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Segreto di Stato: l’omicidio dell’Ispettore Samuele Donatoni e i tentati insabbiamenti

"Importante leggere, per avere una visione completa, l'altro mio articolo sul sequestro De Megni".

La storia che sto per raccontarvi è purtroppo poco conosciuta e per niente affrontata seriamente. Eppure un giornalismo serio di inchiesta dovrebbe far luce su questo ennesimo mistero di Stato, affinché, magari, la Magistratura decida di riaprire il caso.

Una storia che mette in luce comunque la si pensi due fatti molto gravi. Il primo fatto è la fragilità del Sistema Giudiziario che con sentenza definitiva può addirittura condannare al carcere a vita persone innocenti, seppur delinquenti come appunto quelli dell'anonima sarda. Il secondo fatto grave è che c'è un omicidio dove i responsabili sono da cercare tra quelli che sono dalla "parte del bene".

Sto parlando dell'omicidio dell'Ispettore dei NOCS, avvenuto durante il famoso agguato a Riofreddo per liberare Giuseppe Soffiantini, l'imprenditore bresciano rapito dalla banda sarda.

Quest' ultima composta da: Mario Moro, Agostino Mastio, Osvaldo Broccoli, Giorgio Sergio, Raimondi e Giovanni Farina.

Ci furono innumerevoli tentavi per liberare Soffiantini, ma uno purtroppo fu fatale. I banditi avrebbero riscosso il riscatto il 17 ottobre del 1997 lungo la Strada Statale 5, nella zona di Riofreddo, un paesino situato in Abruzzo.

Presso la Questura di Avezzano lo Stato istituì un centro logistico per condurre le operazioni, mettendosi in contatto radiofonico con i quarantacinque agenti dei NOCS. Quest'ultimo (Nucleo operativo centrale di sicurezza) è il lato meno conosciuto e probabilmente più misterioso della polizia: il personale è addestrato secondo i più rigidi standard operativi per affrontare le imprese più rischiose. Conosce ogni tipo di arma, tecniche di combattimento, si arrampica ovunque, è esperta di paracadutismo, di subacquea. Sa pilotare qualsiasi mezzo di aria, terra o mare.

Tutto era preparato per l'agguato e liberare Soffiantini ma qualcosa non funzionò. I banditi sardi si accorsero del tranello. Precisamente se ne accorse Mario Moro perché percepì un fruscio alla sua sinistra. Preso dalla paura imbracciò il Kalashikov e sparò a raffica. E dopo aver gettato il fucile, cominciò a scappare assieme agli altri complici.

Scoppiò l'inferno in quel momento, la zona era praticamente illuminata(erano le ore 21) da scie luminose lasciate dai proiettili sparati dai NOCS.

I sequestratori sardi riuscirono a farla franca, ma Samuele Donatoni fu ritrovato disteso con ancora la pistola in pugno in una pozza di sangue.

Presso i locali della Questura di Avezzano scoppiò il panico avuta notizia della sparatoria. Nicola Calipari, all'epoca dirigente della Criminalpol, si precipitò nel luogo e diede disposizione del "congelamento"delle armi in dotazione alle tre persone componenti della pattuglia di Donatoni. E inoltre fece recintare la zona per un'area di cento chilometri, tutto questo per non inquinare le prove per un eventuale inchiesta giudiziaria.



Il 9 febbraio del 1998 la famiglia di Giuseppe Soffiantini pagò il riscatto e ottenne il rilascio. Qualche tempo dopo le forze dell'ordine riuscirono a catturare i banditi, tranne Giuseppe Farina.

Furono tutti condannati (sequestro a parte) all'ergastolo per aver ucciso Samuele Donatoni. La condanna fu ottenuta grazie al PM Franco Ionta (ora capo del DAPS) perchè era convinto, senza nemmeno notare le innumerevoli contraddizioni delle testimonianze, che i colpevoli erano stati la banda e in particolar modo venne identificato come l'esecutore il bandito Mario Moro.

Il 15 Agosto del 1998 fu catturato Giovanni Farina, l'ultimo componente dei sequestratori sardi, e fu istituito un processo.

Ormai sembrava quasi una formalità: Farina era comunque complice dell'assassino e il pm Ionta chiedeva anche a lui l'ergastolo.

Ma per fortuna, a presiedere il processo fu un Giudice molto scrupoloso e serio: Mario Almerighi. Conosciuto tra l'altro per essere stato il primo a scoprire che Calvi non si era suicidato, ma ucciso simulando una impiccagione.

La sentenza sembrava ormai scontata, ma grazie soprattutto a Nicola Calipari, l'unico che raccontò dettagli decisamente contrari all'accusa e ad un perito in gamba il quale provò che Donatoni fu ucciso da una pistola a distanza ravvicinata di pochi metri, ci fu l'assoluzione di Farina e automaticamente di tutti gli altri componenti della banda.

Il Giudice assolve tutti e invita a cercare i veri colpevoli tra le forze dell'ordine. La sentenza venne confermata in Cassazione.

Donatoni non fu ucciso per sbaglio perchè l'assassino era in pratica vicino a lui, e se fosse stato un errore perchè tentare di insabbiare tutto? Lo stesso Giudice Almerighi nel sul libro "Mistero di Stato" si domanda: "Ma il povero Donatoni, quale segreto inconfessabile si sia portato nella tomba per fare questa triste fine?" 

Giovanni Farina, in un articolo apparso su "Il Tirreno" dice di essere convinto che la pistola che esplose il colpo fatale fosse in mano a un notissimo magistrato.

Domandiamoci cosa potrebbe esserci dietro questa storia. Se per davvero c'è stata la volontà di ucciderlo approfittando della situazione, cosa davvero poteva nascondere? A chi dava fastidio? La risposta forse sarebbe da trovare nel famoso sequestro De Megni dove partecipò alla liberazione? Come poi non notare che lo stesso Giovanni Farina era coinvolto anche lui come componente dell'anonima sarda? Oppure c'entra qualcosa quando Donatoni faceva il capo scorta all'allora procuratore capo Giancarlo Caselli che stava indagando i vertici di Cosa Nostra e le collusioni con lo Stato?

Una cosa è certa, se dovessero riaprire le indagini manca il personaggio fondamentale che portò all'assoluzione dei banditi: Nicola Calipari.

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