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Sei dischi per l’anno che è finito, ovvero la terra ha musica per coloro che ascoltano

“La terra ha musica per coloro che ascoltano” diceva Shakespeare. Allo stesso modo, anche l’anno appena passato ha una colonna sonora, una musica che scorre in sottofondo e fa da cornice a tutto quello che è avvenuto nei 365 giorni passati. Perché non provare allora a legare alcuni dei migliori album del 2016 a quello che abbiamo visto in questo ultimo anno?

Moderat – III

 Uno dei grandi temi del 2016 – e, in generale, degli ultimi anni – è la sempre maggiore influenza della tecnologia sull’uomo. In un mondo in cui esistono corsie sul marciapiede specificamente riservate a chi cammina guardando lo smartphone (la Cina è sempre un passo avanti agli altri) e in cui il normale orologio da polso è sostituito da un micro cellulare, l’uomo è ormai sempre connesso, terrorizzato dalla solitudine. E l’onnipresenza della tecnologia, spesso sostituta del contatto umano, sembra la risposta ideale ad ogni problema. Per sapere se lo sia davvero o meno, guardatevi Black Mirror. 

In questo senso, il nuovo disco dei Moderat rappresenta perfettamente questa evoluzione (o involuzione, decidete voi) della condizione umana. Suoni sintetici, voce utilizzata come ulteriore strumento, quasi disumanizzata, e strumentazione rigorosamente elettronica. Le atmosfere, come è tipico del gruppo tedesco, sono spesso crepuscolari ed eteree, colonna sonora ideale per un mondo che sembra avviato sempre più ad un futuro da Blade runner. Anche i brani più ritmati (Running, Animal Trails) sono passi verso lo straniamento. Il disco è un mezzo punto sotto ai precedenti, complice forse anche la fine dell’effetto novità che ha accompagnato i primi due album del terzetto, ma rimane senza dubbio uno dei migliori di questo 2016.

Canzone cult: Reminder.

Radiohead – A moon shaped pool

 A tutta questa tecnologia si oppongono i Radiohead. Annunciando il loro nuovo lavoro con la cancellazione di tutti i loro profili social, Thom Yorke e soci hanno scritto il loro manifesto contro la modernità. Se i Moderat rappresentano la pervasività della tecnologia, i pezzi che compongono A moon shaped pool rimandano invece a una dimensione sì sospesa, quasi metafisica, ma paradossalmente molto più umana. Le tracce di questo disco sono da ascoltare da soli, abbandonati su un letto al buio, oppure in una piccola casa di campagna, con la luce accesa mentre fuori c’è solo il buio (su tutte, in questo senso, Present Tense e Glass Eyes). Questo disco trasuda voglia di solitudine, di eliminare per qualche ora qualsiasi contatto con l’esterno ed aprire invece gli occhi su se stessi. Desert Island desk, come suggerisce il titolo stesso, spinge ad immaginarsi seduti su una spiaggia deserta, con il mare che lambisce i piedi, a far perdere lo sguardo nell’orizzonte. C’è anche questa doppia dimensione, nel 2016: la solitudine di tante persone, da un lato, che cercando riposte alle proprie insicurezze nel mondo virtuale, il quale si dimostra però mero palliativo per le loro debolezze; la difficoltà ormai diffusa di accettarsi e di accettare momenti da trascorrere senza gli altri, senza la continua connessione con il mondo intero.

E’ un disco impegnativo, questo, riflessivo. Ma d’altronde la solitudine, madre di tutte le ispirazioni creative, è una condizione irrinunciabile dell’uomo. I momenti soli con se stessi sono necessari, altrimenti, come canta Yorke nella splendida True love waits, “I’m not living, I’m just killing time”. Alla fine del disco avrete voglia di interagire con qualcuno, di scambiare qualche parola per ricordarvi che la solitudine può essere dolce e non è necessariamente da demomizzare, ma la sua presenza ci fa venire voglia, alla fine, di stare con gli altri. 

Canzone cult: Present tense

David Bowie – Blackstar

 Il 2016 è stato l’anno che ci ha portato via alcuni grandissimi artisti e personaggi iconici: Dario Fo, Umberto Eco, Prince, George Michael, solo per citarne alcuni in ordine sparso. Il pantheon di miti cui guardare per trarre ispirazione o anche solo per ammirazione si fa sempre più scarno e l’anno appena trascorso ha dato una mano non indifferente in questo senso. 

Quale disco più adatto, dunque, dell’ultimo di David Bowie, morto a gennaio, per simboleggiare questo aspetto del 2016? Lo confesso, prima di ascoltare Blackstar non avevo mai sentito un disco intero di Bowie. Non lo conoscevo affatto dal punto di vista musicale, ma solo come icona della pop culture. Ok, l’ho ammesso, crocifiggetemi. Dopo la sua morte ho fatto come tantissime persone: mi sono preso il tempo per dedicarmi all’ascolto di questo album. E ho subito capito perché tutti lo ricorderanno per sempre. Non vorrei aggiungere altro, per non mancare di rispetto a un mostro sacro della musica moderna. Quindi mi limiterò a concludere con le parole dello stesso Bowie, tratte da Lazarus: “Look up here, I’m in heaven, I’ve got scars that can’t be seen. I’ve got drama, can’t be stolen, everybody knows me now”.

Canzone cult: Lazarus

Nick Cave – Skeleton Tree

 Ogni anno, purtroppo, porta con sé eventi terribili, e quello appena passato non fa eccezione. Terrorismo, stragi, terremoti, sconvolgimenti politici, guerre e paura serpeggiante tra i popoli di tutto il mondo hanno caratterizzato questo 2016. 

Il lato oscuro dell’anno passato è rappresentato alla perfezione da Skeleton Tree, ventiduesimo album di Nick Cave, maestro della musica contemporanea ormai dalla fine degli anni ’70 (Door door, il suo primo lavoro, risale al 1979). La canzone di apertura, Jesus alone, è l’emblema di tutto il disco: atmosfere cupe, nerissime e senza via d’uscita, che intrappolano l’ascoltatore in melodie dense come la pece. La sua voce profonda e inconfondibile, quasi un elegante e composto lamento, conferisce solennità ad ogni minuto dell’album. Tutte le canzoni sono una colonna sonora perfetta per le immagini di televisioni e siti che mostrano il dolore di chi è stato colpito da uno dei tragici eventi accaduti durante l’anno, perché a loro volta nascono da una sofferenza profondissima, molto privata dell’autore: parte dell’album, infatti, è stato composto e inciso dopo la morte del figlio quindicenne, precipitato da una scogliera. Ogni parola cantata dal padre è impregnata di uno strazio lancinante, che fa quasi male ascoltare e scava dentro (particolarmente in Rings of saturn e Magneto). Forse è proprio la sofferenza che fa di questo disco un gioiello, che però non avremmo mai voluto ascoltare. 

Canzone cult: I need you

Justice – Woman

 Da un estremo all’altro. Il 2016 è stato anche l’anno caratterizzato da momenti memorabili, eventi che hanno rinsaldato la vicinanza tra i popoli e che hanno rinfocolato la speranza nel futuro: le Olimpiadi, le manifestazioni di coraggio e di umanità verso i migranti in fuga da paesi devastati dalla guerra, i tanti momenti di solidarietà ed empatia col prossimo che non fanno notizia perché minuti, anche se così grandi e importanti. Tutto questo è ben simboleggiato dal ritorno, prepotente e prorompente, dei Justice. Band folle e follemente talentuosa, i Justice ci avevano tenuto all’asciutto per ben cinque anni dopo Audio, video, disco. E, all’improvviso, a novembre, ecco uscire il loro terzo album di studio, Woman. Come sempre, un’esplosione di energia, vitalità e incoscienza. Valeva la pena di aspettare così a lungo per gustarsi delle chicche come Randy o Chorus. Se siete da soli a casa e dovete fare le pulizie, chiudete le finestre (anzi, lasciatele aperte, chissà che qualcuno sentendo cosa ascoltate usi Shazam e che così un po’ di buona musica si diffonda), alzate al massimo il volume delle casse e fate partire una a caso tra Alakazam!, Heavy metal o Fire e date libero sfogo alla Mrs Doubtfire che è in voi. Mocio e scopa voleranno sul pavimento alla velocità della luce mentre vi dimenate al ritmo forsennato di questi pezzi. 

Il disco rappresenta perfettamente la voglia di divertimento e di evasione. Ascoltandolo, cresce il desiderio di passare qualche giorno con gli amici a qualche festival in giro per l’Europa, non pensando a nulla se non a stare in compagnia e a bere un bel po’ di birre. 

Canzone cult: Chorus

Thegiornalisti – Completamente sold out

 L’ultimo pensiero di questo articolo va all’Italia. E’ stato un anno complicato, il 2016. Elezioni amministrative importanti, referendum, cambio di governo. Un anno emblematico delle contraddizioni tipiche del nostro paese, che lo rendono così problematico, complesso, spesso difficilmente decifrabile, ma anche tremendamente affascinante. Per simboleggiare tutto questo, la colonna sonora perfetta è Completamente sold out di Thegiornalisti. 

A chi dice che la musica italiana, al giorno d’oggi, è morta, rispondo che, al contrario, non è mai stata più viva. Saltate a piè pari i vari Mengoni, Emma, Fragola, Antonacci e compagnia e arriverete al cuore pulsante e vivissimo di una nuova generazione di artisti che, non passando dai talent, fanno fatica a guadagnarsi la propria fetta di mercato e di visibilità. Parlo dei vari Calcutta, Le luci della centrale elettrica, Dente, Motta. E infine, last but non least, il gruppo italiano più rappresentativo del 2016 e, a mio parere, di qualità migliore, ovvero Thegiornalisti, con questo loro quarto album. 

Tutto il disco è innervato da una malinconia latente ma ben percepibile, a volte nascosta anche sotto la coperta di testi apparentemente leggeri (Il mio maglione tuo), interpretata splendidamente dalla voce di Tommaso Paradiso. Cosa potrebbe essere più rappresentativo dell’Italia del 2016 se non un album in bilico tra tristezza, spensieratezza, semplicità apparente e complessità intrinseca, accompagnata da testi profondi e ai quali ciascuno, a proprio piacimento, può dare il significato che preferisce, che più sente suo? E’ la fotografia delle generazioni che si incontrano in ogni paesino dell’Italia di provincia e delle contraddizioni di ogni grande città, della condizione precaria dei giovani e dei sogni sfumati dei cinquanta-sessantenni, della freschezza degli amori degli adolescenti e dell’incertezza sul futuro che ormai accomuna tutti.

Chiariamoci: Paradiso non canta in modo perfetto, ma riesce a dare pienezza ad una parte musicale intrigante e piuttosto basilare, che accompagna il testo senza però limitarsi ad esserne semplicemente il contorno. Ecco cosa stupisce di questo album, l’omogeneità di musica e testi, il loro completarsi perfettamente, aggiungendo qualcosa l’uno all’altro. Come insegna Battiato, “il tutto è più della somma delle sue parti”. E, in questo caso, è assolutamente vero.

Canzone cult: Tra la strada e le stelle

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