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Studentesse rapite in Nigeria: la marcia delle madri, gli USA e #BringBackOurGirls

Il 14 aprile 2014 più di 100 studentesse tra i 12 e i 17 anni sono state rapite davanti alla loro scuola a Chibok, Nord Est della Nigeria, portate via da uomini armati. Al momento nessuno ha rivendicato ancora l’operazione, ma nel Paese si sospetta dei miliziani del gruppo Boko Haram espressione in lingua hausa traducibile con “l’educazione occidentale è vietata“.

Questo movimento clandestino di ispirazione islamica fondamentalista nasce nel 2002 e ha come obiettivo l’abolizione del sistema secolare e l’imposizione della Shari’a. Nel tentativo di annientare ogni forma di contaminazione culturale cosiddetta “occidentale” e riconducibile a un sistema di vita e valori che guarda sia all’Europa che agli Stati Uniti, si ripropone la costruzione e la gestione di moschee e scuole per la popolazione nigeriana e per quelle limitrofe.

Le ragazze avrebbero dovuto sostenere gli esami annuali per il diploma Waec (West African Examination Country), comune ai paesi africani anglofoni. In previsione di questo evento, erano stati dispiegati dei militari per sorvegliare la situazione: questo tipo di esami “occidentali” sono infatti presi particolarmente di mira dal gruppo fondamentalista che riconosce in questi uno strumento di propaganda dei sistemi colonizzatori. Ma la stessa sorveglianza è stata sopraffatta dal commando di uomini armati giunti in città a bordo di camion e moto.

Non sarebbe la prima volta che Boko Haram prende di mira le istituzioni scolastiche e chi le frequenta. A febbraio di quest’anno, era stato responsabile della morte di 40 studenti di un collegio a Buni Yadi. Una probabile rappresaglia per la morte di 74 membri del gruppo clandestino, uccisi dall’esercito nigeriano pochi mesi prima, nel costante tentativo di annientarlo.

Gli uomini armati hanno costretto le studentesse a salire su quattro camion, per poi allontanarsi rapidamente. I giorni successivi sono stati ricchi di notizie, smentite e false speranze circa la sorte delle liceali. Dapprima l’esercito nigeriano aveva annunciato che 121 delle 129 ragazze rapite erano state liberate e che le 8 mancanti sarebbero state ritrovate presto. Notizia smentita dal governatore del Borno che ha ribaltato il conteggio: le studentesse libere sarebbero state 14, le mancanti più di 100.

Ad oggi, di queste ragazze ancora nessuna traccia. Alcune fonti sostengono siano state vendute a 8 dollari l’unaaltre che le studentesse siano state costrette a sposare i miliziani, mentre il numero delle giovani sparite sale e supera le 200.

I genitori delle studentesse lamentano scarso impegno da parte del governo nel tentativo di ritrovarle e, a due settimane dal rapimento, confidano nelle fonti che le darebbero ancora per vive. Le madri delle studentesse hanno protestato con lunghe marce ad Abuja e Lagos per fare pressione sulle autorità,

Bala Usman Hadiza, una delle organizzatrici dichiara

"Noi donne continueremo a protestare. Dobbiamo mantenere il nostro messaggio e la pressione sulle autorità militari e politiche affinchè facciano tutto ciò che è in loro potere per garantire che queste ragazze siano rilasciate”

In rete è stato lanciato l’hashtag #bringbackourgirls, ripreso dai cartelli esposti dai familiari delle ragazze.

Perché globalmente si faccia conoscere la vicenda delle studentesse rapite e si possa auspicare la loro salvezza. Perché è assurdo che una storia del genere non sia sulle pagine di tutti i giornali, solo perché non c’è ancora il modo di venderla secondo un unico assunto culturale.

A sostenere l’iniziativa moltissime donne in tutto il mondo, una petizione su Change.org, le organizzazioni per i diritti umani e anche le istituzioni proprio di quegli Stati Uniti la cui contaminazione imperialista è messa sotto processo.

Di certo una petizione non farà tornare a casa le ragazze, ma potrebbe servire almeno per far conoscere la vicenda ad un più ampio spettro della popolazione globale. L’ingerenza statunitense invece sembra acutizzare la soglia del conflitto culturale in atto, in un Paese, la Nigeria, che soffre della speculazione e del “colonialismo” cosiddetto occidentale. L’ONU ha iniziato a fare pressione sul governo nigeriano perché le ricerche siano intensificate, ma le autorità locali fanno sapere che stanno già facendo il possibile e tollerano appena i rimproveri di potenze estere sulla gestione dell’emergenza.

In una situazione economica e politica tanto complessa, a farne le spese sono quelle ragazze che cercano di istruirsi con gli strumenti che la società mette a loro disposizione. Strumentalizzate da un lato in nome dei nuovi colonizzatori che non vedono l’ora di guadagnare voti e rispetto, dall’altro rapite e fatte sparire da uomini armati che vogliono privarle della libertà di crescere donne.

 
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