele né per nessun altro Paese. Teheran non ha alcun interesse a scatenare una nuova guerra.
 
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Antonello Sacchetti

 
Recentemente si è parlato di un tavolo diretto USA Iran sulla questione nucleare, pensi che possa esserci mai un dialogo tra le due nazioni o in realtà già è presente e non solo sul nucleare?
Non è fantapolitica, è la realtà. Dietro le smentite di facciata, Teheran e Washington hanno continuato a parlarsi in questi anni, sebbene con periodi prolungati di silenzio. L’Iran cerca un riconoscimento da parte degli Usa del proprio ruolo di potenza regionale. Il dialogo c’è e ci sarà: bisogna vedere se si arriverà mai ad un accordo. Ricordo che dieci anni fa era stato l’Iran s proporre un grande accordo agli Usa che prevedeva addirittura la fine del sostegno di Teheran ad Hamas ed Hezbollah in cambio di un sostanziale impegno degli Usa a non promuovere alcun regime change. Allora fu l’amministrazione Bush a rifiutare l’accordo, perché “col diavolo non si tratta” (parole di Cheney). Adesso ci sono oltre trent’anni di incomprensioni, diffidenze e contrasti da superare.
 
Quali sono i nostri rapporti sull'Iran, che cosa dovremmo sapere e non sappiamo e come dobbiamo interpretarli?
L’Italia ha una lunga storia di relazioni culturali ed economiche con l’Iran. Siamo stati a lungo un partner commerciale privilegiato, prima che sposassimo la politica di embargo adottata da Usa e Ue. Al momento, l’embargo petrolifero contro Teheran penalizza anche la nostra economia. Purtroppo avevamo l’opportunità di giocare un ruolo di primo piano anche sulla questione nucleare, ma all’epoca del governo Berlusconi (2001-2006) scegliemmo di non aderire al gruppo dei 5+1. Una politica rinunciataria e molto miope, che non ha giovato a nessuno. Da un punto di vista storico, italiani e iraniani sono entrambi popoli di culture millenarie, di grandi imperi civilizzatori. Ci sono stati anche momenti di alleanze strategiche: il Papato e la Persia, ad esempio, hanno spesso agito contro il comune nemico ottomano. È una storia affascinante quella che corre tra Roma e Teheran.
 
Il tuo libro pone moltissimo l'accento sulla cultura iraniana, sui cambiamenti che stanno avvenendo. Dove si sta dirigendo l'Iran culturalmente e politicamente?
Il “genio assimilatore persiano” – come lo definisce il grande Alessandro Bausani – è stato sempre capace di “salvare” la Persia nei momenti delicati della storia. L’Iran è un Paese che nel giro di 30-40 anni ha vissuto un concentrato di eventi e fenomeni che altrove si sono dispiegati in oltre due secoli: nazionalizzazione delle masse, industrializzazione, politicizzazione dei lavoratori, avvento della società dei consumi e infine globalizzazione. I 30enni iraniani di oggi sono i “figli della rivoluzione” e i primi cittadini persiani del mondo globalizzato. Quello che colpisce di questo Paese è la grande apertura (ebbene sì) al mondo esterno e allo stesso tempo la capacità di non perdere i propri tratti distintivi, di non cedere al potere della globalizzazione.
 
Una domanda che già avrai subito molte volte, ma perché appassionarsi di Iran, di cultura persiana?
Non sono in grado di dare una risposta razionale. La risposta che mi viene più naturale è: perché no? Mi viene piuttosto da chiedermi come facciano gli altri a non appassionarsi, a non innamorarsi di questo Paese. Per me l’Iran è innanzitutto “bellissimo”. Non solo “interessante”, “profondo”, ecc.: c’è qualcosa di misterioso che mi lega a questo popolo e a questo Paese. E non credo di essere l’unico a pensare queste cose.
 
Se un italiano decide di partire, di visitare l'Iran, come sarà accolto. Mi spiego quali sono i rapporti veri degli iraniani con gli italiani.
Viene accolto come tutti: a braccia aperte. I persiani sono il popolo più ospitale del mondo, lo diceva già Erodoto. Tutti quelli che tornano dall’Iran sono entusiasti della sue gente. È un invito che rivolgo a chiunque sia disposto a mettere da parte pregiudizi e paure immotivate: andate in Iran.
 
Il tuo prossimo libro affronterà ancora l'Iran e la sua cultura?
Non ne ho idea, non so se scriverò un altro libro. Non programmo mai i libri a lungo termine. Quando ho cose da raccontare, provo a tirarle fuori, tutto qui. 

Commenti all'articolo

  • Di (---.---.---.226) 24 ottobre 2012 18:28

    Sant’Antuono s’annammurett’ d’o puorch’ 

    traduco il vecchio detto contadino campano : Sant’Antonio si innamorò del maiale.

    Come a dire se un sant’uomo può innamorarsi di un maiale allora non c’è limite alla follia innamorativa di una persona.

     Ecco, è questo il caso di A. Sacchetti.

    • Di (---.---.---.228) 24 ottobre 2012 19:07

      "Chi non sente la musica, crede che chi danza sia pazzo". Un caro saluto dal "folle" Antonello Sacchetti smiley

    • Di (---.---.---.155) 25 ottobre 2012 13:48

      Con il bombardamento mediatico in corso, chi non è stato in Iran non può capire nè tantomeno credere.

      Io ho avuto la fortuna di andarci e di parlare con quella splendida gente, e non posso che essere d’accordo con Antonello.

      A quando un’informazione diffusa veramente pluralista nel "libero" e avanzato occidente?

      "I partigiani sarebbero rimasti terroristi, se la guerra l’avesse vinta Mussolini."

    • Di (---.---.---.3) 26 ottobre 2012 20:16

      Anche gli italiani del ventennio erano splendita gente e pur tuttavia è stata colpa loro e di nessun altro la dittara fascista.

      Gli iraniani saranno splendidi come tu dici e pur tuttavia la dittatura komeinista se la sono data loro.

      Era una strada obbligata? no! si può sempre scegliere.

      La mia solidarietà va a quella minoranza di iraniani che contro la dittatura teocratica si sono battuti e si battono. Detto per inciso la dittatura teocratica è la peggiore forma di governo che un popolo si può dare.

      Quindi non raccontate frottole!

    • Di (---.---.---.150) 28 ottobre 2012 10:47

      Giusto! in epoca contemporanea gli Stati etici (fascismo, nazismo, stalinismo ... fino ai talebani, passando per Komeini) sono quelli che si sono macchiati dei peggiori crimini contro l’umanità.

      I popoli che hanno prodotto queste esperienze disastrose hanno qualcosa nella testa che non funziona.

  • Di (---.---.---.228) 24 ottobre 2012 19:09

    Dimenticavo: era una citazione di Rumi.

  • Di (---.---.---.45) 18 febbraio 2014 11:19

    Una letturina di Edward Said prima di parlare di qualsiasi parte del mondo al di fuori da quella che ci ha dato i natali è un correttivo imprescindibile. L’Iran non è "un mondo altro" e sicuramente non è "a metà tra Oriente e Europa", perché "Oriente" e "Europa" sono termini senza nessun significato. Ancora, non è in nessuna misura "erede dell’antico impero persiano" proprio come l’Italia non è in alcuna misura erede dell’antico impero romano: il nesso "impero achemenide/sasanide/safawide-Iran" è una vulgata che trova cittadinanza solo nella mente di un manipolo di reazionari iraniani, proprio come i fasti dell’impero romano sono celebrati e rivendicati solo da un manipolo di fascisti qui da noi. La retorica degli "eredi di imperi millenari" ha veramente stufato. Trovatemi un paese al mondo - tolta la polinesia e periferiche regioni oceaniche - che non possa vantare l’appartenenza a o addirittura il cominciamento di, in un qualsiasi punto della storia, un grande impero. E allora?

    Se continuiamo a commettere certe leggerezze e certi pressappochismi non ci libereremo mai degli stereotipi che libri come questo vorrebbero demolire. Non ha senso distruggere una vulgata per promuoverne un’altra per molti versi peggiore.

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